domenica 2 aprile 2017

Domenico Condito, L’Evangelario della Conciliazione: ritrovamento e vicende postunitarie del codice greco-bizantino donato da Achille Fazzari a Pio X

Comunicazione a un importante convegno su Cassiodoro
di Domenico Condito

Domenico Condito
Nei giorni 28 e 29 marzo 2017, si è svolto all'auditorium del “San Pio X” di Catanzaro un convegno scientifico su Cassiodoro: tra il periodo tardo-antico e il medioevo, organizzato dall’Istituto Teologico Calabro, con la collaborazione dell’Associazione Centro Culturale Cassiodoro e dell’Istituto di Studi su Cassiodoro e il Medioevo in Calabria
Nell’ambito del convegno, ho tenuto una comunicazione sul tema: L’Evangelario della Conciliazione: ritrovamento e vicende postunitarie del codice greco-bizantino donato da Achille Fazzari a Pio X. Ho potuto così annunciare il ritrovamento, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, di un prezioso tetravangelo greco-bizantino, composto in Calabria, che si credeva ormai perduto. Il manoscritto era conosciuto, erroneamente, come "l'evangelario da Achille Fazzari regalato al Monastero di Monte Cassino", mentre, in realtà, era stato donato a Papa Pio X. Ciò aveva fuorviato le indagini degli studiosi che lo avevano cercato in precedenza. Ho individuato il codice nella Vaticana, ricostruendo anche le vicende che fecero seguito al suo primo rinvenimento.
Fu alle prime luci del 1908, nell’Italia postunitaria ancora divisa dalla questione romana, che l'antico evangelario riemerse per la prima volta dall’oblio, conquistando per qualche mese la ribalta della stampa nazionale. A ritrovarlo in Calabria fu l’ex volontario garibaldino Achille Fazzari, già noto in Italia per le imprese patriottiche e l’impegno politico, sostenitore appassionato della conciliazione fra le due rive del Tevere. 
Fazzari era anche il proprietario dell’area su cui persistono ancora oggi i resti della Chiesa di San Martino, il cuore del Monastero di Vivario fondato da Cassiodoro nel VI secolo. 
L’abate Ambrogio Maria Amelli, Priore dell’Abbazia di Montecassino, si precipitò nel “fondo della Calabria” per esaminare il codice, ritenendolo un probabile “avanzo della biblioteca di Cassiodoro”. In realtà, si tratta di un prezioso tetraevangelo, probabilmente dell’XI secolo, scritto in uno stile affine a quello di Reggio. Sulla base degli elementi attualmente disponibili, si può ipotizzare che il manoscritto sia stato composto dai monaci migrati dall’Oriente cristiano, ai quali passarono le due fondazioni monastiche di Cassiodoro, il Vivariense e il Castellense. Ornato con fregi e figure, contiene i quattro vangeli. Pregevoli le raffigurazioni a pagina intera degli evangelisti Marco e Luca con i relativi simboli, il leone e il toro. Ogni evangelista appare seduto davanti a un leggio, nello scriptorium, con in evidenza gli strumenti di lavoro del miniaturista.
Amelli, d’accordo con Fazzari, trattenne con sé il codice per un breve periodo di studio e lo definì "cimelio bizantino cassiodoriano". Entrambi erano impegnati personalmente a negoziare fra il Re e il Papa una riconciliazione fra le due “Rome”, e l’interesse mostrato da Papa Pio X per l’antico evangelario suggerì loro la più temeraria delle iniziative conciliatoriste. L’Abate cassinese, amico personale e collaboratore del Pontefice, si sarebbe adoperato per procurare all’ex camicia rossa un’udienza privata con Pio X. E così il 7 luglio 1908, alle ore 18.00, Achille Fazzari, accompagnato da Amelli e dal figlio Spartaco, varcò la soglia dei Palazzi Apostolici e incontrò Pio X, portandogli in dono l’Evangelario. E in quell’incontro, che suscitò vasto clamore nell’opinione pubblica, trattò col Pontefice la questione della Conciliazione. 
Ho ricostruito questa pagina dimenticata della storia d’Italia, riportando alla luce il codice greco donato da Achille Fazzari a Pio X, di cui ho presentato al convegno una prima e dettagliata descrizione.
Il codice era ritenuto ormai irreperibile da diversi studiosi che, sulla base di informazione imprecise, lo hanno cercato prima a Montecassino e poi alla Bibliothèque Nationale de France. Si tratta di un manoscritto ancora inedito, non essendo stato oggetto di studi specifici, e per il ruolo pacificatore avuto nell’Italia postunitaria l'ho ribattezzato “Evangelario della Conciliazione”.
Durante il dibattito seguito alla mia comunicazione, nella sessione presieduta dalla dott.ssa Chiara Raimondo, presidente dell’Istituto Cassiodoreo, è intervenuto l’archeologo Francesco Cuteri, che ha confermato l’importanza della scoperta, affermando che darà il via ad un nuovo filone di ricerca in Calabria. A breve, la pubblicazione degli atti del convegno sulla rivista “Vivarium” dell’Istituto Teologico Calabro, e la divulgazione integrale della mia ricerca, con i relativi approfondimenti e le immagini del codice, sulla rivista dell’Istituto Cassiodoreo. L’Evangelario della Conciliazione sarà così restituito alla memoria della Calabria e all’attenzione della comunità scientifica.

