giovedì 24 maggio 2018

IN VIAGGIO TRA RICORDI E FANTASIA

NARRATORI D'IMMAGINAZIONE

Un percorso tra le maschere della commedia dell'arte, il movimento creativo, e la consapevolezza del sé. Evento creativo finale.

Comunità "Casa Mia" - 
CRT “Teatro-educazione”
venerdì 8 giugno 2018 - ore 19.00
Oratorio Edith Stein
Via Pedretti, 7 - Sant'Ilario Milanese (MI)

Il Teatro e l’Arte possono favorire, in modo creativo, l’integrazione delle persone con disabilità. È l’ultimo baluardo dell’utopia in un mondo di monadi, dove l’eccesso di comunicazione produce paradossalmente isolamento, erige muri, scatena conflitti. 

La Comunità Socio Sanitaria per persone con disabilità "Casa Mia", di cui sono responsabile, ha attivato da qualche anno un Laboratorio di Educazione alla Teatralità con la collaborazione del CRT “Teatro-educazione” (Centro Ricerche Teatrali Scuola Civica di Teatro, Musica, Arti visive e Animazione del Comune di Fagnano Olona). Il progetto è sostenuto da “LA RUOTA” Società Cooperativa Sociale – Onlus di Parabiago, ente gestore della Comunità. Al laboratorio partecipano ospiti ed educatori di "Casa Mia", persone con disabilità del territorio, artisti, volontari. Il progetto muove dall’idea che le attività espressive e la narrazione sono uno strumento culturale per promuovere azioni ed interazioni pedagogiche nella diversità; e  mira ad accrescere la consapevolezza del sé, attraverso un processo di presa di coscienza del proprio corpo e delle sue potenzialità espressive, permettendo di lavorare con dimensioni della persona che spesso non si considerano, si trascurano, oppure acquisiscono importanza solo quando diventano oggetto di cura. 
Il corso, condotto da Stefania Cringoli, esperta in Educazione alla Teatralità, attraverso l'utilizzo dell'arte e dei linguaggi espressivi aiuta a sperimentare modalità espressive alternative rispetto a quelle già possedute, e ha tra gli obiettivi il miglioramento della dimensione relazionale, favorendo l'opportunità di creare relazioni diverse, sviluppare relazioni cooperative e favorire l'integrazione tra le persone.

Venerdì 8 giugno 2018, alle ore 19.00, presso l'Oratorio di Sant'Ilario di Nerviano (Milano), i partecipanti al progetto ci renderanno partecipi, attraverso perfomances creative, del percorso di crescita e integrazione condiviso nel Laboratorio. 

