La fragilità come principio della speranza

Riflessioni dalla serata “La Speranza, dono per tutti o privilegio di pochi?” – Istituto Barbara Melzi, Legnano
Domenico Condito

Le riflessioni che seguono nascono dal mio intervento tenuto venerdì 28 novembre 2025 nel teatro dell’Istituto Barbara Melzi di Legnano, su invito della direzione, durante la serata “La Speranza, dono per tutti o privilegio di pochi?”. L’incontro, dedicato «allo sguardo che resiste, alla speranza che nasce proprio dove la vita sembra più fragile», si inseriva nella rassegna di Avvento “È tutto pronto? Parole e gesti per attendere insieme”.


Speranza e fragilità: un binomio tutt’altro che scontato

Perché domandarsi cosa significhi sperare davanti alla fragilità? Perché, nella percezione comune, speranza e fragilità non sembrano appartenere allo stesso mondo. La speranza viene spesso associata alla forza, al successo, alla capacità di reagire. E quando la si rivolge a chi vive situazioni di sofferenza o di limite, rischia di assumere la forma di un pietismo di facciata.
Quante volte, davanti alla disabilità, alla malattia, alla fatica quotidiana, si ricorre a frasi fatte:
“Coraggio, sei forte, ce la farai”,
“Almeno ti insegnerà molto”,
“Poteva andare peggio”,
“Dio dà queste prove solo a chi può sopportarle”.
Parole che sembrano incoraggianti, ma che in realtà creano distanza, non scaldano il cuore, non toccano davvero la vita dell’altro. Quando invece avremmo bisogno di ascoltare qualcosa di molto più semplice e umano:
“Se vuoi parlarne, ci sono”,
“Come ti senti oggi?”,
“Posso fare qualcosa di concreto per aiutarti?”.

La marginalità ferisce. E ferisce ancora di più quando nasce da uno sguardo che non vuole vedere.
La stessa società che fatica a riconoscere la fragilità è quella che idolatra il progresso senza limiti, l’efficienza, la prestazione, l’eccellenza. Ma basta guardarsi attorno per capire che questo modello non genera felicità. Anzi: proprio nei Paesi considerati più “progrediti”, come i paesi nordici, crescono insoddisfazione, solitudine, disperazione. I tassi di suicidio sono tra i più alti d’Europa.

È un fallimento trasversale, che non risparmia nessuno: né destra, né sinistra, né centro. Perché il problema non è politico, ma culturale e umano.
A questo punto la domanda iniziale si capovolge. Non più: “È possibile sperare nella fragilità?”, ma: “È possibile sperare senza la fragilità?”. La risposta, in fondo, è semplice: no.
Non si può separare la speranza dalla fragilità, perché la fragilità è il principio generatore della speranza.

Quando si convive con la propria fragilità – e chi ne è esente? – e si incontra quella degli altri, può accadere qualcosa di sorprendente: ci si riconosce. Attraverso un gioco di specchi, si scopre un destino comune. E allora i cuori si aprono, emergono risorse sopite, parole non dette, sentimenti nascosti. La persona torna al centro, come misura e senso di ogni cosa.
Prendersi cura della fragilità altrui significa, in parte, curare anche la propria. Non sempre si guarisce, non tutto va bene, non tutte le ferite scompaiono. Ma la sofferenza diventa più vivibile, perché ritrova senso, dignità, valore. È in questo ribaltamento delle logiche del mondo, in questo abbraccio reciproco, che nasce la speranza.

Questa via non è nuova. È la via del Cristo che, come ricorda la Scrittura, “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso… fino alla morte di croce”. Per dare speranza e salvezza al mondo, ha assunto su di sé la fragilità di ogni persona, di ieri, di oggi, di sempre. E proprio lì, nella debolezza, ha rivelato la forza di Dio.
A noi spetta il compito di continuare quest’opera: piegati, feriti, inchiodati alle nostre fragilità, ma sulla Croce, vicino al cuore del nostro Re e Signore. Lui conosce già le nostre lacrime, anche quelle più intime e nascoste, perché le ha già piante tutte per noi. E nessuna di esse andrà perduta.




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