Il sistema Epstein e il Mysterium iniquitatis

Quando la perdita del senso del peccato rende la società incapace di riconoscere il mysterium iniquitatis all’opera nella storia.
Domenico Condito
 
 Hans Memling, Trittico del Giudizio Universale (o di Danzica), 1471.
 
Lo scandalo legato a Jeffrey Epstein non è soltanto una vicenda di cronaca torbida, né un intreccio di abusi, ricatti e corruzione. Secondo una lettura che attinge alla Tradizione cattolica, esso rappresenta una manifestazione concreta del mysterium iniquitatis, quella forza oscura che, secondo San Paolo, opera nella storia per deturpare l’ordine divino e la dignità dell’uomo. La fede della Chiesa insegna che tale mistero non è un simbolo astratto, ma l’azione reale e personale di Satana, “omicida fin da principio”, che ispira e governa ogni dinamica di menzogna, dominio e degradazione dell’umano. Quando il male si organizza e si struttura, porta sempre l’impronta di colui che tenta di deformare l’immagine di Dio nell’uomo.

In questa prospettiva, il cosiddetto “sistema Epstein”, fatto di isole private, reti di complicità, sfruttamento dei piccoli e protezione dei potenti, appare come un esempio emblematico di un male che non è solo umano, ma disumanizzante. Ed è proprio qui che il Magistero recente offre una chiave decisiva. Giovanni Paolo II ha spiegato con lucidità che il peccato personale, quando si somma e si organizza, genera quelle “strutture di peccato” che deformano la società dall’interno. Esse non sono semplici disfunzioni, ma dinamiche che portano l’impronta del Nemico, perché trasformano il peccato individuale in un sistema capace di condizionare persone, istituzioni e culture. Il “sistema Epstein” si inserisce precisamente in questa logica: un intreccio di scelte personali malvagie che, consolidandosi, ha prodotto un ambiente in cui il male non solo si compie, ma prospera.

Le testimonianze su ritualità oscure, indipendentemente dal loro accertamento giudiziario, rivelano comunque un clima spirituale degradato: un terreno in cui la negazione di Dio apre la porta a forme di idolatria del potere e del piacere che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto come segni della presenza del Maligno. Non è necessario stabilire la veridicità di ogni dettaglio per cogliere la logica profonda: dove l’uomo è ridotto a oggetto, lì si manifesta l’azione di colui che vuole distruggere la creatura amata da Dio.

Il cuore della vicenda, per la teologia cattolica, non è solo la violazione della legge umana, ma la profanazione dell’Imago Dei. Lo sfruttamento sistematico di minori e persone vulnerabili rappresenta la riduzione dell’essere umano a oggetto di consumo, un gesto che tenta di deturpare la bellezza della creazione e di negare la dignità che Dio ha impresso in ogni persona. A ciò si aggiunge la degenerazione del potere, esercitato non come servizio ma come dominio. Il caso Epstein ha rivelato una rete di complicità che coinvolgeva alte sfere della società: una dinamica che la tradizione teologica definisce corruptio optimi pessima, la corruzione dei migliori, quando chi dovrebbe guidare o proteggere usa la propria influenza per nascondere il peccato e opprimere i piccoli.

Eppure, ciò che colpisce maggiormente è la reazione del mondo contemporaneo. Una società che ha smarrito il senso del peccato e ha espulso il trascendente dal proprio orizzonte non possiede più gli strumenti per comprendere la profondità di un male simile. Lo analizza con le categorie del diritto, della psicologia o dell’economia, ma non riesce a coglierne la radice spirituale. Il risultato è una sorta di vertigine morale: davanti a un abisso che non sa nominare, la società oscilla tra il sensazionalismo e il complottismo, incapace di riconoscere la battaglia spirituale che si svolge sotto la superficie.

Robert Hugh Benson, nel suo profetico Il Padrone del Mondo, aveva descritto con lucidità questo smarrimento. Una civiltà che chiude le “finestre” verso il trascendente finisce per perdere la capacità di distinguere il bene dal male. L’umanitarismo senza Dio, apparentemente mite e razionale, diventa il terreno ideale per l’avanzare di un’iniquità che non si presenta più con il volto della violenza, ma con quello della normalità. È il paradosso di un mondo che, avendo perso il linguaggio della fede, non sa più riconoscere l’azione del male neppure quando essa si manifesta in forme eclatanti.

Il caso Epstein diventa così un test rivelatore: non solo per ciò che è accaduto, ma per ciò che non siamo più capaci di vedere. Una società che non sa più pronunciare la parola “peccato” non può neppure invocare la grazia; una società che riduce il male a un difetto burocratico non potrà mai affrontarne la radice. La Dottrina Sociale della Chiesa ricorda che le strutture di peccato possono essere vinte solo attraverso la conversione personale e la solidarietà, perché nascono da scelte individuali che si sommano e si rafforzano a vicenda. Senza questo sguardo verticale, ogni tentativo di riforma resta superficiale.

In definitiva, lo scandalo Epstein non è solo un episodio di cronaca, ma uno specchio che riflette la crisi spirituale dell’Occidente. Rivela un mondo che ha perso la capacità di leggere la storia alla luce del Vangelo e che, proprio per questo, si trova disarmato davanti al mysterium iniquitatis. Recuperare il codice cristiano non significa indulgere in nostalgie del passato, ma ritrovare la possibilità di vedere la realtà nella sua interezza. Solo riconoscendo il male per ciò che è, una ribellione contro Dio e contro l’uomo, si può sperare in una giustizia che non sia solo punizione, ma autentica riparazione. Il vero scandalo non è solo ciò che è accaduto, ma il silenzio metafisico di un mondo che ha perso le parole per dire “peccato” e, di conseguenza, non sa più come invocare la grazia. Ritrovare questo linguaggio significa tornare a riconoscere che la lotta contro le reti di iniquità è, prima di tutto, una lotta per la dignità dell’uomo come riflesso del divino.

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