Saverio Aracri di Stalettì, precursore della medicina scientifica nella Calabria del Settecento

Studio storico‑clinico inedito su un medico calabrese del Settecento, la cui figura presentai alla fine degli anni Novanta in uno dei seminari di Metodologia e Critica Epistemologica del prof. Ettore Caracciolo, di cui fui stretto collaboratore presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano.
Domenico Condito

Ritratto evocativo di Saverio Aracri, medico e rivoluzionario calabrese (Stalettì, XVIII–XIX secolo). L’immagine non è un ritratto reale, ma una ricostruzione ideale che ne traduce la duplice identità di clinico e militante politico: lo sguardo fermo, la scrivania con i libri e gli strumenti medici, la luce di Parigi sullo sfondo e l’albero della libertà richiamano la sua vita tra scienza e rivoluzione.

1. La lue nel Settecento: un laboratorio della modernità medica

La storia della lue venerea (sifilide) nel Settecento è un territorio di frontiera, un luogo in cui la medicina europea comincia lentamente a liberarsi dalle impalcature teoriche dell’ancien régime per trasformarsi in una disciplina fondata sull’osservazione, sulla correlazione tra sintomi e lesioni, sulla verifica empirica. La sifilide, con la sua capacità di colpire organi diversi e di assumere forme mutevoli, costrinse i medici a interrogare il corpo con occhi nuovi.
Da Giovanni Maria Lancisi (1654-1720), che parlò di aneurisma gallicum, a Giovanni Battista Morgagni (1682-1771), che con il De Sedibus inaugurò l’anatomia patologica moderna, la lue divenne un banco di prova per un metodo che non si accontentava più di teorie astratte, ma cercava prove, correlazioni, riscontri anatomici.
In questo scenario, la figura di Domenico Cirillo (1739-1799) - patologo, scienziato ed esponente di rilievo della Repubblica Napoletana del 1799 - si colloca come una delle più avanzate del Settecento italiano: un medico che, pur operando prima dell’applicazione del metodo sperimentale alla medicina, che risale indicativamente a Claude Bernard (C. Bernard, Introduction à l´étude de la médecine experimental, París, Collège de France, 1865), aveva già intuito che la scienza medica doveva fondarsi sull’osservazione rigorosa e sulla descrizione sistematica dei casi.

Angelica Kauffman, Ritratto di Domenico Cirillo, 1784-1786, Museo Nazionale di San Martino, Napoli.

2. Domenico Cirillo: il metodo clinico prima del metodo sperimentale

Quando si osserva l’opera di Domenico Cirillo nel contesto della medicina settecentesca, si comprende immediatamente come egli abbia rappresentato un punto di svolta, un ponte tra la tradizione medica dell’ancien régime e la nascente clinica moderna. Pur vivendo in un’epoca in cui il metodo sperimentale non aveva ancora trovato la sua formulazione teorica definitiva nell’ambito delle scienze naturali, Cirillo aveva già intuito che la medicina non poteva più fondarsi su sistemi astratti, ma doveva radicarsi nell’osservazione diretta, nella verifica dei fatti, nella correlazione costante tra sintomi, lesioni e decorso della malattia.
La sua esperienza all’Ospedale degli Incurabili di Napoli fu decisiva. In quegli anni, Cirillo seguì quotidianamente i malati, annotò con scrupolo i segni clinici, confrontò le manifestazioni esterne con ciò che l’anatomia rivelava all’interno del corpo, e soprattutto costruì un metodo che potremmo definire “clinico” nel senso moderno del termine. Non si accontentava di ripetere le dottrine dei maestri, ma cercava di verificare ogni affermazione alla luce dell’esperienza. Nel 1780, pubblicò il trattato De lue venerea; nel 1783, seguirono le sue Osservazioni pratiche intorno alla lue venerea. Quest’ultima opera comprendeva una prima sezione dedicata alla descrizione anatomopatologica e alla clinica della lue e delle malattie veneree; una sezione successiva dedicata alla terapia medica e chirurgica; ed infine una sezione molto interessante con le osservazioni pratiche su circa cinquanta casi di lue descritti con un metodo che anticipa l’approccio della medicina sperimentale.
Cirillo non operava in solitudine. Attorno a lui si muoveva una rete di medici, studenti e giovani clinici che, dalle province del Regno, gli inviavano casi, relazioni, osservazioni. Era un modo per costruire una comunità scientifica diffusa, capace di superare i confini geografici e di far circolare il sapere. In questo scambio continuo, la Calabria — spesso percepita come periferia — entrò a pieno titolo nel laboratorio clinico del Settecento napoletano. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la figura di Saverio Aracri, giovane medico di Stalettì, in Calabria, che inviò a Cirillo una relazione clinica di un caso trattato a Catanzaro, e poi a Stalettì. Lo scienziato napoletano giudicò tanto accurata la relazione di Aracri da includerla integralmente nelle sue Osservazioni pratiche, sia nell’edizione italiana (Napoli, 1783) che in quella francese (Parigi, 1803). La presenza di Aracri nell’opera di Cirillo non è un dettaglio marginale, ma la testimonianza concreta di come il metodo clinico cirilliano avesse trovato eco e continuità anche nelle province più lontane, grazie a medici capaci di osservare, descrivere e ragionare con rigore scientifico prima ancora che la scienza avesse codificato il proprio metodo.