Ingresso libero e gratuito. 
Domenico Condito


martedì 22 maggio 2018

Calabria, la «Terra del Mare» degli antichi greci

“L’uomo poeta di cui parliamo è caduto in un «antron» oscuro di una terra chiamata Calabria. Forse anche il toponimo non appartiene a questa «regione», o le deriva da altri luoghi. Le memorie tramandano che un tempo il suo nome era Enotria o Italia, terra di Enos o di Italo, del vino o del guerriero, dell’euforia o del moto, del ben sopportare la vita o del ben vivere la vicenda del mondo. Il mare la cinge: l’elemento liquido le è connaturato. Il toponimo varia: il «topos» dilegua nell’«onoma» inteso come «regione», ma anche come «cantare» e «recitare». L’apofonia muta il destino delle parole nel variare del suono, che, simile alla luce, cangia toni, accenti, fiati, illuminandoli e chiaroscurandoli, trasformandoli col proprio «tropos» e la propria «morphé». Del «luogo» non rimane che un’eco. La terra del Poeta del quale si parla è forse una thule misteriosa, o un «topos» mentale. La storia ci dice che il suo nome è «Magna Grecia». Ciò è certo; e il certo si converte nel vero. La civiltà dei portenti migrò su questa terra e la nomarono con lo stesso nome della «patria», e in essa trasmigrarono le «cose dei padri». Fu il «topos» ideale, l’«antron» che si fece «patria» simile alla propria «casa», il «topos» ignoto e bramato ove, pervenuti, si vive a proprio agio. I greci, qui giunti per varie loro vicende, vi portarono la nostalgia della «casa» lontana, ma da emigranti coscienti sentirono la forza e la potenza di ciò che portavano con sé . L’emigrato conserva e radica ancor di più i valori del proprio «mondo» originario. La sua cultura nella terra nuova si radicalizza e si affina: Dei e padri, casa e famiglia, usi e costumi assurgono a fondamenti vitali e si sprofondano in zone umorali. Se nella propria patria ogni cosa appare naturale, lontani da essa le medesime cose vengono sottoposte a ragione e a riflessione, ovvero si «misurano» per ristabilirne il «valore» nel fluire della vita, ovvero del «rhéin» del tempo: nel «ritmo» delle opere e dei giorni. La civiltà degli avi si fa divina e rinsalda i vincoli. I Greci attraversano l’Oceano e approdano sui lidi della «Terra del Mare» apparsa ai primi naviganti come un miraggio. Vi si fermano, fondano città, fanno proprio lo spazio e lo correlano intimamente a quello dei padri. I grandi insediamenti calamitano sempre l’attenzione: Taranto, Metaponto, Sibari, Crotone, Caulonia, Regio sono i centri polari della loro civiltà; ma lungo le coste i greci occupano ogni «punto», ricercano ogni angolo, si diffondono in ogni «dove». La «Terra del Mare» non pone loro resistenza; il toponimo di Metaponto diviene emblematico: il mare è solo un «ponte» da percorrere per raggiungere l’altra sponda dello spazio originario. Tutto accade nella maniera naturale e a compimento del Destino. Questa «Terra del Mare» era ugualmente greca. Lungo le rive i piccoli centri fioriscono, le piccole comunità vi si propagano, gli uomini e le donne si moltiplicano. La vita si vive «naturaliter».
Vien da supporre che i greci qui trovassero la loro patria «ideale», quella dei sogni sublimi, quella delle evasioni spirituali, quella della fondazione dei sistemi mentali. Pitagora ne è l’esponente più rappresentativo. La loro lingua si espande e penetra nella realtà quotidiana e nell’intelligenza del mondo. I conquistatori pare non debbano imporre né il loro linguaggio né le loro leggi. In questa acquorea «isola» i greci non trovano nemici da schiavizzare. I Bretti abitano sulle alture, lontani dai lidi, lontani dal mare; e le guerre con essi sono violente ma rare. La lingua greca nel volgere del tempo diviene il sostrato della civiltà reale e si protrae sino a oggi a livello popolare e dialettale. Ciò viene a significare che la civiltà greca si radica genuinamente nella Magna Grecia. Il «topos» si dilata sino a quasi scomparire nel mondo della visione”.

Nicola Silvi

Estratto da: Nicola Silvi, Linguaggio del tempo-spazio nel "Poeticus" di R. Aloisi, Lacaita Editore, Manduria 1986, pp. 9-10.

Tutte le opere di Nicola Silvi sono diponibili alla consultazione presso la Biblioteca Comunale "Vivarium" di Stalettì (Catanzaro). 

Antonio Nunziante, Mito infranto
Olio su tela, cm 40x50 (2000) - Collezione privata

In alto a sinistra, all'inizio della pagina: Antonio Nunziante, Dialoghi misteriosi - Olio su tela, cm 80x40 (2001) - Opera pubblicata in: Vittorio Sgarbi, Antonio Nunziante, Giorgio Corbelli Editore 2001, p.186.

domenica 20 maggio 2018

Nicola Silvi - Colloquio d'ulivi

Son sempre verdi sulla mia collina
gli ulivi secolari.
Fissi contemplano il mare
antico.
E gli uni conversano
con gli altri in un colloquio fitto
di reciproci fiati stanchi
a raccontar leggende mai legate
e fole ignote di ere mai venute.

Non s’ode la voce del mare
ma gli ulivi ne intendono il lucore.
Non si intende il sussurro degli ulivi
ma il mare ne ascolta gli ultrasuoni.

Il loro tempo è altro tempo:
tempo secolare e millenario
bruciante tra le dita dei mortali.

Il loro linguaggio è altro linguaggio
di natura sognante nell’estasi.

Tra essi giaccio immemore
del loro linguaggio segreto
fatto di cifre indecifrabili.
O forse solo ora ne scopro il velame?

