Cassiodoro e Benedetto (IIª parte) — Jacqueline Bouette de Blémur e l’agiografia cassiodorea come costruzione identitaria
La Vita del venerabile Cassiodoro, confessore nell’Année bénédictine di Madame de Blémur, religiosa dell'Ordine di San Bendetto. Limiti e meriti della campagna benedettina del Seicento.
Domenico Condito
In questo quadro, la figura di Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (ca. 485–580) divenne oggetto di un’appropriazione storiografica priva di fondamento: Cassiodoro, infatti, non fu mai un monaco benedettino e il monastero di Vivarium non seguì la Regola di Benedetto. Il primo articolo ha messo in luce la natura ibrida di quell’operazione: insieme erudizione e costruzione identitaria, uso delle fonti e scelta selettiva della memoria.
In questo secondo contributo, ci concentriamo su una figura centrale di quella campagna culturale e spirituale: Jacqueline Bouette de Blémur (1618–1696), religiosa benedettina del Santissimo Sacramento, teologa, mistica e autrice prolifica. Tra le sue opere più celebri figura L’Année bénédictine ou les vies des saints de l’ordre de Saint-Benoist, pubblicata per la prima volta a Parigi, in sette volumi, tra il 1667 e il 1673.
Nel quinto volume dell’Année bénédictine (pp. 355-361), de Blémur pubblicò la Vita del venerabile Cassiodoro, confessore sotto la data del 25 settembre, giorno in cui l’Ordine benedettino celebrava da tempo la memoria di Cassiodoro. La biografia amplia e rafforza la narrazione già proposta da Bucelinus, contestando implicitamente la posizione del cardinale Cesare Baronio, morto nel 1607, che nei suoi Annales Ecclesiastici aveva negato l’appartenenza benedettina del fondatore del monastero Vivariense. Allo stesso tempo, la religiosa prepara la strada alla Dissertatio (1679) di Jean Garet sulla vita monastica di Cassiodoro.
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| San Benedetto nell'antiporta del primo volume dell’Année bénédictine di Jacqueline Bouette de Blémur (1667) |
Jacqueline Bouette de Blémur nasce l’8 gennaio 1618 in una famiglia nobile e profondamente religiosa. La sua formazione e la sua vocazione si svolgono nell’ambiente monastico fin dall’infanzia: “Il suo ingresso nella vita religiosa fu quasi contemporaneo alla sua nascita. Aveva solo cinque anni quando fu mandata all’Abbazia Reale della Santissima Trinità di Caen”, recita la Lettera necrologia scritta, all’indomani della sua morte, da “Suor M. del S. Sacramento, Prieure indigne”, indirizzata al Monastero delle Religiose Benedettine del Santissimo Sacramento di Parigi. La lettera elenca i fatti salienti della vita della religiosa benedettina e, al contempo, ne traccia un ritratto morale e spirituale, sottolineando la costanza dell’osservanza, la dedizione all’Ufficio divino e la singolare unione tra vita contemplativa e attività intellettuale.
La vita religiosa di Jacqueline è segnata da una tensione costante verso l’osservanza e l’umiltà. La lettera ricorda che, benché fosse stata nominata priora e maestra delle novizie, ella “seppe sempre tutelare gli interessi della Comunità e dei singoli”, e che il suo zelo per l’Ufficio divino era tale da farle preferire l’ultimo posto nella comunità a qualsiasi onore esterno. La sua scelta di accettare, a sessant’anni, di entrare come novizia in un nuovo stabilimento per poter vivere “l’osservanza stretta” è narrata come un atto esemplare: “Se vivessi anche solo due giorni nell’osservanza stretta, morirei contenta”. Questo episodio sintetizza la fisionomia spirituale di Jacqueline: una mistica della pratica liturgica, della disciplina e della rinuncia, che non contraddice ma anzi alimenta la sua attività letteraria.
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| L'antica Abbazia Reale della Santissima Trinità di Caen, detta anche Abbazia delle donne, dove Jacqueline Bouette de Blémur iniziò la vita monastica, divenendo poi priora e maestra delle novizie. |
La sua pratica spirituale, come la Lettera sottolinea, fu segnata da una devozione ardente all’Eucaristia: “La sua principale devozione era al Santissimo Sacramento dell’Altare, e tutta la sua consolazione era di comunicarsi spesso e di essere esatta nell’adorazione perpetua di questo divino mistero”. Negli ultimi anni, quando le forze vengono meno, la sua vita si riduce a una “morte perpetua” di offerta e contemplazione: la comunione, l’adorazione e la sofferenza assumono valore di sacrificio redentivo. Morì il 24 marzo 1696, dopo un’agonia di ventiquattro ore, baciando il Crocifisso e pronunciando i nomi di Gesù e Maria.
Questo profilo spirituale spiega anche la scelta tematica e metodologica della sua produzione: la memoria dei santi non è per de Blémur mera erudizione, ma strumento di formazione morale e spirituale, mezzo per plasmare la coscienza e la disciplina delle comunità benedettine.