“Stallatì”, l’attuale Stalettì, e gli scogli della punta rocciosa indicati come “Pietre tramontane”, in una carta geografica del Golfo di Squillace pubblicata da Antonio Rizzi‑Zannoni nell’Atlante geografico del Regno di Napoli, realizzato per ordine di Ferdinando IV, tra il 1788 e il 1812.

3. Saverio Aracri: un medico tra rivoluzione e clinica davanguardia

La figura di Saverio Aracri emerge da questo quadro come quella di un medico capace di inserirsi, pur partendo da un piccolo paese della Calabria Ulteriore, in una rete scientifica che aveva il suo centro a Napoli e il suo orizzonte naturale in Europa. Nato a Stalettì da Francesco Aracri e Teresa Capricotto, crebbe in un ambiente familiare colto e vivace, segnato dalla presenza del fratello maggiore, l’abate Gregorio Aracri, filosofo, poeta, matematico e protagonista dei moti del 1799. Dopo gli studi iniziali, Saverio si trasferì a Napoli, dove frequentò l’Università de’ Regi Studi, dedicandosi alla matematica e alla medicina. Conseguita la laurea, esercitò la professione medica prevalentemente a Catanzaro, distinguendosi per competenza e rigore.
La sua carriera si svolse però in un contesto storico agitato, nel quale la scelta di campo politico poteva determinare il destino di un’intera famiglia. Nel 1799, quando la Repubblica napoletana si estese anche alla Calabria, Saverio e il fratello Gregorio sostennero apertamente il nuovo ordine politico. La repressione del Cardinale Ruffo colpì duramente gli Aracri: la casa fu saccheggiata, i beni confiscati, la madre e i figli minori ridotti alla miseria. Saverio, come il fratello, fu condannato alla pena capitale e costretto alla fuga. Riparò in Francia, stabilendosi a Parigi, dove visse in esilio fino al 1810, anno in cui poté rientrare grazie all’indulto del 23 aprile.

Le vicende dei suoi figli, Domenico e Gregorio, mostrano quanto profonda fosse la continuità dell’impegno politico della famiglia. 

Domenico partecipò al moto costituzionale del 1821 e, accusato di cospirazione contro il governo borbonico, fu costretto all’esilio a Madrid, dove morì ancora sotto processo politico. La sua adesione agli ideali liberali fu tale che alcune fonti lasciano intuire un suo possibile legame con la Giovine Italia. A questo proposito, in una memoria manoscritta di un altro Saverio Aracri, nipote del nostro medico e figlio di Gregorio, si legge che “è pur lecito presumere ch’egli (Domenico) abbia fatto parte della Giovine Italia, quando si pensi che di essa fu promotore Guglielmo Pepe di Squillace paese vicinissimo a Stalettì e quando si sappia che in casa Aracri si conserva tuttora il sugello di quella setta”.  

