venerdì 29 marzo 2013

Zygmunt Bauman - Le sorgenti del male

A cura di Yong-June Park - Erickson

Che cos’è il male oggi? In che modo si può dire che le sue manifestazioni, le sue spinte, le sue modalità di aggredire il tessuto del mondo e delle persone che lo abitano si siano modificate? Zygmunt Bauman, uno dei più grandi pensatori viventi, già nel 1989, con Modernità e olocausto, aveva riletto le atrocità del Terzo Reich sovvertendo l’opinione comune che si fosse trattato un « incidente » della Storia e dimostrando che invece la « società dei giardinieri » della modernità aveva raggiunto con l’olocausto il suo risultato più esemplare. In questo libro Bauman compie un ulteriore decisivo passo avanti nell’identificazione del « male » ai giorni nostri. E lo fa con una ricognizione delle tesi fallaci che si erano affermate nel Novecento (dalla « personalità autoritaria » di Adorno alla « banalità del male » di Hannah Arendt) per mostrare poi, in un corpo a corpo con le opere di Jonathan Littell e di Günther Anders, che la presa di distanza dagli esiti dei nostri atti distruttivi (resa non solo possibile, ma obbligata, dalle mirabilia tecnologiche e dalla costrizione « diversamente morale » a non sprecare armi la cui produzione ha richiesto quantità esorbitanti di denaro) contribuisce a erodere la nostra sensibilità già gravemente indebolita, malcerta, afona.

Estratto dal volume (pp. 93-94):
"Le atrocità, in altre parole, non si autocondannano e non si autodistruggono. Al contrario, si autoproducono: ciò che una volta era un inatteso terrificante scherzo del destino e un trauma (una scoperta orribile, una rivelazione raccapricciante) degenera in un riflesso condizionato di routine. Hiroshima fu un trauma dagli echi assordantemente alti e apparentemente inestinguibili. Ma solo tre giorni più tardi, Nagasaki fu a malapena un trauma, che produsse pochi echi, seppure ne produsse. Joseph Roth ha indicato uno dei meccanismi dell'abituazione desensibilizzante:
Quando si verifica una catastrofe, le persone vicine vengono traumatizzate fino a provare un senso di impotenza. Per certo le catastrofi producono tale effetto. Sembra che ci si aspetti che le catastrofi abbiano breve durata. Ma le catastrofi croniche sono così spiacevoli per i vicini che quest'ultimi gradualmente diventano indifferenti sia alle catastrofi, sia alle loro vittime, quando non sviluppano in proposito una vera e propria impazienza... Quando l'emergenza si protrae troppo a lungo, le mani che si protendevano a offrire aiuto tornano a infilarsi nelle tasche, i falò della compassione si spengono.
In altre parole, una catastrofe che duri a lungo traccia il solco della propria perpetuazione consegnando il trauma iniziale e la violenza all'oblio, indebolendo e appannando la solidarietà umana con le sue vittime, minando così la possbilità di unire le forze nel tentativo di allontanare vittimizzazioni future."
Leggi l'indice e il capitolo 5 ("La banalità del male")

giovedì 21 marzo 2013

Carriera delle parole

“Per convincersi che la storia delle idee non è che una successione di vocaboli trasformati in altrettanti assoluti, basta passare in rassegna gli avvenimenti filosofici più importanti dell’ultimo secolo.
È noto il trionfo della «scienza» all’epoca del positivismo. Chi se ne faceva forte poteva straparlare in pace: tutto gli era permesso dal momento che invocava il « rigore » o « l’esperienza ». La Materia e l’Energia fecero di lì a poco la loro comparsa: il prestigio delle maiuscole che portavano non durò a lungo. L’indiscreta, l’insinuante Evoluzione guadagnava terreno su di loro. Sinonimo dotto di «progresso», contraffazione ottimistica del destino, pretendeva di eliminare ogni mistero e ammaestrare le intelligenze: un culto le fu consacrato, non diverso da quello che si votava al «popolo». Sebbene abbia avuto la fortuna di sopravvivere ai suoi momenti di auge, tuttavia non risveglia più alcun accento lirico: chi la esalta si compromette o dimostra di essere fuori moda.
Verso l’inizio del secolo la fiducia nei concetti vacillò. L’intuizione, insieme al suo seguito – durata, slancio, vita – doveva approfittarne e regnare per un certo tempo. Poi fu necessario qualcosa di nuovo: venne il turno dell’Esistenza. Parola magica che eccitò specialisti e dilettanti. Si era trovata finalmente la chiave. E non si era più un individuo, bensì un Esistente.
Chi farà un dizionario dei termini secondo le epoche, un inventario delle mode filosofiche? L’impresa ci mostrerebbe che un sistema è datato dalla sua terminologia, che è logorato sempre dalla forma. Quel tal pensatore che pure ci interesserebbe ancora, rifiutiamo di rileggerlo perché ci risulta insopportabile l’apparato verbale indossato dalle sue idee. Gli imprestati filosofici sono nefasti per la letteratura. (Si pensi a certi frammenti di Novalis guastati dal linguaggio fichtiano). Le dottrine muoiono a causa di ciò che aveva assicurato il loro successo: lo stile. Perché rivivano, dobbiamo ripensarle nel nostro gergo oppure immaginarle prima della loro elaborazione, nella loro realtà originaria e informe.
Tra i vocaboli importanti ce n’è uno la cui carriera, particolarmente lunga, suscita melanconiche riflessioni. Parlo dell’Anima. Quando si considera il stato attuale, la sua fine miserevole, si resta sconcertati. Eppure aveva cominciato bene. Si pensi al posto che il neoplatonismo le riservava: principio cosmico, derivato del mondo intellegibile. Tutte le antiche dottrine improntate al misticismo poggiavano su di essa. Il cristianesimo, meno preoccupato di definirne la natura che di fissarne l’uso per il credente, la ridusse a dimensioni umane. Come dovette rimpiangere il tempo in cui abbracciava la natura e godeva del privilegio di essere immensa realtà e insieme principio esplicativo! Nel mondo moderno riuscì a poco a poco a riconquistare terreno e a consolidare le sue posizioni. Credenti e non credenti dovevano tenerne conto, trattarla con cautela e avvalersene; non fosse che per combatterla, la si citava perfino nei momenti cruciali del materialismo; e anche i filosofi, così reticenti nei suoi riguardi, le riservavano pur sempre un angolino nei loro sistemi.
Oggi, chi si cura più dell’anima? Se la si menziona, è soltanto per distrazione; il suo posto è nelle canzoni: soltanto la melodia riesce a renderla sopportabile, a farne dimenticare la vetustà. Il discorso non la tollera più: troppi significati ha rivestito, a troppi usi è servita, così si è sciupata, deteriorata, svilita. Il suo patrono, lo psicologo, a forza di girarla e rigirarla, doveva darle il colpo di grazia. Così, non suscita ormai nelle nostre coscienze quel rimpianto che si accompagna alle belle glorie per sempre tramontate. E pensare che una volta i saggi la veneravano, la ponevano al di sopra degli dèi, e le offrivano l’universo affinché ne disponesse suo piacimento.”