L’Année bénédictine: opera, funzione e performatività della memoria
L’opera maggiore di Bouette de Blémur, L’Année Bénédictine, è un gigantesco santorale organizzato per l’intero anno liturgico, da gennaio a dicembre. Tuttavia, l’opera non va letta soltanto come una raccolta di vite agiografiche, ma come un dispositivo performativo di memoria. Essa organizza il tempo liturgico e la memoria collettiva secondo il calendario, offrendo per ogni giorno esempi, letture e modelli di vita che servono a orientare la pratica comunitaria. In questo senso l’opera è “performativa”: non si limita a registrare il passato, ma prescrive comportamenti, modelli di devozione e criteri di appartenenza. La Lettera stessa rimarca che l’opera nacque da una necessità pratica, “non trovando nulla che ponesse soddisfazione alla devozione della Comunità” durante una festa, e che la prima lettura, a tavola, nel refettorio del monastero divenne il nucleo di un progetto più ampio. La genesi dell’opera, dunque, è intrinsecamente legata alla liturgia e alla vita quotidiana del monastero: la memoria è chiamata a formare, a correggere, a edificare.
La funzione identitaria dell’Année Bénédictine è duplice. In primo luogo, essa consolida un canone di santità interno all’Ordine, selezionando figure che incarnano virtù ritenute paradigmatiche per la vita benedettina: umiltà, obbedienza, zelo per l’ufficio divino, carità verso i poveri. In secondo luogo, l’opera partecipa a una più ampia operazione di legittimazione storica: includendo figure come Cassiodoro nel pantheon benedettino, L’Année Bénédictine contribuisce a estendere la genealogia spirituale dell’Ordine oltre i confini strettamente istituzionali, facendo convergere su di esso figure di prestigio civile e intellettuale. Tale estensione non è neutra: essa risponde a esigenze di prestigio, autorappresentazione e consolidamento identitario in un’epoca in cui le comunità religiose competono per memoria, influenza e risorse.
La performatività dell’opera si manifesta anche nella sua ricezione: la traduzione proposta in Fiandra, come l’edizione italiana del 1727, la diffusione nelle comunità femminili e maschili, la circolazione di estratti per la lettura comunitaria mostrano che l’opera non era destinata a restare un testo erudito, ma a diventare strumento vivo di formazione. In questo quadro, la scelta di collocare al 25 settembre la Vita del venerabile Cassiodoro, confessore assume una valenza simbolica: si tratta di inserire una figura di grande autorità civile e culturale all’interno del calendario benedettino, rendendola modello esemplare per la comunità.
Sintesi e analisi della Vita del venerabile Cassiodoro, confessore
La Vita del venerabile Cassiodoro redatta da Jacqueline Bouette de Blémur segue la linea agiografica tradizionale ma la orienta verso scopi identitari precisi. Il testo si apre con una dichiarazione programmatica: “Io non mi maraviglio che gli storici dell’Ordine di S. Benedetto, i quali hanno avuto tanto zelo per la gloria di questo, si siano tanto riscaldati contro coloro che hanno voluto contrastar loro la persona del grande Cassiodoro”. Con questo incipit Jacqueline difende la figura di Cassiodoro contro chi ne negava l’appartenenza all’Ordine, e lo stesso viene presentato come figura che, per dottrina e santità, appartiene di diritto alla famiglia benedettina.
La narrazione procede delineando la grandezza politica di Cassiodoro, ma è nel momento della conversione che il tono si fa più intensamente agiografico. De Blémur descrive Cassiodoro come un uomo ormai distaccato dalle cose destinate a perire e orientato verso i beni eterni, che sceglie la vita monastica attratto dalla santità di Benedetto e dei suoi discepoli, e decide di abbandonare il mondo e fondare il monastero Vivariense. L’immagine è potente: il grande uomo di Stato, dopo aver attraversato le tempeste della politica, “si vestì dell’abito monastico” e intraprese “quell’angelica vita che serve pur anco di maraviglia a coloro che la considerano”. La scelta del lessico, “angelica”, “maraviglia”, colloca Cassiodoro in una dimensione quasi sacrale, come se la sua conversione fosse un atto liturgico più che una decisione biografica.
Uno dei passaggi più suggestivi è la lunga citazione del panegirista anonimo riportata da de Blémur, che elenca le virtù monastiche di Cassiodoro: “Chi potrebbe spiegare le azioni maravigliose ch’egli esercitò nel chiostro? Erano lunghe le sue orazioni, e sì fervorose che per l’ordinario le accompagnava con le lagrime; era senza misura la sua carità, l’umiltà senza regola; erano discrete e vere le parole, profondi gli scritti; serbava la pace dell’anima nelle avversità, e nelle prosperità la moderazione. Quanto era amante della purità, altrettanto odiava l’opposto vizio; finalmente in lui era tutto Religioso”. Qui la monaca costruisce un ritratto che risponde perfettamente ai canoni della santità benedettina: preghiera, lacrime, carità, umiltà, moderazione. Cassiodoro diventa così un modello di perfezione regolare, non per ciò che ha scritto, ma per ciò che ha vissuto.
