Vito Mancuso attacca verità fondamentali della dottrina cattolica

In un recente intervento televisivo ha colpito con la consueta approssimazione filologica, storica e teologica. Merita una risposta rigorosa nel merito delle contestazioni sollevate.
Domenico Condito

 Cristo Pantocratore, calotta absidale della Cappella Palatina di Palermo

In un recente intervento televisivo, il “filosofo teologo” Vito Mancuso ha attaccato verità fondamentali della fede cattolica, ripetendo posizioni già espresse nel suo ultimo libro “Gesù e Cristo”. Ed è un vero peccato constatare come sempre più spesso i nostri pastori non considerino più prioritarie le questioni dottrinali; e così, di fronte a questa loro crescente assenza, tocca a noi laici assumere la responsabilità di custodire e difendere la verità della fede. Questa volta, la sua clava di Mancuso ha colpito:

  • la nascita a Betlemme e l’identità messianica di Gesù;
  • la verginità perpetua di Maria;
  • l’unità della persona di Gesù Cristo. 

Le questioni che solleva Mancuso sono importanti e meritano una risposta altrettanto attenta, ma anche metodologicamente rigorosa. Il punto decisivo è che le sue conclusioni non derivano da una lettura storica dei testi, bensì da una loro interpretazione selettiva e anacronistica, che applica categorie moderne a documenti antichi senza rispettarne il genere letterario, la lingua e la cultura.

1. “Cristo è nato a Betlemme e Gesù è nato a Nazaret”: un falso problema

Mancuso afferma che «Cristo è nato a Betlemme» mentre «Gesù è nato a Nazaret», sostenendo che Marco indicherebbe Nazaret come luogo di nascita. Ma Marco non parla affatto della nascita di Gesù: quando usa l’espressione “Gesù di Nazaret” non intende il luogo natale, bensì la provenienza, come era normale nella cultura semitica.
È lo stesso motivo per cui diciamo “Agostino d’Ippona” pur sapendo che è nato a Tagaste.
Al contrario, Matteo e Luca — indipendenti l’uno dall’altro — concordano su Betlemme.
Per lo storico, due tradizioni autonome che convergono su un dato costituiscono un indizio forte, non debole.

2. “Gesù ha quattro fratelli, quindi Maria non può essere vergine”: un errore linguistico

Mancuso sostiene che «Gesù ha ben quattro fratelli che si chiamano Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda» e che «sempre figli di Maria» dimostrerebbero la non verginità di Maria. Ma questa conclusione nasce da un fraintendimento linguistico. Il greco dei Vangeli traduce un semitismo: l’aramaico non possiede un termine specifico per “cugino”, “parente stretto”, “membro del clan”. Tutti sono ’ahim, “fratelli”. È la stessa logica per cui Abramo e Lot sono chiamati “fratelli” pur essendo zio e nipote. La tradizione giudeo-cristiana, già nel II secolo, distingue chiaramente questi “fratelli” come parenti, non come figli di Maria. Attribuire a Maria altri figli significa leggere testi semitici con categorie moderne.

3. “La verginità di Maria è un’invenzione tardiva”: una tesi storicamente infondata

Mancuso afferma che «l’attestazione della verginità di Maria compare nei vangeli dell’infanzia che vengono scritti circa cinquant’anni dopo la morte di Gesù» e che si tratterebbe di una modalità simbolica per dire: «Attenzione, qui succede qualcosa di importante». Ma questa ricostruzione non regge: Matteo e Luca non sono affatto gli ultimi testi del Nuovo Testamento; sono anteriori a Giovanni e alle lettere pastorali. La tradizione sulla nascita verginale è attestata stabilmente già nel I secolo. Paolo, la fonte più antica che possediamo, parla di Cristo “nato da donna” in un contesto che presuppone una nascita straordinaria. Il fatto che altre culture abbiano miti di nascite straordinarie non implica imitazione. La somiglianza formale non è prova di dipendenza causale. La nascita verginale di Gesù non è un mito cosmico, ma un’affermazione teologica radicata nella storia d’Israele e nella profezia di Isaia.

4. “Gesù” e “Cristo” come due figure distinte: una costruzione filosofica, non esegetica

Mancuso dichiara di aver individuato «una ventina di proposizioni che distinguono Gesù da Cristo». Ma questa distinzione non nasce dai testi: è una sua costruzione filosofica. Per gli evangelisti, per Paolo, per la Chiesa primitiva, Gesù è il Cristo. Non esistono due soggetti, ma un’unica persona: Gesù di Nazaret, il Messia d’Israele e il Figlio di Dio. Separare ciò che i testi uniscono significa imporre loro una categoria estranea.

5. “La mente antica voleva attirare l’attenzione su un uomo speciale”: una riduzione simbolica del cristianesimo

Mancuso afferma che i racconti dell’infanzia sarebbero una modalità con cui «la mente antica voleva attirare l’attenzione sulla profondità spirituale del soggetto», come accadrebbe anche per Buddha o altri eroi. Ma il cristianesimo non nasce da un simbolo, bensì da un evento: la vita, la morte e la risurrezione di Gesù di Nazaret. La Comunità cristiana non ha costruito un mito per “attirare l’attenzione”. Ha riconosciuto, con stupore e timore, che in quell’uomo Dio si è rivelato in modo unico e definitivo. Il linguaggio teologico non è un artificio letterario, ma la risposta di una comunità che ha visto, ascoltato, toccato (1 Gv 1,1) e ha creduto. 

Per concludere, le osservazioni di Mancuso sono stimolanti, ma non reggono a un’analisi filologica, storica e teologica completa. La fede cattolica non chiede di sospendere la ragione, ma chiede di usarla fino in fondo, rispettando i testi e la loro logica interna. E quando lo si fa, la figura di Gesù non si divide: si illumina. Non diventa meno storica, ma diventa più vera e non si riduce a un simbolo, ma si rivela come il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

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