Negazione e negazionisti, un segno della fragilità del nostro tempo

Domenico Condito

La negazione è un meccanismo di difesa arcaico con cui la mente si difende da realtà inattese, troppo dolorose o angoscianti, come se disconoscere un evento sgradito consenta di eliminarlo. È un processo inconscio, naturalmente, che agisce per tutelare i soggetti più fragili da contenuti o vissuti che si percepiscono come destabilizzanti, insostenibili.
In un’epoca in cui la fragilità degli individui emerge come tratto dominante, si tratta di un meccanismo molto diffuso. È più facile leggerlo sul piano psicologico, ma in realtà è l’espressione di fragilità più profonde, meglio analizzabili a livello antropologico e, soprattutto, spirituale.
Avevamo ereditato dai nostri “padri” un’antica “sapienza della vita”, ch’era il fondamento di un senso di appartenenza alla “comunità”. Le nostre stesse città, piccole o grandi, erano composte di case abbarbicate le une sulle altre, che si sostenevano a vicenda, rendendo così visibile e concreto quello spirito di coesione. Quasi sempre attorno a una piazza, il cuore, e in ogni piazza si levava una chiesa. Quelle comunità non erano più sicure delle nostre, ma nel pericolo i suoi membri erano capaci di prendersene cura, di riconoscere nella fragilità condivisa il “segno” di un destino comune. Una “sapienza della vita” che favoriva anche una maggiore familiarità con la morte, alla quale ci si preparava con cura, per non essere colti impreparati, sostenuti e accompagnati dalla stessa comunità. 
Un patrimonio millenario di memorie, pensieri, affetti e dolori delle generazioni passate - la nostra identità collettiva – che il Novecento ha spazzato via, lasciandoci sempre più soli e impauriti davanti a un cielo volutamente vuoto. In nome del primato dell’individuo, vero Ego totemico, svuotato di significati e riempito di cose. In fondo, è come aver venduto l’anima al diavolo.


Mont Saint-Michel - Francia

 
Morano Calabro (Cosenza)

 

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