La fondazione della Chiesa di San Rocco a Stalettì: un voto del popolo durante l'epidemia di peste del 1528–1530

Anticipazioni di una ricerca inedita condotta nell’Archivio di Stato di Napoli e nell’Archivio Diocesano di Squillace.
Domenico Condito

Processione di San Rocco a Stalettì nel giorno della festa, il 16 agosto.

Entrare nella storia religiosa di Stalettì significa attraversare un territorio in cui la memoria collettiva, la fede popolare e le istituzioni civili ed ecclesiastiche si intrecciano in modo profondo e spesso sorprendente. Un caso emblematico è quello della Chiesa di San Rocco, fondata nella prima metà del Cinquecento, e dedicata all’Immacolata nel corso del XVIII secolo. Le sue origini non sono affidate a leggende vaghe, ma emergono con forza da un documento del 1752, una relazione ufficiale redatta da un Visitatore Regio inviato da Napoli per dirimere una controversia che, come vedremo, avrebbe avuto conseguenze decisive per la storia ecclesiale di Stalettì. È da quelle pagine, scritte con la severità burocratica del Settecento, ma animate dalla voce viva dei testimoni più anziani, che possiamo ricostruire la nascita della chiesa, il suo ruolo nella Comunità e il suo statuto giuridico. Ed è da lì che possiamo comprendere come una chiesa nata come voto contro la peste sia diventata, nel tempo, il sacrario di una devozione mariana destinata a trasformare la vita religiosa del paese. La relazione del Visitatore Regio è conservata oggi nell’Archivio Diocesano di Squillace


Il voto del popolo e la nascita della Chiesa

Secondo quanto emerso dall’approfondita inchiesta giudiziaria del 1752, condotta dal Visitatore Regio per conto della Segreteria di Stato borbonica, la nascita della chiesa di San Rocco si deve interamente all’iniziativa spontanea dei cittadini di Stalettì. Allorquando una violenta epidemia di peste iniziò a colpire la “Terra di Stalettì” e i luoghi circonvicini “con indicibile strage della gente”, gli stalettesi cercarono un argine soprannaturale al flagello. La scelta cadde su San Rocco, il pellegrino taumaturgo universalmente invocato contro le epidemie. Si legge nel documento:

«Da tempo immemorabile, allorquando affliggeva il contagio non solo detta Terra ma gli altri luoghi circonvicini con indicibile strage della gente, l’antenati di loro concittadini […] pensarono aver ricorso al patrocinio del glorioso San Rocco.»

La tradizione orale e le testimonianze dell’epoca, raccolte dal Visitatore Regio, concordavano nel ritenere che, a seguito delle fervide preghiere del popolo, il paese venne miracolosamente liberato e preservato dal male. Si legge ancora nel documento: 

«A spese di loro spese stimato aveano eriggere una Chiesa nella pubblica Piazza d’essa Terra sotto il titolo di detto Santo, con averle costituita una competente dote in conformità de’ Sacri Canoni e Concilij.»

Riconoscenti per lo scampato pericolo, quindi, i cittadini decisero di edificare a proprie spese una chiesa dedicata al Santo, scegliendo come collocazione la pubblica piazza, baricentro della vita civile e sociale della Comunità. La collocazione nella piazza non è un dettaglio urbanistico: è un gesto simbolico. Significa che la Comunità volle porre il proprio centro civile sotto la protezione del Santo, trasformando lo spazio pubblico in uno spazio sacro. Non a caso, San Rocco è ancora oggi considerato compatrono di Stalettì, di cui il Patrono principale rimane ed è sempre stato San Gregorio Taumaturgo. Per garantire il funzionamento e il mantenimento della nuova chiesa, la popolazione stessa la dotò di una consistente dote patrimoniale fissa (“competente dote”), costituita da terreni, censi e donazioni, muovendosi in stretta “conformità de’ Sacri Canoni e Concilij”.
Il documento aggiunge che San Rocco liberò Stalettì “dal detto contagio, ma sempre lo preservò dal medesimo”, e che la devozione crebbe al punto da generare una prima Confraternita, poi scomparsa.

Facciata dell'antica Chiesa di San Rocco a Stalettì.
Nella seconda metà del Settecento è stata intitolata alla Santissima Immacolata.
Oggi la chiesa è in restauro.

