Privacy e identità nell’epoca dell’esposizione permanente

Tra psicopatologia sociale, identità e alienazione nell’epoca digitale: un invito a recuperare una disciplina dello sguardo, una sobrietà dell’esposizione e la consapevolezza del valore della nostra intimità.
Domenico Condito

Jan Vermeer, Donna che legge una lettera davanti alla finestra, 1657 circa.

La mia attività professionale di responsabile di una Comunità socio sanitaria per persone con disabilità mi pone quotidianamente a contatto con dati sensibili riguardanti la storia personale, familiare e clinica degli individui affidati alle nostre “cure”. La gestione di tali informazioni, che tocca dimensioni intime e spesso vulnerabili dell’esistenza, richiede non solo competenza tecnica e aderenza alle normative vigenti, ma anche una riflessione più ampia sul significato culturale, antropologico ed etico della “privacy” nella società contemporanea. È proprio dall’esperienza concreta di questo lavoro, dal confronto quotidiano con la fragilità umana e con la complessità dei dispositivi burocratici che regolano il trattamento dei dati, che scaturiscono le considerazioni che seguono. Esse intendono collocare il tema della protezione dei dati personali all’interno di un quadro più vasto, in cui emergono le dinamiche di alienazione, disumanizzazione e trasformazione dell’identità che caratterizzano il nostro tempo.

Il dibattito sulla privacy, spesso ridotto a un insieme di adempimenti tecnici o giuridici, rivela in realtà una dimensione più profonda: esso è sintomo di una trasformazione antropologica che investe l’intera società occidentale. Alcuni aspetti della normativa sulla protezione dei dati personali, pur necessari in un contesto dominato dalla circolazione incontrollata delle informazioni, sembrano riflettere ciò che Erich Fromm definiva la “psicopatologia della società contemporanea”, analizzata nel suo saggio The Sane Society (1955).

Fromm osservava come le società moderne, pur considerate “sane” dal punto di vista funzionale, manifestassero forme diffuse di alienazione, disumanizzazione e perdita di senso. L’individuo, immerso in apparati burocratici sempre più pervasivi, tendeva a percepirsi come un ingranaggio, più che come una persona dotata di interiorità e libertà. Oggi, a distanza di decenni, questa diagnosi appare sorprendentemente attuale.
In To Have or to Be? (1976), Fromm descriveva la tensione tra due modalità fondamentali dell’esistenza: l’avere, centrato sul possesso e sul controllo, e l’essere, orientato alla relazione, alla creatività, alla pienezza interiore. La società dei consumi favoriva sistematicamente la prima modalità, generando individui dipendenti, insicuri, incapaci di radicarsi in un’identità autentica.

La condizione odierna sembra però aver compiuto un ulteriore passo: alla dicotomia “avere/essere” si sovrappone la frattura “essere/apparire”. L’identità non è più definita da ciò che si è, né da ciò che si possiede, ma da ciò che si mostra. La soggettività diventa performance, esposizione, narrazione di sé. La privacy, in questo contesto, non è soltanto un diritto da tutelare, ma un terreno di tensione tra il desiderio di visibilità e la paura di essere controllati

René Magritte, La condizione umana (La condition humaine), 1933.

La normativa, con la sua crescente complessità, finisce così per riflettere, e talvolta amplificare, questa ambivalenza. Da un lato, si tenta di arginare l’invadenza degli apparati tecnologici; dall’altro, si alimenta una cultura dell’iper regolazione che rischia di trasformare la protezione dei dati in un nuovo rituale burocratico, più formale che sostanziale.
Fromm aveva già intuito che la burocrazia moderna non è soltanto un sistema amministrativo, ma una forma di potere che modella la psiche collettiva. L’individuo, immerso in procedure, moduli, informative e consensi, interiorizza un senso di impotenza e di dipendenza. La privacy, paradossalmente, diventa un ulteriore campo in cui l’individuo è chiamato a dichiarare, autorizzare, accettare, firmare, senza reale possibilità di controllo.

Il risultato è una nuova forma di alienazione: non più soltanto economica o lavorativa, ma cognitiva ed esistenziale. L’uomo contemporaneo è sovraccarico di informazioni, ma privo di strumenti per governarle; è iperconnesso, ma frammentato; è protetto da norme sempre più sofisticate, ma esposto come mai prima d’ora. Di fronte a questa situazione, non basta invocare ulteriori regolamentazioni. Occorre una riflessione più ampia sulla cultura che produce tali dinamiche. La privacy non può essere ridotta a un problema tecnico, né a un mero adempimento giuridico: essa riguarda la concezione dell’uomo, la sua dignità, la sua interiorità, la sua capacità di custodire un nucleo inviolabile di sé.

In altre parole, la questione della privacy è un indice della nostra condizione spirituale. Una società che non sa più distinguere tra essere e apparire, tra identità e immagine, tra interiorità e esposizione, è una società che ha smarrito il senso del limite e della persona. Forse, prima ancora di invocare nuove norme, dovremmo recuperare una disciplina dello sguardo, una sobrietà dell’esposizione, una consapevolezza del valore della nostra intimità. Dovremmo, come suggerisce il buon senso e la tradizione umanistica, “darci una regolata”. Non per paura, ma per libertà, per custodirci, per abitare il mondo con maggiore verità.

 

 

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