Ringraziamenti
Ringrazio l’Istituto Teologico Calabro per aver potuto annunciare la mia scoperta nell'ambito dell'importante convegno su Cassiodoro. Un ringraziamento particolare va alla dott.ssa Chiara Raimondo, presidente dell’Istituto Cassiodoreo, e al presidente emerito dello stesso Istitituto, on. Guido Rhodio, per aver incoraggiato e sostenuto il mio progetto di ricerca.


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mercoledì 1 marzo 2017

Tesori della Biblioteca Nacional de Portugal
LA BIBBIA DI CERVERA

di Domenico Condito


La Bíblia de Cervera è un meraviglioso codice miniato conservato nella Biblioteca Nacional de Portugal. Si tratta di una delle più antiche e preziose bibbie sefardite sopravvissute alla distruzione di gran parte delle comunità giudaiche di Castiglia e Aragona, a partire dal 1391, e all’espulsione degli ebrei dalla Spagna (1492) e dal Portogallo (1498).
Raro esempio di paleografia ebraica peninsulare del suo tempo, la Bíblia de Cervera è un manoscritto su pergamena in lingua e caratteri ebraici, realizzata a Cervera (Lérida, Spagna) nel 1299 -1300.
Il codice, formato da 451 fogli (a 2 colonne e 31 linee), è riccamente miniato e profuso d'oro e colori con motivi tratti dall'arte mozarabica e dalla religione giudaica. Comprende i libri dell’Antico Testamento, la masorah (analisi del testo biblico con note sulla scrittura e la pronuncia esatta delle parole, vocabolario e altre annotazioni), e un trattato grammaticale del Rabbino David Qimhi (1160?-1235?).
La Bíblia de Cervera occupa un posto di assoluto rilievo nell’ambito delle bibbie sefardite giunte fino ai nostri giorni, e non solo per l’antichità e l’eccezionale qualità tecnica e artistica. È uno dei pochi esempi di manoscritti ebraici datati e firmati. Il codice riporta non solo il nome del copista, Samuel Ben Abraham ibn Nathan, ma anche quello del suo miniaturista, Joseph Asarfati, ciascuno con una propria pagina di colofone. In particolare, l’indicazione del miniaturista costituisce un elemento di eccezionale rarità.
Il colofone del copista (f. 434) menziona il luogo, Cervera, in cui questi realizzò la sua opera, nonché le date di inizio, 30 luglio 1299, e di conclusione, 19 maggio 1300, del lavoro. In origine vi era annotato anche il nome del proprietario del codice. Successivamente questo venne cancellato, e lo spazio lasciato in bianco, probabilmente in seguito a un cambio di proprietà. In 20 punti del testo masoretico è indicato anche il nome del copista della masorah, Josue ben Abraham ibn Gaon.
Queste caratteristiche mettono in relazione il manoscritto di Cervera con altri importanti manoscritti ebraici provenienti dalla Spagna, come la Bibbia di Parigi (BNF, Paris, ms. Hébr. 20), realizzata a Tudela nel 1301, dove la masorah è stata scritta dallo stesso copista ibn Gaon, e la famosa Bibbia Kennicott (Bodleian Library, Oxford, Ms. Kenn. 1), compilata a La Coruna, per la quale il manoscritto della BNP è servito da modello diretto. Realizzata a una distanza di 176 anni, la Bibbia Kennicott mostra dei collegamenti inequivocabili con quella di Cervera, tanto nello stile come nel’iconografia, includendo aspetti più rari nelle bibbie analoghe del tempo, come il colofone del miniaturista con il nome iscritto nelle grandi lettere zoomorfe e antropomorfe presente in entrambi i codici.
Recentemente la Bíblia de Cervera è stata esposta al Metropolitan Museum of Art di New York.