Emil Cioran, La tentazione di esistere, Adelphi, Milano 2002, pp. 155-157

Pubblicata l'immagine del cosmo più vicina al Bing Bang:
l'Universo ha 13,82 mld anni

Presentate oggi a Parigi le prime mappe cosmologiche del telescopio spaziale Planck dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). È il primo "ritratto" dell'Universo appena nato.

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO INAF-ASI DA PRESS RELEASE ESA
21 marzo 2013
Planck rivela un Universo quasi perfetto 

Rappresentazione artistica del satellite Planck (ESA)
La mappa più precisa mai realizzata del fondo cosmico a microonde (la radiazione fossile del Big Bang), acquisita dal telescopio spaziale Planck dell'Agenzia Spaziale Europea, è stata rilasciata oggi. Rivela l'esistenza di caratteristiche che mettono in discussione le basi della nostra attuale comprensione dell'universo.
La mappa si basa sui dati raccolti nei primi 15 mesi e mezzo d’osservazioni, ed è la prima immagine a tutto cielo prodotta da Planck della luce più antica emessa nel nostro Universo nel corso dei suoi 13,7 miliardi di anni di vita, risalente a quando aveva appena 380mila anni.
A quell’epoca, il giovane Universo era costituito da una zuppa densa e calda, circa 2700 gradi, di protoni, elettroni e fotoni che interagivano fra loro. Quando i protoni e gli elettroni si unirono a formare atomi d’idrogeno, i fotoni – e dunque la luce – poterono per la prima volta propagarsi liberamente. Mano a mano che l'Universo si espandeva, quella luce si è estesa fino alla lunghezza d’onda delle microonde, equivalente a una temperatura di soli 2,7 gradi sopra lo zero assoluto.
Questa radiazione cosmica di fondo a microonde (o CMB, dall’inglese cosmic microwave background) mostra piccole fluttuazioni di temperatura che corrispondono a regioni con leggere differenze di densità nell’Universo primordiale, e che costituiscono i semi di tutte le strutture che si sarebbero formate successivamente: le stelle e le galassie di oggi.
Secondo il modello standard della cosmologia, le fluttuazioni sarebbero sorte immediatamente dopo il Big Bang, per poi estendersi a scale cosmologiche, dunque di grandi dimensioni, nel corso di una rapida fase d’espansione accelerata nota come “inflazione”.
Planck è stato progettato per ricostruire, con una risoluzione e una sensibilità senza precedenti, la mappa a tutto cielo di queste fluttuazioni. Analizzando la natura e la distribuzione dei semi nell’immagine della CMB di Planck, siamo in grado di stabilire la composizione e l'evoluzione dell'Universo dalla sua nascita ai giorni nostri.
Nel complesso, le informazioni estratte dalla nuova mappa di Planck forniscono, con un’accuratezza mai raggiunta prima, una conferma eccellente del modello standard della cosmologia, diventando così un nuovo punto di riferimento per il nostro elenco dei contenuti dell'Universo.





Una nuova fisica? Le sorprese della mappa di Planck 

Ma proprio grazie alla sua altissima precisione, la mappa di Planck ha anche messo in evidenza alcune peculiarità inspiegabili che, per essere comprese, potrebbero richiedere una nuova fisica.
« La straordinaria qualità del ritratto dell'Universo neonato ottenuto da Planck ci permette di rimuovere uno a uno i suoi strati fino alle fondamenta. E quel che ne emerge è che il nostro modello del cosmo è ben lungi dall'essere completo. Un risultato reso possibile grazie a tecnologie uniche, sviluppate ad hoc dall’industria europea », spiega Jean-Jacques Dordain, Direttore Generale dell’ESA.
« I successi raccolti da Planck in questi anni sono il frutto anche di un sistema di eccellenza italiano, nel quale scienziati e industria hanno collaborato in maniera ordinata e produttiva. Un’eccellenza che è sempre presente in maniera significativa in molte missioni che ci pongono all’avanguardia nello sviluppo e nella realizzazione di strumenti e progetti in campo internazionale », dichiara Enrico Saggese, Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana.
“Ho contribuito a far si che questa missione avesse luogo sia come Presidente del Consiglio Scientifico dell’ESA – ricorda Giovanni Bignami, Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica - che prima ancora come Direttore Scientifico dell'ASI. Ho poi avuto modo di sostenerla come presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana e oggi sono a raccoglierne i preziosi frutti come Presidente dell'INAF, testimone, credo, di un'eccellenza italiana nel campo dell'astrofisica e delle attività spaziali che ha pochi eguali al mondo”.
Una delle scoperte più sorprendenti è che, a grandi scale angolari, le fluttuazioni della temperatura della CMB non corrispondono a quelle previste dal modello standard: il loro segnale è meno intenso di quanto implicherebbe la struttura a scala angolare più piccola rivelata da Planck.
Non solo: le temperature medie nei due emisferi opposti del cielo presentano un’asimmetria. E questo è in contrasto con quanto predice il modello standard, secondo il quale l'Universo dovrebbe essere grosso modo simile in tutte le direzioni in cui lo osserviamo.
Oltre a ciò, c’è una regione fredda (cold spot) che si estende su una porzione di cielo molto più grande del previsto.
Le due anomalie dell’asimmetria e della regione fredda erano già state notate dal predecessore di Planck, la missione WMAP della NASA, ma erano state in gran parte ignorate per i dubbi che permanevano circa le loro origini cosmiche.
« La rilevazione di queste anomalie da parte di Planck scioglie ogni dubbio circa la loro realtà. Non è più possibile attribuirle a errori introdotti dalle misure: ci sono davvero. Ora dobbiamo riuscire a spiegarle in modo convincente », dice Paolo Natoli dell'Università degli Studi di Ferrara.
Un modo per spiegare le anomalie è quello di supporre che l'Universo, a scale maggiori di quelle che riusciamo a vedere, non sia in realtà uguale in tutte le direzioni. In un simile scenario, i raggi di luce della CMB potrebbero aver attraversato l’Universo seguendo una strada più complicata di quanto immaginavamo, dando così origine agli schemi inconsueti che stiamo osservando.
« Una delle conferme più importanti offerte dai dati di Planck riguarda le fluttuazioni primordiali: quelle da cui si sono formate, nel tempo, le galassie, le stelle e tutte le strutture che osserviamo. Grazie a Planck, oggi sappiamo che quelle fluttuazioni obbediscono con grande precisione a una statistica gaussiana. Questo risultato rappresenta la più stringente conferma dell'inflazione. Ora occorre però comprendere che cosa l'abbia messa in moto, pochissimi istanti dopo il Big Bang », osserva Nazzareno Mandolesi, membro del CdA dell'Agenzia Spaziale Italiana e associato INAF, responsabile dello strumento LFI di Planck. «Prendiamo la nuova particella identificata al CERN: se, come sembra, è davvero il bosone di Higgs, essa ha un ruolo fondamentale nel dare una massa a tutte le particelle elementari del modello standard. Ma potrebbe essere anche la misteriosa particella che scatena l'inflazione? Queste sono le domande con le quali una nuova fisica, situata all’intersezione fra cosmologia e fisica fondamentale, dovrà confrontarsi negli anni a venire».


