Quando Alberto Maggi divide ciò che la Chiesa unisce: la Quaresima letta secondo la Tradizione
Una risposta teologicamente fondata al suo intervento sul Mercoledì delle Ceneri, per mostrare come penitenza, misericordia e memoria della fragilità siano dimensioni inseparabili dell’autentico cammino quaresimale.
Domenico Condito
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| Ivan Nikolaevič Kramskoj, Cristo nel deserto (1872), Galleria Tret’jakov, Mosca |
Oggi la Chiesa celebra il Mercoledì delle Ceneri. Questa ricorrenza, che precede la prima domenica di Quaresima, introduce i fedeli in un tempo liturgico forte, orientato alla preparazione della Pasqua e caratterizzato da un invito alla penitenza, alla preghiera e alla conversione. Come da qualche anno, è stato riproposto sul web un vecchio intervento di padre Alberto Maggi, che diverso tempo fa aveva pubblicato un articolo intitolato “Quaresima, istruzioni per l’uso” (lo potete leggere qui →). Nel contributo il noto biblista propone una lettura personale di questo momento liturgico. Si tratta di una lettura per certi aspetti suggestiva, ma segnata da una conoscenza parziale del Rituale Romano e da alcune forzature nell’interpretazione dei testi biblici legati alla celebrazione odierna.
La riflessione di padre Maggi si fonda su una serie di contrapposizioni nette. La prima riguarda le formule che accompagnano l’imposizione delle ceneri. Secondo lui, il monito “Ricòrdati che sei polvere, e in polvere tornerai” apparterrebbe alla liturgia preconciliare e deriverebbe dalla “maledizione” pronunciata da Dio in Genesi 3,19. Da qui, sostiene, avrebbe avuto inizio un periodo cupo, dominato da penitenze, sacrifici e mortificazioni. Al contrario, l’invito evangelico “Convertitevi e credete al Vangelo”, introdotto dalla riforma liturgica postconciliare, esprimerebbe meglio il senso autentico della Quaresima: un appello al cambiamento di vita, orientato al bene dell’altro e alla buona notizia di Gesù. In questa prospettiva, l’uomo non sarebbe polvere destinata a tornare polvere, ma figlio di Dio, dotato di una vita indistruttibile capace di superare la morte. Le due formule, dunque, rifletterebbero due impostazioni teologiche opposte: da una parte penitenza e mortificazione, dall’altra conversione e misericordia. Anche qui, secondo Maggi, si manifesterebbe una netta discontinuità tra pre e post-Concilio, tema ricorrente nelle sue letture.
In realtà, questa contrapposizione non appartiene alla Tradizione cattolica. La Chiesa non ha mai considerato penitenza e misericordia, mortificazione e conversione come elementi alternativi, ma come dimensioni complementari di un unico cammino spirituale. È significativo, ad esempio, che la liturgia attuale non abbia affatto abolito la formula tradizionale dell’imposizione delle ceneri: oggi il sacerdote può pronunciare sia il “Ricordati che sei polvere” sia il “Convertiti e credi al Vangelo”. La coesistenza delle due formule è già una risposta eloquente alla polarizzazione proposta da Maggi. La Chiesa non vede alcuna contraddizione tra il richiamo alla fragilità dell’uomo e l’invito alla conversione; anzi, li considera inseparabili. La consapevolezza della propria condizione creaturale non è una “maledizione”, ma il punto di partenza realistico per accogliere la grazia. Senza il riconoscimento della propria finitezza, l’annuncio della salvezza rischia di ridursi a sentimentalismo; senza l’annuncio della salvezza, la memoria della polvere si trasformerebbe in disperazione. La Quaresima nasce proprio da questa tensione feconda: l’uomo è fragile, ma amato; è polvere, ma destinato alla gloria.