A seguire, le immagini dei fogli messi in mostra a New York. Cliccando sulle singole immagini è possibile visualizzare gli ingrandimenti sul sito della BNP:

Bibbia di Cervera – Pagina finale del Pentateuco con micrografia (masorah) sui margini superiore e inferiore disposta a formare schemi geometrici (F. 118v.). L’inizio del Libro dei Profeti (Giosuè) (F. 119)

Bibbia di Cervera - Menorah (candelabro a sette braccia) in oro a pagina intera con ai lati due alberi di ulivo, come descritto nella visione del profeta Zaccaria (F. 316v.). 
Finale del Libro dei Profeti con micrografia sul margine inferiore (F. 317).

Bibbia di Cervera - Pagine del Trattato di Grammatica "Sefer Haniqud", di David Qimhi 
(F. 434v. e 435).

Bibbia di Cervera - Pagine del Trattato di Grammatica "Sefer Haniqud", di David Qimhi 
(Fs. 435 v. e 436).

Bibbia di Cervera - Pagine del Trattato di Grammatica "Sefer Haniqud", di David Qimhi 
(Fs. 440v. e 441).

Bibbia di Cervera - Pagine del Trattato di Grammatica "Sefer Haniqud", di David Qimhi 
(Fs. 442 v. e 443).

Bibbia di Cervera - Pagine del Trattato di Grammatica "Sefer Haniqud", di David Qimhi 
(F. 444 v. e 445).

Bibbia di Cervera - Pagina del Trattato di Grammatica "Sefer Haniqud", di David Qimhi: nella parte alta, due stelle di David con le rappresentazioni allusive delle armi dei Regni di Castiglia e del León, (F. 448v.). Colofone del miniaturista con motivi zoomorfici e antropomorifici che compongono la scritta: «Io Joseph il francese ho disegnato e dipinto questo libro» (F. 449).

Fonte delle immagini: Biblioteca Nacional de Portugal

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giovedì 2 febbraio 2017

La Follia – Un antico tema musicale portoghese che ha conquistato l’Europa

Dal XVI al XVIII secolo, oltre 150 compositori hanno utilizzato il tema della Folia come base per comporre serie di variazioni altamente virtuosistiche. Memorabili quelle di musicisti italiani come Frescobaldi, Corelli, Alessandro Scarlatti, Vivaldi e Bononcini.

di Domenico Condito

La Follia, in portoghese Folia, è un tema musicale portoghese, fra i più antichi della musica europea. Le sue origini risalgono probabilmente al tardo Medioevo come forma di danza popolare e di canto. Letteralmente il termine folia significa “folle divertimento, baldoria, sollazzo”, o anche “follia”, e viene utilizzato per designare una festa popolare parecchio movimentata, caratterizzata da danze, musica e grande allegria. Il termine richiama molto bene il carattere originario del tema musicale, prima che la Folia venisse assorbita dal repertorio di corte tra il XV e il XVI secolo, acquisendo un carattere severo e maestoso. È in quest’ultima forma che si diffuse in tutt’Europa nei secoli XVI-XVIII, attraverso numerose elaborazioni, fino a diventare una delle basi predilette per variazioni strumentali di grande virtuosismo.
La più antica composizione nota costruita su questo tema risale alla metà del Seicento, ma i primi riferimenti sono già presenti in diversi documenti portoghesi della fine del XV secolo. Nelle opere di Gil Vicente, il padre del teatro rinascimentale in Portogallo, la Folia è associata solitamente a pastori e contadini impegnati in balli e canti vivaci; mentre l’origine portoghese della melodia è confermata da Francisco de Salinas nel trattato De musica libri septem, pubblicato nel 1577.