Una nuova ricetta cosmica 

In ogni caso, al di là delle anomalie, i dati di Planck mostrano un accordo spettacolare con le attese derivanti da un modello dell’Universo piuttosto semplice, permettendo agli scienziati di calcolare, con una precisione mai raggiunta prima, le quantità dei suoi ingredienti.
La materia normale, quella di cui sono fatte le stelle e le galassie, contribuisce per appena il 4,9% alla totalità della massa e della densità d’energia di cui è costituito Universo. La materia oscura – rilevata fino a oggi solo in modo indiretto, osservandone gli effetti gravitazionali – contribuisce per il 26,8%, quasi un quinto in più di quanto stimato in precedenza. Discorso opposto per l'energia oscura, una forza misteriosa ritenuta responsabile dell’accelerazione dell'espansione dell'Universo: il suo contributo è minore di quello che si pensava.
Infine, i dati di Planck permettono di assegnare un nuovo valore alla costante di Hubble, che indica la velocità alla quale l'Universo si sta oggi espandendo: 67,15 km/s/Mpc, dunque un valore significativamente inferiore rispetto a quello standard utilizzato in astronomia. Da questo numero si desume che l’età dell’Universo è di 13.82 miliardi di anni.
« Dopo vent’anni di lavoro e di attesa, è un’emozione straordinaria vedere in diretta l’universo neonato con una definizione senza precedenti. È un po’ come sbarcare per la prima volta su un continente ignoto», dice Marco Bersanelli dell’Università degli Studi di Milano e associato INAF. « Le mappe di Planck portano i segni inequivocabili di processi che sono avvenuti nella prima frazione di secondo dopo l’inizio della storia cosmica, e ci sorprendono con alcune tracce impreviste la cui natura al momento sfugge a qualsiasi spiegazione ».

Anna Maria Ortese - La cosa più inaccettabile del vivere sulla Terra

Una riflessione sempre attuale della grande e indimenticabile scrittrice italiana

Quale sembra a lei, oggi, la cosa più inaccettabile, o per lo meno inspiegabile , del vivere sulla Terra?

"Posso citare una pagina di Ionesco: sulla violenza. La riporta Nicola Chiaromonte nei suoi bellissimi Scritti sul teatro. Bisogna leggerla, perchè pochi hanno mai individuato l'orrore - tutto - in uno scontato comportamento umano. La violenza - l'aggressione che si presenta sempre inattesa, di un'ombra a un'altra ombra - è proprio l'orrore annidato nel vivere universale. Anche la natura aggredisce: ma nell'uomo la violenza, vista naturalmente al rallentatore e senza suoni che distraggono, ha qualcosa che gela il sangue. Si ha proprio la sensazione di una cosa estranea al mondo -  al mondo della luce - che viene da fuori, e viene come uno spettro. Sì, sento la violenza come uno spettro. E so che essa è così conscia della sua natura impossibile e dolorosa, da cercare il rumore, e magari le musiche per attuarsi. Basti pensare come si va alla guerra, come si effettuano i massacri. E come si gridano cose eccelse quando si spiega la propria forza su esseri inermi. E come si innalzano le proprie ragioni, chiamandole ragione, quando si distrugge un altro, e spesso sono folle di altri. A questo riguardo, mai sono cominciati i Buchenwald, e mai sono finiti. I campi di morte, genuina creazione umana, ignota alle stesse fiere, sono eterni. E sempre si valgono del rumore, della musica, anche la più alta, per legittimare il gioco del dolore. Ecco, io odio la legalità dei distruttori e l'arte che intende decantare lo spirito di distruzione (questo è la violenza). E so che se un attimo solo la muisca e la copertura dell'arte cessassero intorno a qualsiasi uccisore; e costui o costoro potessero vedersi, rivedere le proprie azioni, attimo dopo attimo, e ogni attimo durasse dieci minuti; e senza rumore affatto, senza suoni, o musiche o paroli importanti, e senza pubblici sostenitori, del tutto in solitudine... subito l'uomo afferrerebbe tutto l'orrore di essere quello, di essere malattia o follia, e vorrebbe fuggire. Non dalla giustizia, ma da se stesso. Ma nessuno si vede mai. Nessuno - macellai, eroi, e ragazzi per bene che ditruggono un loro simile o un cane - ha il vantaggio di un impassibile specchio. Il mondo è pieno di immagini, ma gli spettri - che pure vivono al nostro fianco, e la notte piegano il viso accanto alla nostra lampada - non si vedono mai."

Anna Maria Ortese, Corpo celeste, Adelphi, 1997, pp. 109-111.

mercoledì 20 marzo 2013

Realizzata in Italia la prima retina artificiale

Un gruppo di ricerca dell'Istituto Italiano di tecnologia di Genova, coordinato da Fabio Benfenati, ha realizzato la prima retina artificiale con materiali organici e biocompatibili. La notizia è stata pubblicata dalla rivista Nature Photonics. La retina artificiale, che funziona come una microcella solare, è stata  testata in laboratorio e  si sta già lavorando alla sperimentazione sugli animali. Se i risultati saranno positivi, fra 3-5 anni si passerà ai primi studi pilota sull'uomo.


domenica 17 marzo 2013

B. F. Skinner – Il destino individuale

L’uomo interiormente libero, ritenuto responsabile del comportamento dell’organismo esterno, è soltanto un surrogato prescientifico... compito doloroso della scienza è sempre stato quello di spodestare le più dirette convinzioni riguardo al posto occupato dall’uomo nell’universo.

Una riflessione sempre attuale di uno dei maggiori protagonisti del pensiero scientifico del Novecento. 

