Copanello di Stalettì, la memoria dell’acqua e il destino di una terra: dagli anni ’50 dello scrittore Luigi Pompilj all’eredità del Vivarium di Cassiodoro

Un viaggio tra paesaggi perduti, visioni letterarie e antiche architetture dell’acqua: dalla Sila Piccola a Tiriolo e Catanzaro, fino al sito del Vivariense, dove l’acqua antica del monte Moscius ritrova il suo significato più profondo. 
Domenico Condito

Il promontorio roccioso di Copanello di Stalettì (Catanzaro).

Quando, nel 1954, lo scrittore e saggista Luigi Pompilj rievocò la sua estate calabrese dell’anno precedente, lo fece con un entusiasmo che oggi appare quasi struggente. In quelle pagine, pubblicate sul settimanale Centro Italia, egli definiva Copanello un “luogo virgiliano”, evocando un paesaggio ancora integro, luminoso, capace di parlare alla memoria classica e al sentimento moderno. Erano gli anni in cui il turismo non aveva ancora assunto i tratti predatori che, tra gli anni ’60 e ’80, avrebbero devastato la costa ionica in nome di un presunto “sviluppo turistico”, cancellando equilibri millenari e infliggendo ferite profonde al patrimonio naturalistico e archeologico.

All’epoca, tutto lasciava presagire un futuro diverso. Le condizioni per una politica turistica rispettosa dell’identità locale, dell’ambiente e della storia erano ancora presenti. La costa di Copanello e l’intero comprensorio scyllacense — la terra di Cassiodoro, oggi suddivisa tra Stalettì, Squillace e Borgia — conservavano una forza simbolica e paesaggistica che avrebbe potuto diventare modello di sviluppo culturale e sostenibile.

Copanello appariva allora come un sogno: un promontorio di luce sospeso sullo Ionio, al centro del Golfo di Squillace, simile a una nave ancorata che attende il momento di salpare. Oggi, purtroppo, quel sogno si è incrinato. La speculazione edilizia ha oscurato la lettura dell’antica bellezza, impedendo di coglierne l’anima profonda, che un tempo scorreva letteralmente nell’acqua delle sue sorgenti.
In alto, poco fuori dal centro abitato di Stalettì, dal ninfeo greco-romano di Chillino, l’acqua penetrava nel monte Moscius, lo attraversava con un sistema di cunicoli ancora esistente, raggiungeva il Castrum bizantino di Santa Maria del Mare e scendeva fino al sito dell’antico insediamento, alimentando le terme romane di San Martino. Più in basso, l’acqua marina veniva raccolta nelle celebri vasche di Cassiodoro, collegate alle grotte scavate nella roccia, dove i pesci potevano nuotare in sicurezza: un ingegnoso sistema descritto nelle Institutiones (cap. XXIX).

Uno sviluppo turistico lungimirante avrebbe potuto trasformare questo territorio in un polo culturale e naturalistico di rilievo nazionale, forse decisivo per l’intera Calabria, ma nella terra di Cassiodoro hanno prevalso i “barbari”.

Le vasche di Cassiodoro viste dall'alto.

Luigi Pompilj, un cantore inatteso della Calabria

Pompilj — nipote del cardinale Basilio Pompilj, amico di don Giuseppe De Luca, docente all’Istituto Tecnico di Spoleto e collaboratore di varie testate — fu autore di numerosi studi, tra cui Dai carmi di G. Pontano (1930), La cronaca di fra Giordano da Giano (1932), Gasparina (Gaspara Stampa) (1936), Grammatica della lingua italiana (1947). La sua sensibilità letteraria, nutrita di classicismo e di osservazione umana, lo rese un interprete sorprendentemente fine della Calabria degli anni ’50.
Nel brano che segue, prima di celebrare Copanello, egli ricorda i paesi della Sila Piccola, Tiriolo e Catanzaro, richiamando la permanenza nel capoluogo calabrese di Luigi Settembrini (1835-1839), che dedicò alla città pagine intense nelle sue Ricordanze (vol. I, pp. 100-112).