La melodia è costruita su un tempo ternario ed è divisa in due parti di quattro battute ciascuna. Molti autori, ispirandosi a questo tema, hanno utilizzato lo schema musicale della Folia già noto in tutta la penisola iberica nei primi decenni del XVI secolo. Una linea di basso ripetuto sulla quale potevano essere costruiti vari contrappunti standard, mentre l’esecutore era libero di improvvisare serie di variazioni, le diferencias. Una tecnica compositiva che ha trasformato la Folia in un genere affine alla passacaglia e alla ciaccona.

Il tema de "la Follia"

Diego Ortiz, nel suo Tratado de glosas del 1553, illustra diversi esempi di queste serie di variazioni, dove il basso ostinato della Folia viene utilizzato come una base armonica affidata al clavicembalo, una progressione accordale su cui la viola sviluppa elaborazioni melodiche di grande virtuosismo. Su questa struttura armonica e formale si basano anche alcune canzoni che compaiono nel Cancionero de Palacio (1475-1516): Rodrigo Martinez e Adorámoste, Señor, fra i primi esempi di Folia tarda. Ma esistono anche importanti raccolte di canti polifonici e intavolature strumentali, come la versione per organo di Antonio de Cabezón di Para quién crié yo cabellos del 1557.

Dal XVI al XVIII secolo, oltre 150 compositori hanno utilizzato il tema della Folia, sviluppando al massimo grado le sue potenzialità espressive, e consolidando la sua posizione di prestigio nell’ambito della musica d’arte europea. Musicisti dell’importanza di Frescobaldi, Corelli, Alessandro Scarlatti, Vivaldi e Bononcini in Italia; Jean-Baptiste Lully, Marais e D’Anglebert in Francia; Johann Sebastian e Carl Philipp Emanuel Bach in Germania, per citare alcuni esempi fra i più significativi.
Una speciale menzione merita la Follia per antonomasia, quella di Arcangelo Corelli, inclusa nella celebre raccolta di Sonate a Violino e Violone o Cimbalo, Opera Quinta del 1700, e servita come base per simili composizioni di Marais, Vivaldi, Reali e altri. Un serie di variazioni su uno stesso basso, dove Corelli sviluppa un’ampia gamma di idee, metri e andamenti che illustrano al meglio ed esaltano l’antico e fiero tema iberico. Così scrive al riguardo l’allievo Francesco Geminiani: "Non pretendo di esserne l’inventore: altri compositori, della più alta classe, si sono avventurati nello stesso tipo di viaggio; e nessuno con maggior successo che il celebrato Corelli, come si può vedere nell’opera quinta, sull’Aria della Follia di Spagnia [sic]. Io ho avuto il piacere di discorrere con lui su tale soggetto, e l’ho udito di riconoscere quanta soddisfazione ebbe nel comporla, ed il valore che gli attribuiva" (F. Geminiani: A Treatise of Good Taste in the Art of Musick , London 1749).
Fra i compositori dell’età classica, si ricordano Antonio Salieri, che sul celebre tema compose le spettacolari 26 Variazioni per orchestra; e Georg Friederich Händel con la bellissima sarabanda dalla Suite per clavicembalo in Re minore n. 11 (arrangiata per archi, timpani e basso continuo da Leonard Rosenman), utilizzata nella colonna sonora del film Barry Lyndon di Stanley Kubrick.
Luigi Cherubini, di origine portoghese, utilizzò la Follia come tema principale dell’ouverture dell’opera L’hôtellerie portugaise (L’osteria portoghese) del 1798. Nel 1867 persino Liszt utilizzò il tema nella sua Rapsodia Spagnola, e Sergej Rachmaninov compose le Variazioni su un tema di Corelli per pianoforte nel 1931. Più recentemente s’ispirò al tema Vangelis nella colonna sonora del film 1492: la conquista del Paradiso.

Vi proponiamo l’ascolto delle variazioni composte su questo tema dal compositore spagnolo Antonio Martin y Coll (? – dopo il 1734). Le sue Diferencias sobre la Folia, scrive Jordi Savall, “si trovano in un manoscritto che testimonia la prima evoluzione barocca del tema (seconda metà del XVII secolo), che permette variazioni più contrastate, che giocano sull’alternanza di strofe lente e veloci, e la successione di passaggi molto virtuosistici alternati a più o meno tenere cantilene. La strumentazione prescelta, che comporta, oltre alla viola da gamba bassa, un’arpa tripla, una chitarra e della nacchere, corrisponde alle sonorità caratteristiche del gusto e della pratica del tempo nella penisola iberica, specialmente nelle forme, come la Follia, il Fandango o le Jácuras, che conservavano uno stretto legame con le loro origini popolari”.
L’interpretazione è dello stesso Jordi Savall (viola da gamba), che si esibisce con un gruppo di musicisti straordinari: Rolf Lislevand (vihuela), Arianna Savall (arpa), Pedro Estevan (percussioni), Adela Gonzalez-Campa (nacchere). La registrazione è stata effettuata al Festival de Lanvellec nel 2002.