Burrhus Frederic Skinner
“Il pensiero occidentale mette in rilievo l’importanza e la dignità dell’individuo. Le filosofie democratiche dello stato, fondate sui « diritti dell’uomo », asseriscono che tutti gli individui sono uguali davanti alla legge e che il benessere dell’individuo costituisce la meta dell’ordinamento statale. Nelle analoghe filosofie della religione, si lascia all’individuo stesso, invece che ad un’agenzia religiosa, l’amministrazione della pietà e della salvazione. La letteratura e l’arte democratica danno importanza non al tipo ma all’individuo e spesso si sono occupate dell’aumento della conoscenza e della comprensione che di se stesso ha l’uomo. Molte scuole psicoterapeutiche hanno accolto la dottrina secondo la quale l’uomo è padrone del proprio destino. Nel campo dell’educazione, della pianificazione sociale e in molti altri, al primo posto si è messa la considerazione del benessere e della dignità dell’individuo.

Non si può affatto negare l’efficacia di questo punto di vista: le pratiche ad esso connesse hanno dato all’individuo il vigore di appartenente energico ed attivo della collettività. L’individuo che « si afferma » è quello che per il quale l’ambiente sociale è particolarmente rafforzante, effetto prodotto in particolare dall’ambiente cha ha caratterizzato il pensiero democratico occidentale. Quel punto di vista assume particolare importanza in opposizione al controllo dispotico e si può difatti capire soltanto in rapporto a questo tipo di controllo: il primo passo verso il controcontrollo di un’agenzia potente è quello di irrobustire colui che è soggetto al controllo. Se non si può fare in modo che l’agenzia statuale capisca il valore che per lei stessa riveste l’individuo, questo valore lo si deve far capire senz’altro all’individuo. L’efficacia della tecnica è resa evidente dal fatto che i governi dispotici finiscono per essere controcontrollati da parte di individui che agiscono in vista della costruzione di un mondo che ritengono più rafforzante; e in effetti le agenzie statuali che riconoscono l’importanza dell’individuo diventano spesso potenti.

L’uso di concetti quali libertà individuale, iniziativa privata e responsabilità personale è stato perciò molto rafforzato. Quando però torniamo a ciò che la scienza ha da offrire, non troviamo un conforto molto sicuro per il punto di vista tradizionale occidentale. L’ipotesi che l’uomo non sia libero è essenziale all’applicazione del metodo scientifico allo studio del comportamento umano. L’uomo interiormente libero, ritenuto responsabile del comportamento dell’organismo esterno, è soltanto un surrogato prescientifico di quel tipo di cause che sono state scoperte nel corso di un’analisi scientifica, le quali giacciono tutte all’esterno dell’individuo: persino lo stesso sostrato biologico viene determinato da eventi precedenti verificatesi in un processo genetico. Altri eventi importanti si trovano nell’ambiente non sociale e nella cultura dell’individuo intesa nel senso più ampio possibile. Queste sono le cose che fanno comportare l’individuo come si comporta. Egli non ne è responsabile ed è inutile dargliene lode o biasimo: non importa che l’individuo assuma sulle proprie spalle il peso di controllare le variabili di cui il comportamento è funzione o, in senso più ampio, di impegnarsi nella progettazione della propria cultura. Egli lo fa soltanto perché è il prodotto di una cultura che genera, quale modulo di comportamento, l’autocontrollo o la progettazione culturale. L’ambiente determina l’individuo perfino quando l’individuo altera l’ambiente.

Un po’ alla volta si è giunti ad ammettere, da parte di coloro che si occupano dei mutamenti nella sorte dell’umanità, l’importanza prioritaria dell’ambiente. È molto più efficace cambiare la cultura piuttosto che l’individuo dato che qualunque effetto sull’individuo in quanto tale andrà perduto alla sua morte: poiché le cultura sopravvivono per periodi molto più lunghi, un effetto su di loro è più rafforzante. Si ha una distinzione analoga tra la medicina clinica, che si occupa della salute dell’individuo, e la scienza medica, che si occupa di far progredire le pratiche mediche che poi finiranno per influire sulla salute di miliardi di individui. È presumibile che divenendo sempre più evidente l’incidenza dell’ambiente sociale sul comportamento dell’individuo, questa importanza attribuita alla cultura si accrescerà. Si potrebbe perciò ritenere necessario passare da un filosofia che mette in primo piano l’individuo ad una che gli preferisca la cultura o la collettività. Ma anche le culture mutano e periscono, e non si deve dimenticare che sono state create dall’azione individuale e che sopravvivono soltanto grazie al comportamento di individui.

La scienza non pone la collettività o lo stato al di sopra dell’individuo o viceversa. Tutte le interpretazioni di questo genere derivano da un’infelice figura retorica, presa on prestito da certi casi preminenti di controllo. Per analizzare la determinazione della condotta umana abbiamo scelto come punto di partenza un anello di particolare rilievo in una lunga catena causale. Quando un individuo manipola in modo adeguato le variabili di cui è funzione il comportamento di un altro individuo, si dice che il primo controlla il secondo, ma non ci si domanda chi o che cosa controlla il primo. Quando un sistema statuale controlla in modo pertinente i suoi cittadini, si esamina questo fatto senza identificare gli eventi che controllano il sistema statuale. Quando si dà forza all’individuo per farne uno strumento di contro controllo, lo si può ritenere, come avviene nelle filosofie democratiche, un punti di partenza. In realtà però non si ha motivo di assegnare a nessuno e a nulla il ruolo di motore primo. Sebbene la scienza si limiti necessariamente a trascegliere dei segmenti in una serie continua di eventi, è all’intera serie che qualunque interpretazione deve finire per applicarsi.

Ma anche così, la concezione dell’individuo che emerge da una analisi scientifica è sgradevole per tutti coloro che abbiano fortemente subito l’influsso delle filosofie democratiche. Come abbiamo detto fin dal primo capitolo, compito doloroso della scienza è sempre stato quello di spodestare le più dirette convinzioni riguardo al posto occupato dall’uomo nell’universo. È facile comprendere perché gli uomini tanto spesso lusinghino se stessi, perché diano al mondo caratteristiche che li rafforzino fornendo loro una via di fuga dalle conseguenze della critica o di altre forme di punizione. Ma sebbene le lusinghe irrobustiscono temporaneamente il comportamento, è da mettere in dubbio che riescano ad avere un definitivo valore di sopravvivenza. Se la scienza non conferma i postulati della libertà, dell’iniziativa privata e della responsabilità personale nel comportamento dell’individuo, essi in fondo non avranno neppure l’efficacia di congegni motivanti o di mete da proporre alla progettazione della cultura. Non ce ne possiamo disfare alla leggera e infatti possiamo trovare difficoltà a controllare noi stessi o gli altri finché non si siano sviluppati dei principi alternativi. Ma il mutamento verrà probabilmente introdotto, e non ne segue che concetti più nuovi debbano necessariamente essere meno accettabili. Ci si può consolare con la riflessione che la scienza è in fondo un progresso cumulativo di conoscenza dovuto all’uomo soltanto e che la somma dignità umana può consistere nell’accettazione della realtà del comportamento umano a prescindere dalle sue implicazioni circoscritte.”

