Duomo di Milano, A.D. 1666: l’abate Filippo Picinelli e la memoria viva di San Gregorio Taumaturgo

Una predica quaresimale del celebre abate rievoca Basilio, Macrina e il Taumaturgo, rivelando la genealogia spirituale che unisce la tradizione cappadoce alla Calabria bizantina di Stalettì. Il tema è l'educazione cristiana dei giovani
Domenico Condito

Veduta della facciata del Duomo di Milano in costruzione con scene carnevalesche, scuola milanese, ca. 1660.

Nel mercoledì successivo alla quarta Domenica di Quaresima dell’anno del Signore 1666, il Duomo di Milano accoglie una delle prediche più dense e raffinate del suo tempo. A pronunciarla è l’abate Filippo Picinelli, agostiniano, erudito, moralista e autore di opere che segneranno la cultura devozionale e simbolica del Seicento. La sua voce, nel cuore della Chiesa ambrosiana, si leva a difesa di un tema che egli considera decisivo per la salute della Chiesa e della società: l’educazione cristiana dei giovani


Chi era Filippo Picinelli.

Filippo Picinelli nacque a Milano il 21 novembre 1604, dove morì tra il tra il 1667 e il 1686. Alla nascita si manifestò di salute così fragile che il battesimo fu amministrato con urgenza pochi giorni dopo nella chiesa di Sant’Eufemia. Superata un’infanzia segnata da infermità, si formò nelle scuole Arcimboldi, dove studiò umanità con Alessandro Rubino e retorica con il barnabita Vincenzo Gallo, coltivando al tempo stesso la pittura e la poesia italiana. Parte essenziale della sua prima educazione fu anche l’esercizio costante nelle accademie, dove recitò dialoghi, elegie, orazioni e panegirici, apprendendo l’arte di parlare in pubblico con sicurezza.
Dopo aver seguito un corso di logica presso i Gesuiti, a diciott’anni fu ricevuto dal generale Celso Dugnani tra i Canonici Regolari, assumendo il nome di D. Filippo e facendo nelle sue mani la solenne professione religiosa. Avviato agli studi superiori, apprese la filosofia a Cremona e la teologia a Piacenza, sostenendo pubbliche conclusioni nelle chiese di San Pietro da Po e Sant’Agostino. Terminati gli studi negli anni della peste, fu trasferito a Brescia, dove iniziò a esercitare l’interpretazione della Sacra Scrittura predicando dopo i Vespri festivi nel tempio di Sant’Afra: un impegno che mantenne per dieci anni in diverse città.

Da qui prese avvio la sua lunga attività apostolica, che lo portò a predicare quaranta quaresimali. Nel 1636 fu chiamato al Duomo di Spoleto, che lo insignì della cittadinanza. Seguì una serie impressionante di incarichi: due quaresimali a Pavia, due a Lodi, due a Lucca, due a San Gaudenzio di Novara, due a Tortona, due a Brescia, due a Crema, e altri ancora. Predicò nei Duomi di Vercelli, Asti, Alessandria, Tortona, Pavia, Lodi, Brescia, Piacenza, Parma, Reggio, Casale, oltre che in chiese prestigiose come Sant’Apollinare a Venezia e Santa Maria a Bergamo. A Milano, sua patria, tenne cinque quaresimali, tra cui uno nel maestoso teatro del Duomo, segno della sua piena affermazione come predicatore di primo piano.
Le sue qualità personali – animo candido, amore per l’equità, costumi esemplari e conversazione gioviale – gli valsero il favore di vescovi e cardinali, tra cui Paolo Aresio, Goria, Broglia, Biglia, Nembrini, Rossetti, Ludovisi, Ottoboni e Litta. All’interno della sua religione ricoprì incarichi di rilievo: priore della Passione di Milano, maestro dei novizi, abbate perpetuo, e superiore in diverse case, tra cui Menasio, Crescenzago e Casoretto.
Accanto alla predicazione, Picinelli coltivò un’intensa attività letteraria. Pubblicò opere di grande fortuna come I Mistici Colossi, Applausi festivi, Encomi sacri, Il Mondo Simbolico, I Lumi Riflessi, Foeminarum sacrae scripturae elogia, L’Ateneo de’ Letterati Milanesi e molti altri testi. A lui furono dedicate opere e lettere da autori contemporanei, e la sua figura fu ricordata da eruditi come Ghilini, Terzago, Paoletti, Rosini e Bosca.