Nella foto, in alto a destra: Juan de las Roelas, Adoración del Nombre de Jesús (particolare), 1604-05, Paraninfo dell’Università di Siviglia, Spagna.


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lunedì 2 gennaio 2017

L’esoterismo di Fernando Pessoa

Fernando Pessoa, Pagine esoteriche, Adelphi Edizioni. Il volume, curato da Silvano Peloso, raccoglie e articola, per la prima volta in italiano, una parte sostanziosa degli scritti del poeta portoghese sull’esoterismo. Imperdibile.

di Domenico Condito

Nella sua Nota biografica, Fernando Pessoa si definisce “iniziato, per comunicazione diretta da Maestro a Discepolo, nei tre gradi minori dell’(apparentemente estinto) Ordine Templare di Portogallo”. Singolare figura di poeta-alchimista, Pessoa era appassionato di Cabbala e aveva una profonda conoscenza della tradizione teosofica e occultistica.
Le prime testimonianze scritte di tali interessi risalgono al 1906. Le ritroviamo in alcuni testi poetici e nel quaderno di appunti del suo eteronimo Alexander Search, dove sono espliciti i riferimenti all’alchimia, l’occultismo e la filosofia ermetica. Ma fra gli oltre venticinquemila documenti che costituiscono lo spoglio Fernando Pessoa nella Biblioteca Nazionale di Lisbona sono tanti i materiali relativi agli interessi esoterici del Poeta. In essi è costante il riferimento alla tradizione ermetica della Chiesa gnostica, che trasmessa in modo occulto ai Cavalieri del Tempio, si sarebbe perpetuata, dopo il loro scioglimento, nell’Ordine di Cristo, nei Rosacroce e nei vari rami della Massoneria europea.
Secondo Silvano Peloso, che ha curato la raccolta Pagine esoteriche del poeta portoghese, il rapporto di Pessoa con la tradizione teosofica e occultista va visto anche “alla luce di un rinnovato interesse per il filone mistico-visionario e profetico della tradizione letteraria portoghese: dal platonismo esoterico di certa lirica di Camões alla grande oratoria barocca di António Vieira, fino a quel simbolismo saudosista novecentesco che, almeno nella versione di Pessoa, reinventando in forme inedite il passato, fornisce a questa poesia un nuovo e più ampio respiro” (vedi post-fazione del volume). La stessa profezia del Quinto Impero, cuore dell’utopia profetica portoghese, acquista così una prospettiva nuova.
Non a caso, nell’opera Mensagem, scrive ancora Peloso, Pessoa allude “a un cammino iniziatico numerologicamente illustrato già dalle otto lettere che compongono il titolo: queste, come lo stesso Pessoa spiega nei suoi appunti, corrispondono alle otto lettere della parola Portugal, e rappresentano non solo il numero dell’armonia, ma anche le otto punte della croce templare, perfettamente esemplata nella pianta ottagonale del convento fortezza che i Cavalieri del Tempio edificarono a Tomar. E quando nel 1317 il re D. Dinis (che proprio per questo Pessoa collocherà nel pantheon dei re-eroi della tradizione portoghese) salverà quel che restava dell’Ordine dalla distruzione totale, inglobandolo nel nuovo ordine di Cristo, la croce delle otto beatitudini passerà sulle vele delle caravelle più tardi lanciate nella grande avventura delle scoperte. L’ordine di Cristo erede e continuatore dell’Ordine del Tempio, si avviava così a realizzare sulla terra la missione ecumenica di cui san Bernardo, D. Dinis e l’Infante D. Henrique erano stati i principali interpreti, e che troverà poi un ulteriore seguito nel sogno profetico e nella grandezza visionaria di quell’António Vieira, definito da Pessoa «l’imperatore della lingua portoghese»”.