Burrhus Frederic Skinner, Scienza e comportamento, Franco Angeli, Milano 1992, pp. 504-506

venerdì 15 marzo 2013

Le neuroscienze miglioreranno la convivenza sociale?

di Domenico Condito

Andiamo incontro a una stagione nuova nel campo delle neuroscienze, con risultati che potrebbero determinare una revisione radicale della stessa concezione dell’uomo e del suo rapporto con la realtà. Gli studi sui meccanismi neurofunzionali sottesi, per esempio, alla conoscenza, alla creatività e ai comportanti sociali e morali stanno già determinando una sorta di “rivoluzione copernicana”, spazzando via teorie pseudoscientifiche, credenze e approcci di tipo fideistico in voga da secoli. 

I risultati di queste ricerche stentano a raggiungere il grande pubblico, e la loro divulgazione è contrastata dalle resistenze delle grandi lobby ideologiche e religiose. Tuttavia, sono destinati a incidere in misura rilevante nello sviluppo della civiltà moderna, determinando non solo nuovi assetti di pensiero, al di là delle stesse neuroscienze, ma anche una generale riorganizzazione delle nostre società. Sarà un cambiamento epocale paragonabile al passaggio dal geocentrismo tolemaico alla visione eliocentrica copernicana. 

In questo senso, le neuroscienze sono “colme di futuro”, e ciò risulterà maggiormente evidente nei prossimi anni, grazie al lancio di due importanti progetti di ricerca, rispettivamente negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. Nelle scorse settimane, il presidente Obama ha annunciato il varo del Brain Activity Map Project, con un piano di finanziamenti da 300 milioni di dollari all’anno per dieci anni, il cui obiettivo è la mappatura delle attività del cervello. Nel frattempo, l’Unione Europea aveva già deciso d’investire un miliardo e mezzo di euro in The Humain Brain Project, che punterà sulla realizzazione di piattaforme tecnologico-computazionali per integrare funzionalmente le conoscenze neuroscientifiche nel loro complesso. 

La ricerca e i temi delle neuroscienze di base, infatti, configurano una costellazione molto vasta, dove, pur connotandosi in modo sempre più specialistico, emerge lo sforzo di ricomporre in una comprensione più unitaria e fondata la conoscenza dell’uomo. Vogliamo segnalare, in quest’ambito, l’importanza crescente delle neuroscienze sociali, che studiano le risposte comportamentali che hanno rilevanza per la convivenza sociale. 
Il loro sviluppo ha avuto una caratterizzazione geografica molto evidente. Come scrive il prof. Gilberto Corbellini (Il Sole 24 Ore-Domenica, 10 marzo 2013, p. 25), “le ricerche condotte nei laboratori nordamericani si sono sviluppate partendo da problemi di psicologia della salute, cioè studiando gli effetti a livello endocrino di diversi stimoli sociali, quindi dall’identificazione degli effetti di lesioni neurofunzionali sulla psicologia della propria personalità sociale, fino alla scoperta, con gli avanzamenti delle tecnologie radiologiche, di risposte automatiche del cervello a fronte di stimoli cognitivi con valenze sociali, inclusi giudizi morali o le decisioni che implicano fiducia e disponibilità per scambi economici. Sul fronte europeo gli studi di neuroscienze sociali hanno assunto rilevanza scientifica internazionale attraverso le ricerche sulle basi neurobiologiche della teoria della mente o mindreading, e con l’espansione largamente interdisciplinare delle ricadute che ha avuto la scoperta dei neuroni a specchio e la possibilità di caratterizzare le basi neurobiologiche di atteggiamenti socialmente positivi, come l’empatia”. 

Una domanda rilevante che si pongono gli studiosi di neuroscienze sociali è se i risultati delle loro ricerche siano in grado o meno di migliorare la qualità della convivenza civile nelle nostre società multietniche e multiculturali, limitando la conflittualità e favorendo esperienze d’integrazione. Di certo, tali studi hanno validato sul piano scientifico una serie di risposte comportamentali cablate nel nostro fenotipo da cause remote, e rilevate empiricamente da sociologi, primatologi, psicologi comparati e antropologi evoluzionisti. Come, per esempio, le risposte emotive attivate in automatico dalle strutture cerebrali implicate nella paura e nella fiducia, quando interagiamo con persone di etnie diverse. Automatismi che, “a nostra insaputa”, ci portano a preferire, e favorire, soggetti che appartengono al nostro stesso gruppo, o a provare diffidenza, se non addirittura ostilità, verso persone di appartenenza “diversa”. Risposte senz’altro adattive e utili quando gli uomini vivevano in gruppi ristretti e stabili, ma poco funzionali alla convivenza nelle nostre società globalizzate. 

Purtroppo, i dati scientifici prodotti dalle neuroscienze sociali non sono tenuti in adeguata considerazione dagli studiosi delle scienze sociali e dagli intellettuali in genere, che pur invocano strategie per ridurre i danni causati dalla conflittualità e dai favoritismi nelle società multiculturali. “Tuttavia – scrive ancora il prof. Corbellini – alcuni risultati meriterebbero una discussione che vada al di là del mero sensazionalismo per le ripetute prove dell’attivazione automatica di strutture cerebrali e quindi di risposte somatiche che rilevano cambiamenti emotivi, per esempio di fronte a stimoli sociali come i volti con tratti caratteristici di etnie diverse. Di fronte all’eccitazione per il fatto che in prima istanza siamo controllati dalle emozioni, come diceva Hume, nulla induce a pensare, né a livello di studi di laboratorio né di esperimenti naturali, che se si asseconda questa predisposizione si ottengono più aperture e disposizioni a cooperare nelle complesse interazioni sociali che richiede convivere in un mondo globalizzato. Le emozioni sono essenziali nelle decisioni, ma per apprezzare i valori della convivenza in società innaturali serve forse soprattutto impadronirsi di strumenti cognitivi per decidere anche usando regole razionalmente affidabili, perché trasparenti e controllabili”. 