San Rocco: perché Stalettì lo scelse come protettore durante la peste

Per comprendere fino in fondo la scelta degli Stalettesi nel Cinquecento, è necessario ricordare chi fosse San Rocco e perché, nel pieno di un’epidemia, il suo nome risuonasse come una promessa di salvezza. La relazione del 1752 parla di un ricorso “al patrocinio del glorioso San Rocco”, e non è un dettaglio marginale: è il riflesso di una devozione che, già nel Quattrocento e nel Cinquecento, attraversava l’Europa intera. San Rocco, nato a Montpellier tra il 1346 e il 1350, è una delle figure più emblematiche della santità medievale. Pellegrino penitente, percorse l’Italia settentrionale durante la grande peste del Trecento, dedicandosi alla cura dei malati e, secondo la tradizione, ottenendo guarigioni miracolose semplicemente tracciando su di essi il segno della croce. La sua stessa biografia è segnata dal contagio: colpito dalla peste mentre assisteva gli infermi, si ritirò in una selva presso Piacenza, dove — narra la leggenda — un cane gli portava ogni giorno un pane per sostenerlo nella malattia. Da qui l’iconografia del Santo, sempre accompagnato dal cane fedele e dalla piaga scoperta sulla coscia. Questa immagine — il pellegrino che non fugge il morbo ma lo affronta, che non teme il contagio ma lo cura, che non soccombe alla peste ma la attraversa — divenne nei secoli un simbolo potentissimo. Non stupisce, dunque, che nel Mezzogiorno, dove le epidemie erano cicliche e devastanti, il nome di San Rocco fosse invocato come scudo e come speranza. La sua fama taumaturgica si diffuse rapidamente, e già nel Quattrocento e Cinquecento molte comunità calabresi gli dedicarono cappelle votive, spesso nate come risposta diretta a un’epidemia. È in questo contesto che si colloca la scelta degli stalettesi. Quando la peste colpì la “Terra di Stalettì” e i paesi vicini “con indicibile strage della gente”, la comunità riconobbe in San Rocco non solo un intercessore, ma un modello: un uomo che aveva condiviso la sofferenza dei malati, che aveva affrontato il contagio e che, secondo la tradizione, aveva ottenuto la guarigione di intere città. La decisione di erigere una chiesa nella piazza pubblica, a proprie spese, fu dunque un gesto di fede ma anche di identificazione: San Rocco era il santo che aveva vissuto ciò che loro stavano vivendo.


Quale epidemia di peste colpì Stalettì? Una ricostruzione storica plausibile

La relazione del 1752 non indica l’anno dell’epidemia che spinse gli antenati di Stalettì a edificare la chiesa di San Rocco; si limita a definirla come un evento avvenuto “in tempi remoti” e addirittura “antichissimi”, tanto da non lasciare alcuna memoria scritta. Questa vaghezza, lungi dall’essere un limite, diventa un indizio prezioso. Se l’epidemia fosse stata quella del 1656–1657, che devastò il Regno di Napoli e di cui esistono numerose testimonianze archivistiche, la memoria sarebbe stata più precisa e non si parlerebbe di un tempo così lontano. Lo stesso vale per la peste del 1575–1577, che lasciò tracce documentarie significative e che, pur essendo più antica, non sarebbe stata percepita nel 1752 come un evento così remoto da sfuggire completamente alla cronologia locale.
L’epidemia che meglio corrisponde alla descrizione del documento è invece quella del 1528–1530, una delle più violente e pervasive che colpirono il Mezzogiorno nel primo Cinquecento. Essa devastò città e campagne, provocò un crollo demografico drammatico e lasciò un’impronta profonda nella memoria collettiva del Regno di Napoli. È un’epoca sufficientemente lontana da essere ricordata, due secoli dopo, come un tempo indistinto e quasi mitico, ed è soprattutto il periodo in cui il culto di San Rocco conobbe la sua massima espansione nel Sud Italia, proprio in risposta alle grandi ondate epidemiche.
Tutti questi elementi convergono verso una conclusione storicamente plausibile: la Chiesa di San Rocco a Stalettì nacque con ogni probabilità come voto collettivo durante la grande peste del 1528–1530. In quel frangente, la Comunità, colpita dal contagio e alla ricerca di protezione, si rivolse al Santo pellegrino, edificando nella piazza pubblica un luogo sacro che fosse insieme segno di gratitudine, presidio spirituale e simbolo di rinascita. La memoria di quell’evento, pur priva di date precise, sopravvisse nei secoli come un racconto fondativo, radicato nella coscienza del paese e trasmesso fino al Settecento, quando il Visitatore Regio ne raccolse l’eco nelle parole degli anziani.
Un elemento non secondario che depone a favore dell’epidemia di peste del 1528-1530 è l’assenza di una Bolla di fondazione della chiesa, che dopo il Concilio di Trento sarebbe stata obbligatoria.

Gaspar Dias, Apparizione dell’angelo a san Rocco (1584), Chiesa di san Rocca a Lisbona.