La poesia è estratta da: Nicola Silvi, La misura della vita, a cura di Giovanni Amodio, Schena Editore, Fasano (BR) 1995, p.100.
Tutte le opere di Nicola Silvi sono disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Comunale "Vivarium" di Stalettì (Catanzaro).



L'immensità dell'Universo: dalla Terra alle dimensioni parallele

Questo video cambierà per sempre la vostra percezione del mondo. 

Un confronto delle dimensioni relative di alcuni corpi celesti, tra cui la Terra, per capire quanto è immenso l'Universo e quanto siamo piccoli noi. Un viaggio straordinario dalla Terra agli Universi coesistenti fuori del nostro spaziotempo, spesso denominati dimensioni parallele. Avrete il coraggio di percorrerlo sino in fondo? 

giovedì 17 maggio 2018

Padre Raimondo Romano da Stalettì

Padre domenicano calabrese del '600, fu Maestro dei Novizi dell’Ordine dei Predicatori nel convento di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Dedicò opere a Stalettì, Squillace e Catanzaro.

di Domenico Condito

Chiostro del complesso di Santa Maria sopra Minerva
Oggi a Roma, apertura straordinaria del complesso domenicano di Santa Maria sopra Minerva, di solito non accessibile al pubblico. Sarà possibile visitare il Chiostro del convento interamente affrescato, la Sala dei Papi e parte della meravigliosa Biblioteca storica, ricca di testi antichi. A partire dal 1300, il complesso della Minerva fu una delle istituzioni religiose più importanti della città, tanto da essere sede dei conclavi che elessero i papi Eugenio IV e Nicolo V.

Nella seconda metà del ‘600, il convento di Santa Maria sopra Minerva accolse padre Raimondo Romano, originario di Stalettì, centro ionico calabrese che si affaccia sul Golfo di Squillace. In questo convento, nel 1662, il Romano ricopriva l’incarico di Maestro dei Novizi dell’Ordine dei Predicatori, meglio conosciuto appunto come Ordine Domenicano, e aveva già pubblicato un Compendio dell’orazione mentale. In seguito, rientrato in Calabria, si stabilì nel Convento dei Padri Domenicani di Catanzaro, del quale scrisse la storia. L’opera, Chronicon monasterii Dominicanorum Catacii, fu ultimata nel 1682, ma non fu mai pubblicata. Il manoscritto fu conservato nella biblioteca del Convento.

Religioso erudito, si dedicò anche alla promozione del culto dei Santi della sua terra d’origine. Nel 1680 pubblicò la Vita di Sant’Agazio, Protettore della città e diocesi di Squillace.

La sua ultima fatica la dedicò al Santo Patrono di Stalettì, il suo paese natio: Compendio ristretto della Vita, Virtù e Miracoli del glorioso San Gregorio Taumaturgo Vescovo, e Confessore, Avvocato de’ Casi più ardui, e disperati. E della miracolosa venuta del suo sacro Corpo dall’Armenia in Calabria Superiore nella Terra di Stalattì, dove riposa e si venera con somma Divozione, come singolar Protettore di detta Terra, questo il titolo del volume.
L’opera su San Gregorio Taumaturgo, nota al Chevalier, venne completata prima dell’8 gennaio 1684, l’anno del suo imprimatur. L’edizione originale di Paci, Napoli, del 1684, pare sia andata del tutto perduta, mentre si conserva ancora l’edizione di Francesco Ricciardi del 1728. L’esortazione per la concessione del titolo di facoltà da parte del Magister Ordinis, Padre Antonio de Monroy, è firmata da Padre Giuseppe Squillace, rettore del Convento del Santo Rosario di Reggio Calabria, dove il Romano si era evidentemente trasferito.