Il dibattito è aperto, e la questione centrale sulle “regole” di buon funzionamento sociale, enunciata sapientemente dal prof. Corbellini, ci porta su un terreno difficile, ma necessario. Sono in gioco valori fondamentali come libertà, autodeterminazione e democrazia. Le risposte migliori verranno probabilmente dalla contaminazione di “saperi” diversi, ma non senza averne ampliato gli orizzonti cognitivi alla comprensione dell'uomo nuovo che le neuroscienze hanno catapultato nel nostro mondo.

giovedì 14 marzo 2013

Nasa: "In passato poteva esserci vita su Marte"

WASHINGTON - Se ne è sempre parlato, ma ora c'è il crisma dell'ufficialità scientifica: una volta su Marte esistevano le condizioni necessarie per consentire forme di vita. Lo ha annunciato la Nasa, citando il risultato delle prime analisi delle trivellazioni effettuate dalla sonda Curosity. Secondo quanto riferito da Michale Meyer, capo del programma Nasa per l'esplorazione di Marte, sono state trovate nelle rocce analizzate da Curiosity alcune sostanze, come idrogeno, carbonio e ossigeno, indispensabili per consentire la sopravvivenza di forme di vita. "La fondamentale domanda cui (doveva rispondere) questa era se Marte avrebbe potuto sostenere un ambiente abitabile. Da quanto abbiamo appreso la risposta è si", ha sentenziato Meyer.

Marte

mercoledì 13 marzo 2013

L'arte della fuga, un film di Alessandro Zignani

Contrappunti di figure e parole sul progetto di trascrizione e rielaborazione de "L'arte della fuga" di J. S.Bach coordinato da Luciano Berio. Un progetto realizzato dal Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto "A. Belli".
 
Nasce il canale YouTube del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto “A. Belli”

Sono stati già inseriti spezzoni di interviste e alcuni documentari di particolare interesse realizzati negli ultimi anni. E’ infatti in rete il documentario prodotto dal Teatro Lirico Sperimentale in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto in occasione del grande progetto europeo realizzato nel 2001 “Bach-Berio, L’Arte della Fuga“, coordinato dal compianto Maestro Luciano Berio. Il film-documentario, curato da Alessandro Zignani, contiene interviste ai compositori che hanno trascritto, per l’occasione, i contrappunti de “L’Arte della Fuga” per organici vari ed eseguiti in prima mondiale a Spoleto il 31 maggio 2001 per poi essere successivamente riproposti, nello stesso anno, a Londra, L’Aia e Lione. 

Il progetto artistico, reso possibile grazie al convinto sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, è senz’altro uno dei più importanti curati e realizzati dal Teatro Lirico Sperimentale. Sono ricompresi nel documentario interviste ai numerosi compositori che hanno partecipato al progetto (Louis Andriessen, Aldo Clementi, Luis De Pablo, Betsy Jolas, Fabio Vacchi, Fabio Nieder, Gilberto Bosco, Marcella Tessarin, Loïc Mallié, Diderik Wagenaar, Andrew Schultz, Michele Tadini, Corrado Margutti, Andrea Ferrero Merlino, Arnold Bretagne, Arhaud Boukhitine, Adam Falkiewicz, Christopher Branch, Nathan Williamson, Adam Melvin, Christian FP Kram e Christoph Göbel) e una più articolata, interessante e suggestiva intervista a Luciano Berio. 

Il celebre compositore, scomparso nel 2003, collaborò vari anni (dal 1993 al 2001) con il Teatro Lirico Sperimentale, coordinando – insieme ai vertici dell’Istituzione lirica umbra – il Concorso per Nuove Opere di Teatro Musicale da Camera “Orpheus” e assumendo, sino al 2000, la Presidenza della Giuria internazionale per poi ideare il progetto di trascrizione de “L’Arte della Fuga di Bach” nel 2000, progetto che ottenne il sostegno anche dell’Unione Europea, che lo ha reputato miglior progetto artistico. L’inserimento di brani di spettacoli e di documentari continuerà nei prossimi mesi in modo da delineare, anche su YouTube, la storia dell’Istituzione che compie quest’anno 67 anni di attività. Si può accedere al canale YouTube dalla home page del sito istituzionale, ovvero www.tls-belli.it, oppure al seguente URL:  http://www.youtube.com/user/TeatroLiricoSpoleto?feature=watch .






martedì 12 marzo 2013

Eric Kandel - L'età dell'inconscio

Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni

In questo volume, pubblicato da Raffaelo Cortina Editore, il premio Nobel austriaco Eric Kandel prende le mosse dalla  fioritura culturale della sua città a inizio ‘900, con Klimt e Schiele tra i protagonisti, per esaminare le relazioni tra arte e scienza, tra cervello e bellezza.


Kandel usa le sue straordinarie doti di divulgatore per portarci nella Vienna del Novecento, dove le figure più eminenti della scienza e dell’arte diedero l’avvio a una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il modo di considerare la mente umana. Nei salotti viennesi dell’epoca si discutevano idee che avrebbero segnato una svolta nella psicologia, nella neurobiologia, nella letteratura e nell’arte. Tali idee portarono a progressi che esercitano ancora oggi la loro influenza. Sigmund Freud sconvolse il mondo mostrando come l’aggressività e i desideri erotici inconsci si esprimano simbolicamente nei sogni e nel comportamento. Arthur Schnitzler rivelò la sessualità inconscia delle donne con l’innovativo ricorso al monologo interiore. Gustav Klimt, Oskar Kokoschka e Egon Schiele diedero vita a opere di grande evocatività che esprimevano il piacere, il desiderio, l’angoscia e la paura. Scritto in modo magistrale e stupendamente illustrato, L’età dell’inconscio aiuta a capire i meccanismi cerebrali che rendono possibile la creatività nell’arte e nella scienza, aprendo una nuova dimensione nella storia intellettuale.


L'AUTORE

Eric R. Kandel, nato a Vienna nel 1929, insegna alla Columbia University di New York e dirige il Center for Neurobiology and Behavior presso la stessa Università. Svolge inoltre attività di ricerca presso l’Howard Hughes Medical Institute. Nel 2000 è stato insignito del premio Nobel per la medicina grazie alle sue ricerche sui meccanismi biochimici che portano alla formazione della memoria nelle cellule nervose. Per Raffaelo Cortina Editore ha pubblicato anche Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente (2007).

WWF - IL 23 MARZO TORNA "L'ORA DELLA TERRA"

Il 23 marzo torna l’Ora della Terra, il più grande evento globale WWF contro i cambiamenti climatici e per uno stile di vita più sostenibile. Diretta su Radio2 Rai.


