Il mosaico perduto di San Gregorio Taumaturgo nella Basilica di Santa Sofia a Istanbul

Dal fulgore dorato del IX secolo alla scomparsa nel XX: la vicenda del mosaico, il suo significato spirituale e la riscoperta attraverso i fratelli Fossati nell’Ottocento.
Domenico Condito

Basilica di Santa Sofia - Litografia pubblicata in "Gaspare Fossati, Aya Sofia, Constantinople : as recently restored by order of H. M. the sultan Abdul-Medjid, Londra, 1852.

Tra le testimonianze più antiche e preziose del culto bizantino di San Gregorio Taumaturgo (213-270), vescovo di Neocesarea ed evangelizzatore del Ponto, si ricorda il mosaico che lo raffigurava nella Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, oggi Istanbul. Il mosaico, rilucente d’oro, era parte del ciclo decorativo della basilica commissionato dall'imperatore Basilio I dopo il terremoto dell’anno 869. La sua collocazione era disposta nel registro inferiore del timpano nord, insieme a quelli dei santi vescovi Metodio di Costantinopoli, Ignazio di Costantinopoli, Giovanni Crisostomo, Ignazio di Antiochia, Cirillo di Alessandria ed Atanasio. Rappresentati tutti a figura intera, i loro mosaici erano realizzati all’interno di nicchie poche profonde, e disposti in un’unica fila. Solo tre dei sette mosaici sono sopravvissuti alle intemperie della storia, ma l’intero ciclo musivo è documentato dai disegni acquarellati realizzati dall’architetto Gaspare Fossati (1807-1883) tra il 1847 e il 1849, durante i lavori di restauro eseguiti insieme al fratello Giuseppe all’interno della basilica. I disegni sono conservati presso l’Archivio Cantonale di Bellinzona in Svizzera.
 
Disegni di Gaspare Fossati che riproducono i mosaici dei sette vescovi scoperti durante i restauri del 1847-1849.

Nei disegni del Fossati, riproduzione fedele dei mosaici osservati in Santa Sofia, i sette vescovi, con nimbo, sono individuati dalle iscrizioni disposte ai loro alti. Indossano i paramenti liturgici, ciascuno con la mano destra alzata, mentre quella sinistra, avvolta da un drappeggio, sostiene il Vangelo. Il nimbo, il cerchio luminoso che avvolge il capo dei vescovi, indica che sono partecipi della luce divina: è un segno visibile della loro santità, e questo rafforza la loro autorità come maestri della fede. I vescovi sostengono il Vangelo con la mano sinistra. Si tratta di un gesto di alto significato teologico e liturgico, che identifica la loro autorità e missione: sono i custodi della fede apostolica, che hanno difeso, insegnato e trasmesso. La mano sinistra che sostiene il Vangelo è avvolta da un lembo del felonio, il paramento liturgico, a forma di ampio mantello, che viene indossato sopra le altre vesti. Si tratta di un segno di profondo rispetto per il Libro sacro, che non viene toccato direttamente dalla mano. Simboleggia al contempo l’autorità magisteriale dei vescovi, rappresentati come custodi e interpreti autorevoli della Scrittura. La mano destra alzata è il tipico gesto del maestro che parla con autorità, e allo stesso tempo benedice, diventando intercessore e canale di grazia. L’omoforio, il paramento liturgico ornato di croci, che i vescovi indossano sulle spalle, rimanda al loro ruolo di “buoni pastori”, che portano sulle spalle il gregge di Cristo.

Disegno di Gaspare Fossati del mosaico di San Gregorio Taumaturgo.

Nel IX secolo, quando furono realizzati i mosaici, si voleva sviluppare un significativo programma iconografico per celebrare l’ortodossia trinitaria e i grandi difensori della Fede. Gregorio Taumaturgo, con il suo Simbolo rivelato, rientrava perfettamente in questo progetto teologico. 