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| Duccio di Buoninsegna, Tentazione sul monte (1308 - 1311), Frick Collection, New York. |
Lo stesso vale per il rapporto tra misericordia e sacrificio. Quando Gesù cita Osea dicendo “Misericordia voglio e non sacrifici”, non sta abolendo ogni forma di sacrificio, ma denunciando un culto che non trasforma il cuore. Il Nuovo Testamento non elimina il sacrificio, ma lo porta a compimento. Cristo offre sé stesso come sacrificio perfetto, e la vita cristiana diventa partecipazione a questo dono, un “sacrificio spirituale” che si esprime nella carità. La misericordia è il fine; il sacrificio è il mezzo che libera il cuore per renderlo capace di misericordia. Opporre i due elementi significa fraintendere la logica evangelica, che è sempre unitaria: la carità nasce da un cuore purificato, e la purificazione richiede rinuncia, disciplina, conversione. Anche l’idea che la Quaresima non sia tempo di mortificazione ma solo di “vivificazione” è una semplificazione. La logica cristiana è pasquale: la vita nasce attraverso la morte, la libertà attraverso la rinuncia, la gioia attraverso la conversione. La Chiesa non ha mai inteso la penitenza come un fine in sé, ma come partecipazione al mistero pasquale. Il Catechismo è molto chiaro: la Quaresima è tempo di preghiera, digiuno e carità, e la penitenza è una conversione del cuore che si esprime anche in atti concreti. Non c’è opposizione tra mortificazione e vivificazione: la prima è la condizione perché la seconda possa avvenire. La vita nuova non nasce senza un morire al peccato, e questo morire ha una dimensione ascetica che la Tradizione ha sempre riconosciuto.
Non c’è dunque contrapposizione tra penitenza e carità. Lo afferma il Catechismo attuale della Chiesa Cattolica, e lo insegnava la Chiesa anche nel periodo post-tridentino. È illuminante, a questo proposito, quanto predicava il canonico regolare lateranense Gabriello Inchino nella Cattedrale di Cosenza, nella seconda feria delle Palme del 1672. Egli spiegava che la penitenza, in quanto fermo proposito di non peccare più, possiede molte prerogative ed è chiamata nelle Scritture “buona volontà, carità, giustizia, santità, grazia e pegno sicuro dell’eterna vita”. Non può esistere penitenza senza carità, perché la penitenza “abbraccia i precetti della carità”. Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi è il cuore della vita cristiana, e la penitenza, essendo proposito di osservare i comandamenti, include necessariamente questi due precetti fondamentali. Per questo, conclude Inchino, la penitenza è carità. E cita san Pietro: Charitas operit multitudinem peccatorum, “la carità copre una moltitudine di peccati”. E ancora il salmista: Beati quorum remissae sunt iniquitates, et quorum tecta sunt peccata, “Beati coloro ai quali sono state perdonate le iniquità e i cui peccati sono stati coperti”. La penitenza, dunque, è carità operante.
Infine, l’interpretazione agricola delle ceneri proposta da Maggi è suggestiva, ma estranea alla Tradizione biblica e liturgica. Nella Scrittura, la cenere è simbolo di penitenza, di umiltà, di verità dell’uomo davanti a Dio. È un segno che richiama la fragilità, non un fertilizzante spirituale. La liturgia non ha mai inteso le ceneri come simbolo di “energia vitale”, ma come gesto che apre alla conversione proprio attraverso il riconoscimento della propria condizione creaturale.
Una visione cattolica della Quaresima, fedele alla Tradizione, non oppone dunque ciò che Maggi contrappone. La Quaresima è insieme memoria della fragilità e annuncio della salvezza, penitenza e misericordia, rinuncia e carità, morte al peccato e vita nuova in Cristo. Non è un tempo cupo orientato al Venerdì Santo, né un periodo euforico orientato solo alla Pasqua, ma un cammino unitario in cui l’uomo, riconoscendo la propria polvere, si apre alla grazia che lo trasforma. La penitenza non è contro la misericordia, ma ne è la porta; la mortificazione non è contro la vita, ma ne è la condizione; la memoria della polvere non è contro la figliolanza divina, ma ne è il presupposto. La Chiesa, nella sua sapienza, non ha mai separato ciò che il Vangelo tiene insieme.



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