Crescono in tutta Italia le adesioni all'Ora della Terra, la mobilitazione globale contro il cambiamento climatico che il 23 marzo alle 20.30 spegnerà monumenti e luoghi simbolo in migliaia di città del mondo. All'evento, che l'anno scorso ha coinvolto oltre 2 miliardi di persone in 7000 città e 152 Paesi del mondo, parteciperanno più di 150 Comuni italiani. Novità di quest'anno il David di Michelangelo a Firenze, la basilica di San Francesco ad Assisi, i portici palatini di Torino. I nuovi spazi culturali si aggiungono a partecipanti storici come il nucleo di monumenti di Firenze (Palazzo Vecchio, Ponte Vecchio, Palazzo Sacrati Strozzi, Duomo e Battistero), la mole Antonelliana, l'Arena di Verona, l'Acquario di Genova, il Teatro alla Scala di Milano, Piazza del Plebiscito a Napoli, Piazza Maggiore a Bologna, le mura di Lucca, la Fontana Maggiore di Perugia, la Torre dell'Elefante di Cagliari, la statua di Garibaldi a Trapani, i ponti di Calatrava a Reggio Emilia. Per l'occasione, il WWF scenderà in piazza insieme agli artisti di Ottovolante, la giostra dei comici di Radio2 Rai, che dalla scalinata di Trinità dei Monti, in Piazza di Spagna a Roma, accompagnerà il pubblico al countdown verso l'ora di buio. Lo spettacolo sarà condotto da Dario Ballantini e Savino Zaba, e vedrà alternarsi sulla scena Dario Cassini, Corrado Nuzzo e Maria Di Biase, Marco Bazzoni, Andrea Perroni, Antonio Giuliani e Fabrizio Gaetani, con la partecipazione straordinaria di Simona Molinari. Insieme a loro gli esperti del WWF che racconteranno le grandi sfide che tutti dobbiamo affrontare per la salvaguardia del pianeta.

Vivere in conflitto con il proprio tempo

"Vivere in conflitto con il proprio tempo è un privilegio. In ogni momento si è coscienti di non pensare come gli altri. Questo stato di discordanza acuto, per quanto indigente, per quanto sterile sembri, possiede tuttavia uno statuto filosofico, che si cercherebbe invano nelle cogitazioni armonizzate con gli eventi."
  Emil Cioran 


Erri De Luca - L'Arte della Fuga

"La fuga è per me un atto di libertà, un atto di libertà da una condizione servile, da una oppressione, da un recinto..." Erri De Luca al Festivaletteratura di Mantova 2011. Il video integrale.

lunedì 11 marzo 2013

Mostra - AfricArte. Alla scoperta del Contemporaneo

Opening Sabato 16 marzo, ore 18.30 – Incontro con il collezionista Marcello Lattari 
Pramantha Arte, Corso Giovanni Nicotera, 165 - Lamezia Terme

Con un evento espositivo unico in Calabria, il prossimo sabato 16 marzo arriva l'atteso appuntamento Pramantha di questo anno 2013: AfricArte. Alla scoperta del Contemporaneo a cura di Maria Rosaria Gallo, presso gli spazi espositivi della galleria Pramantha Arte in Via Giovanni Nicotera 165 a Lamezia Terme, con inaugurazione alle ore 18.30 e durata fino al prossimo 2 maggio. Visitabile gratuitamente da martedì a sabato, dalle ore 17 alle ore 20.


AfricArte. Alla scoperta del Contemporaneo - afferma il curatore - è una mostra di arte tribale. Un saggio di scultura e cultura africana allestito in 65 autentici manufatti (tra maschere e statuaria di varia età e provenienza), selezionati da una delle più importanti collezioni private di arte africana in Italia: la collezione dello studioso e ricercatore calabrese Marcello Lattari. 

Un viaggio intriso di molteplici sensi e dimensioni. 

Ad un livello di testimonianza culturale, l’evento rende manifesto lo straordinario mondo di Marcello Lattari, penetrando nell'intimo della sua quarantennale passione per l'arte Africana e svelando una realtà che pochi immaginerebbero esistente in Calabria, ma che molti conoscono nel resto d’Europa e del mondo. I 65 pezzi consegnati a Pramantha, infatti, non sono che un piccolo rilucente frammento della ricerca di un "filosofo" odierno che nella pratica del cercare e del collezionare svolge il suo percorso conoscitivo, inseguendo con sincerità, istinto e rigore scientifico interrogativi atavici che fin dagli anni '70 lo legano al continente dell'origine per eccellenza e lo impegnano in una ulteriore e costante attività di consulenza e divulgazione a livello internazionale. Una attività che prende corpo nella raccolta denominata appunto AfricArte, comprendente oggi un notevole numero di esemplari provenienti dalle regioni e dalle etnie più prolifere dell’Africa Subsahariana, di cui se ne scorge la fisionomia nel sito web www.africarte.it

Da un punto di vista percettivo, la mostra si offre come un'esperienza estetica forte, principalmente sensoriale, fatta di odori, colori, volumi, combinazioni e architetture spaziali, sorprendentemente oscillanti tra naturalismo, astrazione, simbolismo e funzionalità. Una ricchezza espressiva che testimonia una creatività africana tradizionale estremamente variegata e irriducibile a semplificazioni; quella stessa ricchezza la cui complessità concettuale e raffinatezza stilistica ipnotizzò artisti, intellettuali e collezionisti agli inizi del Novecento, dilagando come una vera e propria febbre di caccia all’oggetto tribale e contribuendo, soprattutto, all’affermarsi di quella rivoluzione radicale (estetica, filosofica, spirituale, culturale) che travolse il vecchio mondo e che nelle Avanguardie artistiche vide il suo principale motore. Bastano a citazione i nomi emblematici di Matisse e Picasso (pionieri della rivoluzione artistica e grandi amanti dell’art nègre) le cui ricerche e soluzioni « apparvero - come scrive Tristan Tzara in Scoperta delle arti cosiddette primitive - come un esito naturale delle esperienze attinte dal fondo anonimo dell’arte dei popoli neri ».

Da un punto di vista oggettuale e narrativo, attraverso una “rappresentanza” etnico-geografica che comprende opere provenienti per lo più dall’Africa occidentale (Mali, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Liberia, Ghana, Nigeria, Camerun, Gabon, Angola), da diverse regioni dell’attuale Repubblica Democratica del Congo e - con un bellissimo esemplare di maschera ventrale - dalla Tanzania, la mostra richiama i temi forti e gli usi tipici della cultura e dei costumi tradizionali africani: il culto della fertilità, i miti delle origini, le cosmogonie, l’animismo, il feticismo. Una costellazione di pratiche e valori che ancora oggi, nell’immaginario utopico occidentale, occupa l’emblema di una esistenza umana libera nell’armonia tra individuo-società-natura-cosmo.

