Professionisti della cultura o custodi dell’anima? La grande ambiguità del nostro tempo
Perché l’Occidente rischia di smarrire ciò che lo ha reso tale.
Domenico Condito
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| Biblioteca dell'Abbazia di San Gallo in Svizzera |
Nel dibattito pubblico contemporaneo, la parola professionista gode di un’aura positiva e meritata. I professionisti sono coloro che, in ambiti specifici di competenza (intellettuali, tecnici, scientifici o liberali) hanno sviluppato conoscenze e abilità che mettono al servizio della società attraverso un’attività economica primaria. Quando svolgono bene il loro lavoro, contribuiscono non solo al proprio sostentamento e a quello delle loro famiglie, ma anche al bene comune: che si tratti di storici o ingegneri, archeologi o medici, architetti o ricercatori, la loro opera è un tassello essenziale della vita collettiva. Nulla da eccepire: viva i professionisti.
Eppure, quando l’espressione si sposta sul terreno della cultura, qualcosa si incrina. Parlare di “professionisti del mondo della cultura” implica, quasi inevitabilmente, una concezione della cultura come strumento di profitto personale: un’attività legittima, certo, ma pur sempre orientata alla rendita privata, materiale, misurabile. La cultura diventa così un bene di consumo, una merce destinata al mercato, sottoposta alle sue leggi: domanda e offerta, competizione crescente, logiche di visibilità, dinamiche di branding personale e, non di rado, l’intervento di veri e propri speculatori. Questa trasformazione non è un dettaglio terminologico. È un cambio di paradigma.
La cultura, quella autentica, non è un prodotto. È l’anima di un popolo. È ciò che lo rende coeso, che ne forma i valori e l’identità, che custodisce la memoria e le tradizioni, che alimenta la capacità di immaginare il futuro. È un’opera collettiva che, come ricordava Edmund Burke, “richiede un tempo molto più lungo dello spazio di una vita” e implica una collaborazione che unisce “i vivi, i morti e coloro che devono ancora nascere”. Questa dimensione non può essere ridotta a un servizio professionale, né confusa con il mercimonio delle idee. Il mercato può sostenere la cultura, ma non può definirla. Quando lo fa, la reifica: la svuota, la appiattisce, la trasforma in intrattenimento, in contenuto, in prodotto da vendere. E così facendo, rischia di distruggerla.
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| Mosaico del Cristo Pantocratore nella Deesis (XIII secolo), Basilica di Santa Sofia, Istanbul. |
La domanda, allora, è inevitabile: possiamo davvero vendere l’anima al mercato senza perderla?
Nel 2020, quando la Basilica di Santa Sofia a Istanbul fu riconvertita in moschea, il mondo cristiano, e non solo, reagì con un misto di indignazione, dolore e impotenza. In quel contesto, una nota “professionista della cultura” rimproverò pubblicamente tutti coloro che protestavano, sostenendo che non avessero il diritto di farlo perché privi di un’adeguata “cultura di contesto”, e fra questi annoverava anche Papa Francesco. Nello stesso intervento, però, riconosceva a un suo lettore il diritto di rammaricarsi per la vicenda “in quanto uomo ateo e occidentale, studioso e professionista del mondo della cultura, e quindi con la giusta forma mentis”. Quell’episodio, apparentemente marginale, rivelava una frattura profonda: la cultura ridotta a privilegio di casta, a titolo di legittimazione, a patente di competenza. Non più patrimonio condiviso, ma capitale simbolico da spendere sul mercato delle opinioni. In quel momento, molti hanno percepito che la mercificazione della cultura non solo ha indebolito la nostra intelligenza spirituale della storia, ma ha anche impoverito le coscienze. E che l’abbandono delle radici cristiane dell’Europa, se non come appartenenza confessionale, ma come matrice culturale, ha avuto l’effetto di avvelenare i pozzi da cui tutti continuiamo a bere.
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| Basilica di Notre Dame in fiamme - 2019 |
A distanza di anni, il fenomeno non si è affievolito; al contrario, si è intensificato. La cultura è ormai filtrata da logiche di mercato e da algoritmi che ne determinano la visibilità, trasformando il valore intrinseco dei contenuti in una questione di performance digitale. In questo scenario, il “professionista culturale” tende a diventare un marchio personale, più impegnato a curare la propria presenza online che a custodire la profondità del sapere. La legittimazione non passa più attraverso lo studio o la competenza, ma attraverso indicatori quantitativi come follower, engagement, metriche di popolarità, che finiscono per sostituire il giudizio critico. Così, la dimensione spirituale, identitaria e comunitaria della cultura viene spesso marginalizzata: ciò che non genera attenzione immediata viene percepito come irrilevante, superato, poco utile. E proprio in questa riduzione della cultura a contenuto consumabile si manifesta la crisi più profonda del nostro tempo: abbiamo iniziato a trattare l’anima come un prodotto, e a valutarla secondo i criteri del mercato.
Non si tratta di demonizzare i professionisti, né di negare il valore del lavoro culturale. Si tratta di ricordare che la cultura non è di qualcuno: è per tutti. E che chi la studia, la interpreta, la comunica, la insegna, non dovrebbe mai dimenticare di essere prima di tutto un custode, non un proprietario. Ritrovare questa consapevolezza non è un esercizio nostalgico. È un’urgenza civile. Perché una società che trasforma la cultura in merce finisce per trasformare sé stessa in mercato. E un popolo che vende la propria anima, prima o poi, scopre di non avere più nulla da difendere.
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| Il portale barocco della Biblioteca di San Gallo (Svizzera), realizzato nel 1781 da Franz Anton Dirr, con l’iscrizione greca Psychés Iatreíon (“farmacia dell’anima”). |




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