La Croce Templare al centro del soffitto
della Sacristia Nova del Convento do Cristo – Tomar
Copyright © Laura Za

Il poeta riscopre, quindi, nelle sedimentazioni oscure del pensiero esoterico l’eco delle attese profetiche e dei millenarismi di una memoria storica portoghese mai del tutto sopita, ma reinventa la tradizione ermetica spingendosi oltre la tentazione di un misticismo storico di carattere nazionalista, per aspirare a un traguardo più segnatamente filosofico-esistenziale. “Attraverso la profezia del Quinto Impero, - scrive Giulia Lanciani - Mensagem si inscrive nella corrente profetica, quella che di fatto corrisponde ad una identificazione collettiva e di senso positivo. Ma la sua profezia nasce dal sogno e dalla meditazione ed annuncia un Impero di tipo nuovo, spirituale”. Se è vero, infatti, che il recupero in chiave mistico-simbolica della storia del Portogallo assume il significato di un “sogno” impossibile che riscattasse il destino di un paese oppresso dal salazarismo, per Pessoa diventa il pretesto per ricercare le radici di quella «tradizione segreta del cristianesimo» contrapposta alla Chiesa di Roma, e identificata con il dialogo e con l’apertura a tutte le religioni e tradizioni. I Cavalieri del Tempio, infatti, nonostante le guerre e le forti contrapposizioni, erano entrati in stretto contatto con l’esoterismo islamico, il cabbalismo giudaico, lo gnosticismo neoplatonico e il cristianesimo giovanneo. E’ questa ampia prospettiva filosofico-religiosa, accostata alla teosofia, che Pessoa fa propria, riconoscendo alla letteratura e al linguaggio letterario, crocevia fra culture e saperi diversi, il compito di “creare punti di contatto, possibilità di relazioni e scambi fra mondi anche molto distanti”. E’ il percorso della tradizione ermetica, la “ricerca di quel «sincretismo dei pagani e degli occultisti» che, - continua Peloso - fondendo «l’intelligenza analogica e quella razionale», è alla base dell’interpretazione delle profezie e dei simboli a partire da quel grande «trattato di Alchimia scritto in cifra trascendentale» che è rappresentato dalla Bibbia, il Paradigma per eccellenza”.
Il sogno alchemico di riunificare la materia e lo spirito esprime, nel linguaggio oscuro dei simboli, l’unione dell’intelligenza materiale e di quella spirituale, i due poteri della Forza, i due lati della conoscenza: da un lato la scienza, la ragione, la speculazione intellettuale, dall’altro la conoscenza occulta, l’intuizione, la speculazione mistica e cabbalistica. In questo ambito, Pessoa riconosce alla creazione letteraria un ruolo essenziale, la ricerca di quella Parola Perduta, di quella scrittura magica che portasse «all’elaborazione di una lingua nuova in grado di esprimere e spiegare la natura di tutte le cose simultaneamente», e della quale avevano parlato i Rosacroce. Conclude Silvano Peloso che “Pessoa poteva così procedere a una riabilitazione del ruolo fondamentale svolto dall’immaginazione (e quindi anche dalla letteratura) all’interno di una scienza che, se è veramente tale, non può essere considerata in senso ristretto e limitativo, ma deve venir vista nella « complessità » delle relazioni in cui vive”. Un orizzonte poetico e teorico quello di Pessoa poco esplorato, ma nel quale è possibile cogliere alcune sorprendenti analogie in campo scientifico. Il principio di indeterminazione di Heisenberg (1927) e il teorema di Gödel (1931) sulla indecidibilità dei sistemi formalizzati (Pessoa era giunto alla stesse conclusioni riguardo alla matematica) sono dei validi esempi in tal senso, così come le più recenti teorie probalistiche, quelle dello sviluppo dei sistemi non lineari, del caos deterministico, fino ai primi passi delle «teorie della complessità».

Sono imperdibili le Pagine esoteriche di Fernando Pessoa, pubblicate dall’editore Adelphi, per chiunque voglia approfondire l’argomento e avventurarsi nei meandri più intimi e sorprendenti di uno dei più grandi geni letterari del Novecento.

Mura del Convento do Cristo – Tomar


Porta del Convento do Cristo – Tomar


Chiesa del Convento do Cristo – Tomar



Refettorio del Convento do Cristo - Tomar


Uno dei chiostri del Convento do Cristo - Tomar


Domenico Condito nel Convento do Cristo di Tomar (2007)
Le foto del Convento do Cristo sono di Laura Za 

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