Grazia e libertà: ciò che Vito Mancuso non capisce della fede cattolica

Dal Sinodo di Orange alla controversia De auxiliis: la Tradizione smentisce il falso dilemma su cui si fonda la polemica di Mancuso.
Domenico Condito
 
Daderot, Paolo III apre il Concilio di Trento nel 1546 - Villa Farnese, Caprarola, Italia
 
È arrivata l’ennesima bordata di Vito Mancuso contro la fede cattolica. Ormai sembra animato da una sorta di frenesia polemica: sforna post a raffica, passa da un palco teatrale a uno studio televisivo, da un’intervista all’altra, e sempre con la stessa ossessione: svilire, travisare, distruggere. Colpisce che tanta energia sia dedicata a demolire proprio ciò a cui un tempo aveva consacrato la sua vita come sacerdote. È come se la sua produzione intellettuale trovasse la sua coerenza interna non nella costruzione, ma nella sistematica distruzione di ciò che un giorno aveva promesso di servire. È questo, probabilmente, il difetto "originario" del Mancuso-pensiero, che sembra voler razionalizzare la crisi dell'abbandono, trasformandola in una nuova teologia, se non in una riforma del cristianesimo.

Questa volta, dalla sua pagina Facebook, Mancuso riapre la polemica riproponendo una tesi presente nel suo ultimo libro, e cioè che nel Catechismo cattolico esisterebbe una contraddizione insanabile sulla natura della fede: da un lato presentata come dono gratuito di Dio, dall’altro come atto libero dell’uomo. Secondo il filosofo-teologo, dono e libertà sarebbero realtà incompatibili, e ogni tentativo di conciliarle, come la dottrina della grazia preveniente seguita dalla libera risposta dell’uomo, sarebbe stato addirittura bollato come “semipelagianesimo” dal Sinodo di Orange. Da qui la sua conclusione provocatoria: la Chiesa non avrebbe mai risolto il problema della causa della fede e della salvezza, lasciando la questione in un paradosso irrisolto. Ma questo è un artificio retorico, e non si basa su una reale conoscenza della Tradizione cattolica.

L’intera costruzione di Mancuso, infatti, poggia su un presupposto che la teologia cattolica non ha mai accettato: l’idea che dono e libertà siano due realtà in concorrenza, come se l’azione di Dio e l’azione dell’uomo si escludessero a vicenda. Questo è un modo di ragionare tipico della filosofia moderna, ma non della dottrina cristiana. La Tradizione cattolica non ha mai pensato la libertà come un assoluto autosufficiente, né la grazia come un’intrusione esterna che violenta la volontà. Salvo a voler forzare un’immagina caricaturale del Catechismo cattolico. 

Tra l’altro, il Sinodo di Orange condanna il semipelagianesimo, cioè l’idea che l’inizio della fede possa provenire dall’uomo senza la grazia preveniente, ma non condanna affatto la cooperazione libera dell’uomo. E la dottrina cattolica è chiarissima: l’inizio della fede è dono di Dio, e la risposta alla grazia è atto libero dell’uomo. Non c’è contraddizione. C’è una gerarchia: prima la grazia, poi la libertà. Mancuso, invece, pretende che la libertà sia un principio autonomo che deve difendersi da Dio. È un’idea estranea alla teologia cattolica, ma molto vicina all’antropocentrismo filosofico contemporaneo.

Il punto più debole, e più rivelatore, dell’argomentazione di Mancuso è che egli si ferma a Orange, come se la Chiesa avesse smesso di pensare nel 529. In realtà, la questione grazia-libertà è stata oggetto di uno dei dibattiti più profondi della storia della teologia: la controversia De auxiliis (XVI XVII secolo). Il Concilio di Trento aveva fissato due punti irrinunciabili libertà dell’uomo e l’efficacia della grazia. Su questi due punti, domenicani e gesuiti si confrontarono per decenni. I domenicani, con Bañez, difendevano la premozione fisica: Dio muove infallibilmente la volontà, senza violarla; e i gesuiti, con Molina, proponevano la scienza media: Dio conosce come l’uomo agirebbe in ogni circostanza possibile, e l’efficacia della grazia dipende dalla cooperazione libera dell’uomo.

Paolo V
La disputa fu così intensa da richiedere l’intervento dell’Inquisizione, di Clemente VIII e poi di Paolo V. La Congregazione De auxiliis esaminò la questione in quasi cento sessioni, con teologi di primissimo livello. E qual è stata la conclusione? Non quella che Mancuso vorrebbe. La Chiesa, infatti, ha riconosciuto la legittimità di più modelli teologici, e Paolo V sciolse la Congregazione senza condannare né i domenicani né i gesuiti. Perché? Perché entrambi i sistemi erano pienamente cattolici, entrambi salvaguardavano: il primato assoluto della grazia e la vera libertà dell’uomo. Non solo. Il Papa proibì alle parti di accusarsi reciprocamente di eresia e ribadì che la dottrina di Trento (grazia efficace e libertà reale) era il quadro entro cui entrambe le scuole potevano muoversi.

Dunque, la Chiesa non ha mai visto una contraddizione tra dono e libertà. Ha visto un mistero di cooperazione, che può essere spiegato in modi diversi, ma mai ridotto al dualismo rigido e banale che Mancuso pretende di imporre. La sua posizione è estranea alla Tradizione cattolica, e presenta come “irrisolta” una questione che è stata affrontata, approfondita e chiarita per secoli. Il suo errore è duplice: riduce la teologia cattolica a un dilemma filosofico moderno: o dono o libertà; e ignora deliberatamente lo sviluppo storico della dottrina, come se dopo Orange la Chiesa avesse smesso di pensare. Tutto ciò non regge né sul piano storico né su quello teologico. La dottrina cattolica afferma che la fede è dono e un atto libero. Dio prende l’iniziativa, perché senza la grazia preveniente nessuno può credere, e l’uomo risponde liberamente, perché la grazia non distrugge la libertà, ma la rende possibile. Così come la salvezza è opera di Dio, ma non senza il consenso dell’uomo. Non c’è contraddizione, c’è un mistero di cooperazione tra Creatore e creatura che la filosofia moderna di Mancuso, più attenta al marketing che alla Verità, non riesce a cogliere.
 


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