Gregorio, più giovane, proseguì la stessa strada: dopo il 1821 rimase vicino ai circoli rivoluzionari calabresi e fu tra i protagonisti del moto del 1848. Arrestato nel 1847 per cospirazione, rischiò la fucilazione e fu liberato solo grazie a influenti intercessioni. Tornato in libertà, organizzò il movimento insurrezionale nel Catanzarese, ma, fallita la rivoluzione, visse quattro anni nascosto nei boschi. Nel 1852 fu condannato all’esilio perpetuo e riparò a Malta, dove morì. 

Una fonte attendibile riferisce che i due fratelli — l’uno esule a Madrid, l’altro a Malta — morirono lo stesso giorno, il 3 agosto 1866, quasi a suggellare simbolicamente la loro comune sorte politica.

Quando Saverio Aracri rientrò in Calabria, dopo il lungo soggiorno parigino durato oltre dieci anni (1806–1815), portava con sé un bagaglio culturale e clinico che lo rendeva un medico di livello europeo. Assunse la rettoria del Real Collegio di Catanzaro, istituzione che nel frattempo era stata integrata da corsi universitari di giurisprudenza e medicina, e divenne una figura di rilievo della Carboneria calabrese. Il 4 luglio 1821 guidò, insieme a Giovanni Piccinnè e Francesco Riga, la rivolta antiborbonica di Stalettì, confermando la sua coerenza politica e la continuità con gli ideali del 1799. In quell’occasione, nella piazza di Stalettì fu piantato l’albero della libertà e fu proclamata la decadenza del governo borbonico.

Sul piano scientifico, il suo lungo soggiorno parigino lo aveva collocato nel cuore della medicina europea proprio mentre la clinica moderna stava nascendo. Non sappiamo quali ambienti frequentò, ma il solo fatto di vivere a Parigi in quegli anni significa essere immerso in un mondo medico avanzato, fatto di ospedali clinici, scuole anatomiche, dibattiti scientifici e nuove metodologie di osservazione. Quando tornò in Calabria, portava con sé un metodo e una visione che lo resero capace di osservare e descrivere con rigore ciò che accadeva nel corpo del malato, inserendosi così, pur dalla periferia del Regno, nella grande corrente della medicina più avanzata del Settecento.

La Farmacia degli Incurabili, parte storica del Complesso dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli (1520–1522), rappresenta uno dei luoghi simbolo della medicina settecentesca napoletana. In questo ambiente — dove arte, scienza e pratica terapeutica si intrecciavano — si formò il clima clinico in cui operò Domenico Cirillo e che influenzò anche la maturazione scientifica di medici come Saverio Aracri. La ricchezza iconografica e l’ordine razionale della farmacia evocano quel passaggio decisivo dalla tradizione umorale alla nascente medicina osservativa che costituisce il cuore del presente studio.

4. Il caso clinico inviato da Aracri a Cirillo: una testimonianza di medicina osservativa

Il contributo più prezioso di Saverio Aracri alla storia della medicina è la relazione clinica che inviò a Cirillo: il caso del calzolaio Antonio Scillano di Stalettì, affetto da una gonorrea virulenta che, nel corso di sedici anni, aveva prodotto complicazioni sistemiche gravissime. Cirillo introduce così il testo: «…ho ricevuto per mano del savio e diligente giovane di Medicina Signor D. Saverio Aracri la seguente relazione…». Questa frase rivela la stima professionale che Cirillo nutriva per Aracri e la fiducia che riponeva nella sua capacità di osservazione. La relazione è sorprendente per precisione e modernità: descrive l’evoluzione del morbo in modo cronologico, distingue tra sintomi locali e manifestazioni sistemiche, osserva con attenzione scroto, testicoli, cordoni spermatici, vescica, valuta l’efficacia dei trattamenti, registra miglioramenti e ricadute, documenta l’uso della candeletta uretrale, e conclude con una prognosi fondata sull’esperienza. È, a tutti gli effetti, un caso clinico moderno. Per restituire al lettore la voce autentica di Saverio Aracri e mostrare la qualità osservativa che lo rese degno dell’attenzione di Cirillo, riporto integralmente la relazione clinica che egli inviò al maestro napoletano, trascritta fedelmente dall’edizione del 1783:

Caso XXXXVII – Antonio Scillano di Stalattì
4 Ottobre 1783

“Mentre mi trovava in fine di quest’Opera, ho ricevuto per mano del savio, e diligente giovane di Medicina Signor D. Saverio Aracri, la seguente relazione, ed io medesimo ho esaminato l’infermo dopo terminata la cura, e dopo la perfetta guarigione.
Antonio Scillano di Stalattì Terra della Calabria ulteriore, di anni 40, di temperamento melanconico, e di mestiere Calzolaio, 16 anni addietro fu attaccato da Gonorrea virulenta. Egli portò tal morbo per molti anni, senza risentirne incomodo alcuno, forse perché dotato dalla natura di una costituzione straordinariamente forte. Ma vedendo che lo scolo gonorroico invece di diminuire, cresceva, pensò di volersi medicare. Consigliato dunque da un Medico, fece uso della Tisana purgante comune, per lungo tempo; e quindi adoperò varie preparazioni Mercuriali internamente; ma sempre senza veruno profitto.
Rifiutato dal lungo ed inutile uso di tante medicine, abbandonò la Gonorrea a se medesima; onde questa comunicando continuamente gran quantità di veleno alla macchina, fu causa che sei anni addietro gli si svilupparono grandi, e generali dolori nelle giunture; ed intanto lo scolo si avanzò moltissimo. Egli avendo consultato altro Professore, fu trattato con fregagioni Mercuriali per lunghissimo tempo, e da queste ottenne una palliazione de’ dolori, ma niente di più. Cinque anni addietro ricomparvero i generali dolori, e le parti genitali si gonfiarono straordinariamente; lo scroto divenne duro, e si aprì in più luoghi, onde usciva una materia saniosa, e fetente. I testicoli erano duri, e tumidi; i cordoni spermatici durissimi, e grossi; e la vescica orinaria era attaccata da un dolore acerbissimo, e continuo.
In tale stato si trovava l’infermo quando io lo vidi la prima volta. Egli era ridotto ad un estremo di debolezza, e di magrezza; e non poteva camminare, né stare in piedi. Lo feci venire a Catanzaro, dove giungemmo il dì nove Luglio. Lo feci osservare da un dotto Chirurgo, il quale vedendo le parti pudende in tale stato, quale da me si è descritto, mi disse che lo mandassi a morire nell’Ospedale degli Incurabili.
Fu adunque ricevuto ed osservato, e si giudicò essere inutile qualunque ajuto, così Medico, come Chirurgico. Sicché l’infermo fu abbandonato interamente, giacché il morbo mostrava di voler terminare prontamente in una morte penosa. A mie istanze gli fu introdotta nell’uretra una candeletta, e mediante questo ajuto, dopo alquanti giorni le aperture dello scroto si chiusero affatto, e nell’orinare il nostro infermo non sentiva un dolore tanto eccessivo.
Cominciò a nutrirsi un poco, ed a sentirsi più forte. Lo feci portare in casa mia, lo apparecchiai con venti bagni d’acqua dolce, e quindi lo feci fregare con unguento di Sublimato. Si deve avvertire che prima di cominciare queste fregagioni, le parti pudende erano nel medesimo stato di sopra descritto; solo le aperture dello scroto si vedevano chiuse perfettamente, ed il dolore nell’orinare era tollerabile.
Dopo le prime unzioni le orine comparvero torbide, e molto sedimentose; ma in seguito poi non fu così. Avendo consumata un’oncia d’unguento, l’infermo avvertiva miglioramento sensibile. Ora si trova averne consumate due once, e l’evento è felicissimo. Si vede il nostro avventurato Calzolaio ingrassato talmente, che giammai ricordasi essere stato così; e dice essere forte, come prima di acquistare la Gonorrea.
Lo scroto è quasi del tutto ceduto. Quella durezza vicina al collo della vescica è sciolta perfettamente, ed ora si può benissimo introdurre nella vescica tanto il catetere, come la candeletta. I cordoni spermatici hanno il loro diametro naturale, lo scroto il natural volume, e la durezza del setto è svanita. Sicché vedendosi pressoché guarito eradicativamente, è sperabile che quel residuo di goccetta cederà sotto l’uso di poche altre fregagioni, che tuttavia si continuano discretamente, per assicurare l’esito felice della cura”.