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La Vita insiste poi sulla fecondità intellettuale della vecchiaia cassiodorea. De Blémur ricorda che, anche dopo aver composto opere monumentali, gli amici lo spinsero a scrivere un trattato sull’anima, e cita le sue parole: “mi hanno gli amici miei tratto in un nuovo labirinto di pensieri, pregandomi che porgessi loro in iscritto ciò che poteva io aver raccolto da diversi autori sì sacri che profani sopra l’immortalità dell’anima e le di lei operazioni”. L’immagine del “labirinto” è significativa: suggerisce una mente ancora inquieta, capace di muoversi tra Scrittura e filosofia, tra tradizione e innovazione. Ma ciò che più interessa all’autrice è la conclusione del trattato, dove Cassiodoro afferma: “Ella è certamente una cosa più nobile il servire a voi, mio Dio, che governare gl’Imperi”. Questa frase diventa, nel racconto di de Blémur, la chiave interpretativa dell’intera vita di Cassiodoro: il passaggio dal governo degli uomini al servizio di Dio è presentato come un’ascesi, un rovesciamento dei valori mondani che lo rende degno della memoria benedettina.
Un altro episodio emblematico è quello dell’anziano Cassiodoro che, giunto a novantatré anni, “prese su di sé la cura di ammaestrare i giovani religiosi nei principi della grammatica, abbassandosi fino a correggere lo scrivere”. De Blémur sottolinea l’umiltà di questo gesto: “un uomo che per sì lungo tempo aveva governata la Repubblica” si china ora sui quaderni dei novizi, guidando la loro mano come un padre. È un’immagine che risuona profondamente nella sensibilità monastica: l’autorità che si fa servizio, la sapienza che si fa pedagogia, la grandezza che si fa piccolezza.
Infine, la Vita si chiude con un sigillo scritturistico: “Dedit illi Dominus scientiam sanctorum. Scientia sanctorum prudentia” (“Il Signore gli ha dato la conoscenza dei santi. La conoscenza dei santi è prudenza”, Sapienza 10,1 e Prov. 9,10). De Blémur non si limita a citare la Sapienza; la usa per interpretare Cassiodoro come un uomo in cui la scienza e la santità coincidono. La sua erudizione non è presentata come un talento naturale, ma come un dono divino, un carisma che lo rende parte della “schola sanctorum” benedettina. Nasce così una costruzione narrativa che trasforma Cassiodoro in un modello di santità regolare, in un confessore dell’Ordine, in un padre spirituale. La Vita scritta dalla religiosa non racconta solo una storia: plasma una memoria, forgia un’identità, e prepara il terreno per la successiva legittimazione filologica che Jean Garet tenterà di offrire nella sua Dissertatio, che sarà l’argomento del prossimo articolo di questa serie.
Limiti e meriti della campagna benedettina del Seicento
Tuttavia, al di là delle forzature interpretative e delle evidenti aporie filologiche, occorre riconoscere il merito storico e culturale della grande campagna benedettina del Seicento. Grazie a opere come il Menologium di Gabriel Bucelinus, L’Année bénédictine di Jacqueline Bouette de Blémur, la Dissertatio di Jean Garet con l’edizione dell’Opera Omnia di Cassiodoro curata dallo stesso Garet, a cui seguì la Vie de Cassiodore di Denis de Sainte‑Marthe (1694), la figura di Cassiodoro, che per secoli era rimasta ai margini della memoria ecclesiastica, venne riportata al centro dell’attenzione europea. Questi testi, pur segnati dai limiti metodologici e storiografici dell’erudizione barocca, hanno avuto il merito di riattivare l’interesse per il grande calabrese, di valorizzarne l’opera e di renderla nuovamente accessibile a generazioni di lettori e studiosi.
L’operazione non fu sterile: essa contribuì alla conservazione e alla circolazione dei testi cassiodorei, stimolò nuove edizioni, incoraggiò la ricerca sulle pratiche monastiche tardoantiche e, più in generale, favorì un rinnovato interesse per la cultura del libro, per la trasmissione del sapere e per la storia delle istituzioni monastiche. In questo senso, la campagna benedettina, pur costruita su presupposti ideologici, ebbe un effetto culturale duraturo e fecondo.
E proprio in questo quadro si colloca l’opera di Jacqueline Bouette de Blémur: la sua Vita del venerabile Cassiodoro non è soltanto un tassello della propaganda identitaria dell’Ordine, ma anche una delle vie attraverso cui Cassiodoro rientra nel canone della memoria europea. Con lei si chiude la fase narrativa e devozionale dell’appropriazione cassiodorea; nei prossimi articoli della serie Cassiodoro e Benedetto vedremo come questa costruzione venga ripresa, raffinata e trasformata in argomentazione filologica da Jean Garet e dagli eruditi maurini, inaugurando una nuova stagione della disputa tra memoria, storia e appartenenza.
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| La chiesa di San Martino e i "vivaria" di Cassiodoro in una miniatura del Codex Bamberg, Staatsbibliothek, Misc. Patr. 61, f. 29v. |







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