Il testo di Pompilj (1954)

“[…] Intanto noi in questo maggio ventoso e piovoso con brividi di freddo, abbiamo sospirato a lungo l’estate: e talora morbosamente. È tra una piovuta e l’altra che ho ricordato la mia estate calabrese dell’anno passato nel punto più stretto, tra due mari della penisola, dove, spazzolata dal vento di ponente e da quello di levante che si incrociano sul suo cielo – come dice, o presso a poco, Settembrini nelle «Ricordanze» affettuosamente ritraendola come luogo dove visse gli ultimi mesi della sua più limpida felicità coniugale e della sua più fiduciosa missione di maestro – sede Catanzaro. A sud della Piccola Sila. La stretta penisola è corsa da belle strade asfaltate orlate di oleandri, che serpeggiano tra rocce, costoni, valli e selve di abeti su fino ai laghi artificiali in alto, solitari. Pochi chilometri sopra Catanzaro, poco prima di Tiriolo, nelle belle giornate quando l’aria è chiara si scopre la vista dei due mari: il Tirreno di Santa Eufemia e lo Jonio del Golfo di Squillace. Direi che non sarebbe sprecato un viaggio apposta solo per trascorrere un’ora lassù! E anche i paesi, incastellati in genere sulle montagne, sono da vedersi. Ma Copanello! Vorrei tessere l’elogio di Copanello a chi ha veduto qualche spiaggia calabrese ancora un po’ arretrata, di quelle che danno l’idea di essere tornati indietro a uno degli «stabilimenti» toscani o adriatici di cinquant’anni fa. Una spiaggetta modernissima, con cabine in muratura su due o tre file di terrazze, tutta variopinta di tende e ombrelloni, metà arenile bianco e metà scogliera, un bel bar e molti piccoli villini-cabine aperti su un mare classico, omerico. Siamo alla base di un alto promontorio, arrotondato, che si chiama pittorescamente Coscia di Stalettì, e che è luogo virgiliano. Quando le nere navi di Enea, arrivate in vista dell’Italia e poi entrate nello Jonio costeggiarono questa terra, passarono presso questi scogli e videro «Caulonisque arces et navifragum Scylacaeum», dice Virgilio col verso 553 del III libro dell’Eneide. Lo Scylacaeum navifragum è, ora, la ridente Copanello, contornata di fichidindia di olivi e di eucalipti: si sognano le navi di Enea su un mare intenso, con ancestrale nostalgia, mentre qualche gabbiano bianco vola, come quelli di allora, sulle onde.” (Luigi Pamphilj, Pensieri di un pomeriggio di luglio - Desiderio dell’estate, in Centro Italia, 19-25 luglio 1954, p. 3).

Oggi il monte Moscius, alle cui falde si adagia Copanello, non sembra più capace di ispirare visioni epiche. Le sue sorgenti tacciono, come se un’antica voce si fosse ritirata nel grembo della terra. Eppure, come scriverebbe Paul Claudel, “tutto quanto il cuore desidera può sempre ricondursi all’immagine dell’acqua”. Acqua profonda, silente, che attende nel buio la rinascita. Acqua che custodisce la memoria di ciò che siamo stati.
Basterà una brezza serale perché torni a parlarci? Un raggio di luna perché l’anima antica riprenda a camminare sulle onde? Lo speriamo, con la stessa ostinata fiducia con cui Pompilj, settant’anni fa, vedeva in Copanello un frammento di classicità ancora vivo.

Al centro della foto, il promontorio di Copanello, alle pendici del monte Moscius. A destra, in basso, la spiaggia di Copanello.

Forse, per comprendere fino in fondo il destino di Copanello e del suo monte silenzioso, occorre volgere lo sguardo al sito del promontorio roccioso di Copanello, dove Cassiodoro volle fondare il monastero Vivariense: un luogo in cui l’acqua, la Scrittura, la preghiera e il lavoro umano si intrecciavano in un’unica liturgia della conoscenza. Lì, tra vasche, orti, biblioteche e laboratori di copiatura, il grande statista immaginò che la rinascita dell’Occidente potesse nascere dalla custodia dell’essenziale: la Parola, la natura, la memoria.
Oggi, mentre le sorgenti del Moscius sembrano tacere, il Vivariense continua a parlare. Ricorda che ogni paesaggio è un testo, ogni costa una pagina, ogni rovina un monito. Ricorda che la bellezza non è un ornamento, ma una responsabilità. Ricorda, soprattutto, che anche quando l’uomo tradisce la sua terra, la terra non smette di attendere il ritorno dell’uomo.
Forse è proprio questo il messaggio ultimo che Copanello consegna al nostro tempo: che la sua acqua — come quella che scorreva tra gli scriptoria del Monastero di Vivarium — può ancora rigenerare, purificare, ricominciare. Basta che qualcuno torni ad ascoltarla e a pregare.

La chiesa di San Martino e i "vivaria" di Cassiodoro in una miniatura del Codex Bamberg,
Staatsbibliothek, Misc. Patr. 61, f. 29v.

 

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