Il Simbolo, o breve Esposizione della Fede, di Gregorio il Taumaturgo, è una perfetta formulazione della dottrina trinitaria, che anticipa con sorprendente precisione il Simbolo del Concilio di Nicea, probabilmente influenzandone l’esito finale. Considerata la più venerabile tra le professioni di fede anteriori all’età conciliare, il Simbolo fu utilizzato dal vescovo di Neocesarea per contrastare le eresie trinitarie del suo tempo e, nei secoli successivi, ne fecero un uso analogo altri vescovi e Padri della Chiesa. Inoltre, a decretarne l’ortodossia e l’autorità sono stati quei Sinodi e Concili che lo hanno citato come testo autentico di Gregorio il Taumaturgo, riconoscendone non solo il valore dottrinale, ma anche il carattere “rivelato”.
Gregorio di Nissa, autore della prima ampia biografia del Taumaturgo, riferisce che Gregorio ricevette il Simbolo durante una visione mistica. Secondo il racconto del Nisseno, gli apparvero la Vergine Maria e San Giovanni Evangelista che lo istruirono sul mistero della Trinità, dettandogli il Simbolo della Fede. Questo episodio, profondamente radicato sia nella tradizione orientale che occidentale, contribuì a conferire al testo un’aura di sacralità unica nella storia della Chiesa dei primi secoli.

Anche per queste ragioni, quando furono realizzati i mosaici di Santa Sofia, Gregorio Taumaturgo era uno dei Santi maggiormente venerati a Costantinopoli. Come scrive il prof. Lorenzo Dattrino, «il nome di San Gregorio Taumaturgo aveva riempito l’Oriente cristiano», fino a diventare una delle figure spirituali più luminose e costanti della tradizione orientale.

I mosaici dei sette vescovi, colmi d’oro e di luce mistica, risplendettero in Santa Sofia fino al 1453, quando in seguito all’occupazione turca di Bisanzio la basilica millenaria fu trasformata in moschea. Fu in quel momento che i mosaici vennero ricoperti d’intonaco, e scomparvero per secoli dalla vista del mondo.

Gaspare Fossati

Nel 1847, Santa Sofia versava in condizioni critiche: crepe, cedimenti e deformazioni minacciavano la stabilità della cupola e delle gallerie. Il sultano Abdülmecid I dispose interventi di restauro e consolidamento, affidandone la realizzazione ai fratelli Gaspare e Giuseppe Fossati, architetti ticinesi di straordinaria competenza e sensibilità.
Durante i lavori, durati due anni, i fratelli Fossati dovettero rimuovere l’intonaco antico per verificare lo stato delle murature. Fu così che, quasi miracolosamente, tra lo stupore generale, riemersero i mosaici bizantini della basilica, rimasti nascosti fin dal 1453. Nel 1939, il prof. Tito Lacchia fece rivivere quei momenti d’intensa emozione con e seguenti parole: 

“I mosaici di Santa Sofia tornarono allora per breve tempo alla luce. Il grande catino dell'abside, che ai tempi cristiani copriva il ricchissimo altare ed il ciborio d'argento dorato, sfolgorò di nuova luce nell'oro del suo sfondo per dare rilievo alla grande figura del Salvatore, assiso in trono in atto d'impartire la benedizione; dalla cupola e dagli archi immensi, figure di Patriarchi, di Apostoli, di Dottori della Chiesa rivissero attoniti, cantando la gloria del Pantocrator, il Dio potentissimo, e della Panachrante, la Vergine immacolata; e i grandi colossali cherubini guardarono dai giganteschi pennacchi della cupola il nuovo miracolo, protendendo le ali in atto di protezione. Sulle porte del nartece, o vestibolo, sorrisero dalle lunette le Madonne; e dalle fasce decorate gli Imperatori prostrati o riverenti ebbero un fremito di nuova gloria. I Fratelli Fossati videro tutto questo e ne serbarono impressioni e memorie vive; poi ricopersero i mosaici, ma un po' di quella grande luce restò nei loro occhi fin che non si spensero”.