In queste pagine compare l’inizio della relazione clinica di Saverio Aracri, riprodotta da Domenico Cirillo anche nell’edizione francese delle Osservazioni pratiche. L’opera, pubblicata a Parigi nel 1803 con il titolo Traité complet et observations pratiques sur les maladies vénériennes ou Nouvelle méthode de guérir radicalement la syphilis la plus invétérée, fu tradotta dall’italiano e annotata da Charles‑Édouard Auber.

La lettura di questo documento permette di cogliere con immediatezza la maturità clinica di Aracri e il suo ruolo nella diffusione del metodo osservativo di Cirillo. Ma, a uno sguardo più attento, rivela anche qualcosa di più profondo e sorprendentemente moderno. La relazione mostra infatti una padronanza tecnica che anticipa, per molti aspetti, la clinica ottocentesca: l’attenzione alla cronologia dei sintomi, la distinzione tra manifestazioni locali e sistemiche, la valutazione critica dei trattamenti precedenti, l’uso prudente ma consapevole dei mercuriali, la capacità di interpretare i segni corporei come indicatori di processi interni. Aracri non si limita a descrivere: ragiona sul caso, formula ipotesi, verifica gli effetti delle terapie, registra i cambiamenti giorno per giorno. È un modo di procedere che, pur privo della formalizzazione sperimentale bernardiana, ne anticipa lo spirito: osservare, correlare, dedurre, correggere.
Colpisce anche la sua capacità di intervenire contro ogni speranza, là dove i medici dell’Ospedale degli Incurabili di Catanzaro avevano già decretato l’inutilità di ogni cura. Aracri non si arrende al giudizio dei colleghi, né alla gravità del quadro clinico: insiste, propone l’uso della candeletta uretrale, interpreta i primi miglioramenti come segnali da seguire con prudenza e determinazione. È un atteggiamento che unisce rigore e audacia, e che testimonia una concezione della medicina come arte del possibile, non come semplice applicazione di protocolli. Ma forse l’aspetto più sorprendente — e più umano — è il gesto con cui decide di accogliere il paziente nella propria casa, quando le strutture ospedaliere lo avevano ormai abbandonato. Lo nutre, lo assiste, lo segue personalmente nelle unzioni, nei bagni, nelle osservazioni quotidiane. In un’epoca in cui il malato povero era spesso lasciato al proprio destino, questo gesto rivela una concezione della cura che non è solo tecnica, ma etica: la medicina come responsabilità personale, come prossimità, come custodia della fragilità.
In questo intreccio di precisione clinica, tenacia terapeutica e umanità concreta, la relazione di Saverio Aracri si rivela non solo un documento di storia medica, ma una testimonianza viva di ciò che la medicina può essere quando unisce scienza e compassione, metodo e coraggio, osservazione e dedizione.


5. Un precursore della medicina scientifica in Calabria

Considerare oggi la figura di Saverio Aracri significa riconoscere che, nella Calabria del Settecento, esistevano medici capaci di inserirsi nel dibattito scientifico più avanzato del loro tempo. La sua relazione clinica, inserita da Cirillo nelle Osservazioni pratiche intorno alla lue venerea, è una delle prime testimonianze di medicina osservativa prodotte in Calabria.
Aracri non fu soltanto un medico: fu un precursore, un ponte tra la periferia meridionale e il cuore della scienza europea, tra la tradizione umorale e la clinica moderna, tra la pratica quotidiana e la riflessione scientifica.
Restituirgli un posto nella storia significa riconoscere che la modernità medica non nacque solo nei grandi centri, ma anche grazie a figure periferiche, coraggiose e rigorose, capaci di osservare, comprendere e curare con spirito nuovo.

Commenti