Le opere esposte - figure di antenati, figure maschili e femminili, figure mitiche, maternità, maschere rituali, maschere facciali e caschi dalle linee antropomorfe e zoomorfe, feticci, reliquari e oggetti d’uso quotidiano - offrono un’idea tangibile della totale alterità che il senso e la funzione dell’arte acquista nella tradizione dei popoli africani rispetto ai popoli cosiddetti occidentali. Ad essere evocati dalle sculture sono principalmente rituali, cerimonie, feste, danze e credenze che conferiscono all’arte, alla pratica creativa e alla produzione artistica una necessità vitale per l’esistenza stessa dell’individuo e della società nel mondo. Una “funzionalità” che però in nessun caso - di fronte all’opera d’arte - sminuisce l’energia poetica di linguaggi che per sintesi ed essenzialità si sono scoperti universali e, come disse Picasso, insuperabili.

AfricArte in Pramantha, inoltre, si presenta come un’occasione di approfondimento che, partendo da suggestioni primordiali, articola un calendario di appuntamenti tra arte, storia, filosofia, cinema e astronomia avventurandosi alla scoperta del Contemporaneo con le seguenti date:

Sabato 16 marzo
ore 18.30: Collezionando l'Africa. Opening con Marcello Lattari

Sabato 23 marzo
ore 18.30: Arte tribale/Arte Contemporanea. L'Africa all'origine delle Avanguardie con Maria Rosaria Gallo
ore 21.00: film - Modigliani. I colori dell'anima di Mick Davis

Sabato 6 aprile
ore 18.30: Africa/Italia. L'esperienza della colonizzazione e il ministero del calabrese Gaspare Colosimo con il Prof. Vanni Clodomiro (Unical)

Sabato 20 aprile
ore 18.30: Cosmogonie/Cosmologie. Tra mito e scienza, l'origine nell'Universo con Antonio Bruno Umberto Colosimo e Marcello Lattari”. (Testo dalla presentazione di Maria Rosaria Gallo).

Mostra: AfricArte. Alla scoperta del Contemporaneo
a cura di Maria Rosaria Gallo
Pramantha Arte Corso Giovanni Nicotera 165 - Lamezia Terme (CZ)
info tel. 333 5287972 - tel 339 5028498 - mail arte@pramantha.com

venerdì 8 marzo 2013

Eric Kandel - Psichiatria, Psicoanalisi e Nuova Biologia della Mente


Eric Kandel, vincitore nel 2000 del premio Nobel per la medicina e la fisiologia, analizza in una nuova prospettiva l’influenza della biologia sulla psichiatria contemporanea. L’idea centrale dell’autore, secondo cui una comprensione più profonda dei processi biologici di apprendimento e memoria getta luce sul comportamento e sui suoi disturbi, ha segnato una svolta rivoluzionaria nella nostra visione della biologia, della psichiatria e della psicoanalisi. Un contributo di enorme rilievo scientifico e una preziosa risorsa per le ricerche future.

Leggi la recensione di Noemi Della Ratta dell'Università degli Studi di Firenze


L'AUTORE

Eric R. Kandel, nato a Vienna nel 1929, insegna alla Columbia University di New York e dirige il Center for Neurobiology and Behavior presso la stessa Università. Svolge inoltre attività di ricerca presso l’Howard Hughes Medical Institute. Nel 2000 è stato insignito del premio Nobel per la medicina grazie alle sue ricerche sui meccanismi biochimici che portano alla formazione della memoria nelle cellule nervose. Per Raffaelo Cortina Editore ha pubblicato anche L'età dell'inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni (2012).

Attraversando un paese sconosciuto

"Qualcosa deve essere accaduto, qui tra noi, anni fa. Ciò che io avverto come mutamento sembra essere soprattutto un improvviso salto di qualità – non in alto –, una caduta di convenzioni e memoria di convenzioni; un improvviso passaggio dalla cultura di convenzioni e memoria a cultura di fisicità e di orrore della memoria. Di colpo, come da una falla, la vita senza aggettivi, la vita come pura esaltazione di momenti fisici e dittatura della fisicità assoluta, è entrata nella vita delle università, di ogni tipo di scuola, ha allagato la stampa. Il momento – della fisicità – è tutto. La parola viene rimandata al grido. Chiunque dica o scriva riferendosi a qualcosa che era prima – una legge, per esempio, una inclinazione alla pietà – non è udito. La sua voce si perde nel fragore generale. La grammatica non c’è più. La sintassi è casuale. Il vocabolario è stato invaso e distrutto. Da tutte le finestre e le porte del millenario edificio si affacciano i volti distorti e ottusi della beffa, del turpiloquio. La degradazione è la dea del momento. Si portano fiori all’altare della degradazione, ma viene chiamata dissacrazione, che è cosa più lieve. Tutto è dissacrato, o sta per esserlo. Il patrimonio ultramillenario di modi, di intese, simboli atti-simbolo è passato al macero. Chi vuole dire qualcosa, non spera più di essere capito. Se c’è bisogno di aiuto, l’aiuto è impossibile: ciò perché i segnali sono cambiati. Quali sono? La nostra vita non ha più segnali che siano riconoscibili un istante dopo, o a un metro di distanza. Il privato – come ora si dice – è il morto, a meno che non sia sacralizzato dal denaro. Il denaro, o una personale giustizia, resta il valore che non cade, che tutti riconoscono. Tutto questo, prima, quattro o cinque anni fa, non era. Da vari anni, è la nostra vita, il nostro baratro quotidiano; ed appare ineliminabile. Ed è questa vita, così deturpata, questo quotidiano maligno e triste, che io stento a riconoscere come il mio paese e la vita che si prospettava. Dico che la vita di questo paese non si prospettava così; non aveva in programma di farsi inconoscibile. L’estraneità a noi stessi non era il nostro scopo. Ciascuno sperava di restare se stesso. Ora non lo è più nessuno. Ogni giorno si leva più strano. Quando stringiamo la mano a un amico che abbiamo salutato appena ieri sera, non siamo sicuri che in queste poche ore non sia diventato un altro. E’ perché c’è un’invasione, quaggiù, da noi: non certo persone o soldati o autorità di altri Stati. Ma un’aria che non è più nostra. Il Mediterraneo non è più azzurro. Montagne e territori che credevamo lontanissimi ci hanno raggiunto. E crediamo siano effetto di nebbia. E forse lo sono. Ciò non toglie che non ci riconosciamo più, che non possiamo più intenderci, che siamo tristi".

Anna Maria Ortese, Attraversando un paese sconosciuto, in Corpo celeste, Adelphi, 1997, pp. 20-22.

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