La Chiesa di San Rocco fu fondata prima del Concilio di Trento (1545-1563)

Come già asserito, la relazione del 1752 afferma che la chiesa fu edificata “in tempi antichissimi” e che non esisteva alcuna Bolla o documento formale di fondazione. Il Vicario Generale, interrogato dall’Inviato Regio risponde infatti che non se ne conserva memoria “essendo stata eretta in tempi antichissimi per l’autorità del Vescovo dell’epoca”. Se la cappella fosse stata fondata dopo il Concilio di Trento (1545–1563), la Bolla sarebbe stata obbligatoria e conservata negli archivi diocesani. La sua assenza è un indizio storico molto preciso: la fondazione è anteriore alla riforma tridentina. La frase secondo cui la chiesa fu dotata di rendite “in conformità con i Sacri Canoni e i Concilij” non è un riferimento puntuale al Concilio di Trento, ma una formula giuridica generica, usata nel Settecento per indicare che una fondazione era considerata legittima secondo il diritto canonico vigente. È un linguaggio retroattivo, non una datazione. 


Lo status giuridico: una “cappella semplice”

L’indagine del 1752 chiarisce che la Chiesa di San Rocco non nacque come sede di una Confraternita laicale, nonostante nei decenni successivi si fosse tentato di dimostrare il contrario, Inoltre, come si è detto, la Curia Vescovile non possedeva alcuna bolla ufficiale di fondazione. L’edificio era sorto in un momento di emergenza, con la sola autorizzazione verbale del Vescovo. Tuttavia, la relazione riferisce che “in breve tempo… fu anche istituita una devota Confraternita”, nata per onorare il Santo e amministrare le rendite della chiesa. Tuttavia, nel 1752, gli anziani interrogati dal Visitatore Regio dichiarano che “non vi è mai stata una radunanza formale o una confraternita sotto il titolo di San Rocco”, e che gli abiti bianchi e lo stendardo verde conservati nella chiesa venivano indossati “da qualsiasi persona si trovasse nella piazza del paese”. In altre parole, la confraternita originaria si era probabilmente estinta, lasciando solo tracce materiali e ricordi frammentari. Per oltre un secolo, San Rocco mantenne lo status giuridico di cappella semplice, direttamente soggetta alla giurisdizione spirituale e temporale del Vescovo di Squillace. La gestione economica, inizialmente affidata a procuratori laici, si stabilizzò a partire dal 1703: ogni anno, il clero locale e i rappresentanti del paese eleggevano un sacerdote come procuratore, che presentava i conti alla Curia. 

Altare maggiore della Chiesa dell'Immacolata a Stalettì, un tempo Chiesa di San Rocco.

La controversia con la Confraternita dell’Immacolata

La storia della chiesa di San Rocco, nata come voto collettivo durante la peste e divenuta nei secoli un punto fermo dell’identità religiosa di Stalettì, non si chiude con la sua fondazione. Al contrario, essa apre la strada a un secondo capitolo, altrettanto significativo, che riguarda la trasformazione dello spazio sacro e l’intreccio di due devozioni profondamente radicate nella comunità. È infatti all’interno della stessa chiesa di San Rocco che, “trascorso più di un secolo”, alcuni devoti ottennero dal Vescovo di Squillace il permesso di erigere un altare dedicato alla Vergine Immacolata. Quel gesto, apparentemente semplice, inaugurò una convivenza che non fu soltanto architettonica, ma spirituale e sociale: due culti, due patrimoni, due identità coesistevano sotto lo stesso tetto.

Nel corso del Seicento e del Settecento, la Cappella dell’Immacolata divenne un nuovo centro di gravità per la vita religiosa del paese. Attorno al suo altare monumentale si formò una Confraternita autonoma, dotata di beni propri, di un Procuratore eletto annualmente e di un abito distintivo che ne sanciva la presenza pubblica nelle processioni e nella preghiera quotidiana. La relazione del 1752 mostra con chiarezza come, nello stesso edificio, convivessero due storie diverse: da un lato la memoria antica e popolare di San Rocco, dall’altro la vitalità crescente dell’Immacolata, sostenuta da una Confraternita solida e riconosciuta.

Questa coesistenza, tuttavia, non rimase priva di tensioni. A metà del Settecento, la proposta di unire le due “cappelle” — intese non come spazi fisici, ma come enti giuridici dotati di patrimoni e amministrazioni proprie — generò un conflitto che divise la Comunità e arrivò fino al Re Carlo di Borbone, che intervenne in prima persona per risolvere la controversia. La chiesa di San Rocco, nata come luogo di protezione contro la peste, divenne così il teatro di una complessa dialettica tra devozione, identità e gestione economica.

Questa vicenda, affascinante e decisiva per comprendere l’evoluzione religiosa di Stalettì, merita un’analisi autonoma. Nel prossimo articolo ricostruirò come e perché la dedicazione originaria a San Rocco venne progressivamente affiancata — e poi sostituita — da quella all’Immacolata Concezione, e come la Comunità visse questo passaggio che ancora oggi segna la sua memoria spirituale.

San Rocco, compatrono di Stalettì, continua a essere profondamente venerato dalla comunità locale. La sua festa, celebrata il 16 agosto, richiama ogni anno un grande numero di fedeli, non solo dal paese ma da tutto il comprensorio, confermando la forza e l’attualità di una devozione che attraversa i secoli.

Commenti