Il quaresimale del 1666 nel Duomo di Milano: l’educazione come eredità spirituale

Picinelli denuncia con vigore il rischio di una formazione ridotta ai soli “sussidi del corpo”, come se la famiglia dovesse limitarsi a garantire ai figli il necessario per vivere. Al contrario, egli richiama i genitori alla responsabilità di trasmettere “gli ornamenti delle virtù e la perizia delle divine leggi”, cioè quella sapienza morale e religiosa che sola può formare uomini capaci di orientare il mondo verso il bene.

Per sostenere il suo argomento, l’abate convoca la grande tradizione patristica. Fra gli esempi più luminosi, egli ricorda San Basilio Magno, uno dei tre Padri Cappadoci, che riconosceva di aver ricevuto le fondamenta della propria pietà non da un maestro di scuola, ma da una donna: Santa Macrina, sua nonna.


Macrina e Gregorio Taumaturgo: una genealogia spirituale

Picinelli riporta un episodio di straordinaria forza evocativa: Basilio, ancora fanciullo, ascoltava dalla voce di Macrina le prediche e i discorsi di San Gregorio Taumaturgo, il grande vescovo di Neocesarea. Quelle parole, ripetute con amore e fermezza, “lo spronavano e l’avvaloravano nel sentiero della perfezione”, imprimendo nella sua anima un orientamento che avrebbe segnato la storia della teologia cristiana.

La figura di Santa Macrina, del resto, è intimamente legata a quella del Taumaturgo. Secondo la tradizione, fu proprio Gregorio a convertirla e a battezzarla. Durante le persecuzioni contro i cristiani del Ponto, Macrina si rifugiò con lui sulle montagne, condividendo la sorte di un popolo perseguitato ma indomito. Da quella comunione di fede e di sofferenza nacque una trasmissione spirituale che avrebbe raggiunto, attraverso Basilio e i Cappadoci, l’intera cristianità.


Il Taumaturgo e la Calabria: un legame vivo

La predica di Picinelli, pronunciata nel cuore della Milano barocca, risuona oggi con particolare intensità per un’altra ragione: San Gregorio Taumaturgo è il Patrono di Stalettì, in Calabria, dove le sue reliquie sono custodite e venerate nella chiesa di fondazione bizantina dedicata al Santo. È un legame antico, stratificato, che unisce la memoria orientale del vescovo di Neocesarea alla storia mediterranea della Calabria greca, e poi alla Chiesa latina.

In quella Comunità, la presenza del Taumaturgo non è solo un ricordo liturgico, ma una eredità viva, un filo che collega generazioni di fedeli alla grande tradizione patristica evocata da Picinelli nel 1666. Così, la voce dell’abate milanese, levatasi nel Duomo quattro secoli fa, continua a dialogare con la devozione di un popolo che riconosce in Gregorio non solo un protettore, ma un maestro di fede, un educatore dell’anima, un testimone di quella sapienza cristiana che attraversa i secoli e non perde mai la sua forza.

Stalettì (Catanzaro) - La statua di San Gregorio Taumaturgo collocata nella nicchia sopraelevata dietro l’altare maggiore della chiesa a lui dedicata. Un’immagine luminosa del Patrono che veglia sulla Comunità e custodisce le sue antiche reliquie giunte in tempi remoti dall'Oriente bizantino.

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