Tra tutte queste meraviglie, nelle gallerie superiori, riapparve anche il mosaico di San Gregorio Taumaturgo, insieme agli altri Santi vescovi e Padri della Chiesa. La loro memoria era stata celebrata nella basilica costruita da Giustiniano, che per oltre mille anni era stata la più grande cattedrale del mondo.
I Fossati, consapevoli dell’importanza di ciò che avevano riportato alla luce, documentarono ogni mosaico con disegni ad acquerello. Oggi alcuni di essi sono l’unica testimonianza visiva di quelle opere. Al termine dei lavori per ragioni politiche e religiose, i mosaici furono nuovamente ricoperti e solo in parte erano stati restaurati. 

Interno della Basilica di Santa Sofia. A sinistra il timpano nord: la freccia rossa indica l'esatta posizione in cui era collocato il mosaico di San Gregorio Taumaturgo.

La basilica, pur consolidata e abbellita, rimase moschea fino alla trasformazione in museo voluta da Kemal Atatürk nel 1934. Cominciò allora un nuovo ciclo di scoperte e restauri, con il coinvolgimento di esperti italiani e americani, tra cui Marangoni, direttore del Laboratorio Musivo della Basilica di San Marco, e i maestri Gregorini e Benvenuti, chiamati dal Byzantine Institute of America, che conduceva i lavori sotto la direzione di Thomas Whittemore e successivamente di Paul A. Underwood. Tra il 1939 e il 1940 furono riportati alla luce sia i sette mosaici dei vescovi del timpano nord, sia quelli, in egual numero del timpano sud. Purtroppo, quando gli archeologi americani rimossero l’intonaco giustapposto dai fratelli Fossati un secolo prima, si accorsero che molti dei mosaici erano andati distrutti. Il degrado era stato causato principalmente da infiltrazioni d'acqua e dai forti terremoti (come quello del 1894) avvenuti nel periodo in cui i mosaici erano "protetti" solo da un sottile strato di vernice e dall’intonaco applicati proprio dai Fossati. Era successo che durante il terremoto del 1894, l’intonaco pesante con cui erano stati ricoperti i mosaici non aveva resistito alle sollecitazioni sismiche, staccandosi dalla parete e portando con sé gran parte delle tessere musive sottostanti. Si calcola che tra il restauro dei Fossati e quello del XX secolo sia andato perduto circa il 70-80% dei mosaici che erano stati documentati nel 1847.
 
Il mosaico di San Giovanni Crisostomo, uno dei tre sopravvissuti del timpano nord.
Era collocato a destra del mosaico raffigurante San Gregorio Taumaturgo.
 

Thomas Whittemore in Santa Sofia.

In particolare, quando Thomas Whittemore e la squadra del Byzantine Institute of America riportarono alla luce il timpano nord, si trovarono davanti a una scena sconfortante. Delle sette figure documentate dai Fossati nel registro inferiore, solo tre erano sopravvissute in modo apprezzabile: San Giovanni Crisostomo, il meglio conservato, Sant’Ignazio di Antiochia e Sant’Ignazio di Cosatntinopoli, ridotto a frammenti. Il mosaico di San Gregorio Taumaturgo, invece, risultava quasi del tutto perduto: ne rimanevano soltanto deboli tracce della sinopia preparatoria e pochissime tessere superstiti.

Il mosaico di San Gregorio Taumaturgo, pur non più visibile, rimane documentato nei disegni del Fossati, che gli eredi misero generosamente a disposizione degli studiosi. Capolavoro d’arte e simbolo di fede, vive nella memoria della Basilica di Santa Sofia, nella documentazione artistica e nella venerazione della Chiesa d'Oriente e d'Occidente. E se da qualche anno è tornata ad essere moschea, non dimentichiamo la promessa di Giustiniano. Sui mattoni leggerissimi di Rodi, con cui era stata costruita la cupola, fece scrivere in greco le seguenti parole: “Dio l’ha fondata: Dio la proteggerà”. Quella promessa millenaria è giunta fino a noi, e colmi di speranza noi attendiamo il suo pieno compimento.

Il nome di San Gregorio Taumaturgo, che “aveva riempito di sé l’Oriente cristiano” torni a risuonare un giorno sotto le volte dorate della Santa Sapienza di Dio.
 

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