L’opera su San Gregorio Taumaturgo si divide in due parti: nella prima, il Romano traccia la biografia del Santo, ripresa in gran parte dal Panegirico di San Gregorio di Nissa e completata con altre fonti (Antonio da Firenze, Vincenzo Beluacense, Baronio, Bellarmino); nella seconda, riferisce dell’approdo “miracoloso” delle reliquie di San Gregorio Taumaturgo nella Terra di Stalettì e dei miracoli attribuiti al Santo Protettore di quel luogo. Di estremo interesse, inoltre, le cronache relative a importanti avvenimenti della sua terra nativa. In particolare, il Romano, con un resoconto molto simile a un reportage giornalistico dei nostri giorni, descrive con grande dovizia di particolari le incursioni barbaresche a Stalettì del 1595, 1644 e 1645, ma anche le circostanze drammatiche che portarono all’introduzione del culto di San Gregorio Taumaturgo a Borgia (Catanzaro). Non mancano, inoltre, riferimenti al terremoto del 1624, alla peste del 1656, e alla rivoluzione che scoppiò nel Regno di Napoli nel 1647, toccando prima Palermo. Di grande interesse storico e antropologico la descrizione degli esorcismi che si praticavano a Stalettì nella chiesa di San Gregorio Taumaturgo con l’impiego delle reliquie del Santo. L’opera del Romano sul Taumaturgo non manca, però, di sollevare questioni controverse, che rendono necessaria un’attenta rivisitazione critica di alcune parti del testo. Mi riferisco, in particolare, al racconto della traslazione delle reliquie del Santo in Calabria nella città di Colonna, che, secondo il nostro Autore, avrebbe preceduto la fondazione di Stalettì, sorta successivamente su un sito in altura poco distante. In realtà, la città di Colonna sembrerebbe ubicata più nel mondo delle creazioni immaginifiche di qualche erudito rinascimentale, che non in quello delle realtà storicamente fondate. Le ricerche archeologiche condotte dall’École Française de Rome e da Chiara Raimondo sull’area dove, secondo il Romano, sarebbe sorta la città di Colonna, hanno portato invece alla luce i resti del castrum quod Scillacium dicitur, sorto nell’ambito territoriale dell’impianto monastico cenobitico ed eremitico, Vivariense sive Castellense, fondato da Cassiodoro nel VI secolo.



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giovedì 10 maggio 2018

L'Evangelario della Conciliazione al XXXI Salone Internazionale del Libro di Torino

COMUNICATO
Sabato 12 maggio 2018, alle ore 10.30, sarò ospite al Salone Internazionale del Libro di Torino, nello stand istituzionale della Regione Calabria, Padiglione 3 stand T101. Presenterò la ricerca che ho pubblicato nell’ultimo numero del Vivarium Scyllacense, la rivista dell'Istituto di Studi su Cassiodoro e il Medioevo in Calabria con sede a Squillace. L’Evangelario della Conciliazione: ritrovamento e vicende postunitarie del codice greco-bizantino donato da Achille Fazzari a Pio X, questo è il titolo dell'argomento trattato. Si tratta del primo studio sul codice Vat. gr. 2330, un prezioso evangelario greco-bizantino dell’XI secolo che si riteneva perduto e che Condito ha ritrovato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. 
Il manoscritto fu realizzato in uno dei monasteri bizantini sorti nel comprensorio Scyllacense, l'antica terra di Cassiodoro, un unico sistema storico-territoriale oggi tripartito fra i Comuni di Stalettì, Borgia e Squillace. In questi luoghi, fra il VI e l’VIII secolo, si stabilirono i monaci migrati dall’Oriente cristiano, a cui passarono le fondazioni monastiche cassiodoree del Vivarium e del Castellense.
Ho ribattezzato l’antico codice con il nome di "Evangelario della Conciliazione", per il ruolo pacificatore avuto nell’Italia postunitaria, avendo favorito l'incontro fra l'ex combattente garibaldino Achille Fazzari e Papa Pio X, in un'epoca in cui la "conciliazione" fra lo Stato e la Chiesa non era ancora una realtà compiuta. Lo studio, oltre a fornire la prima descrizione assoluta del codice, con immagini inedite, ricostruisce anche questa pagina dimenticata della storia d'Italia. All’iniziativa culturale torinese sarà presente, tra gli altri, la presidente dell’Istituto Cassiodoreo Chiara Raimondo, che presenterà le attività dell'Istituto e la rivista Vivarium Scyllacense.
Ringrazio l'Assessorato alla Cultura della Regione Calabria per questa importante opportunità di divulgazione della mia “scoperta”.

Domenico Condito