Calabria: la spaventosa pioggia di cenere nera del 27 marzo 1809
Furono colpite soprattutto Reggio, Scilla, Catanzaro e l’intero litorale ionico, dallo Stretto di Messina fino a Crotone. Su questo scenario si innestano la narrazione storica, le osservazioni naturali e le analisi scientifiche raccolte nelle tre relazioni presentate all’Accademia Pontaniana: quella di Bernardo De Riso, magistrato di Catanzaro; quella dell’abate Gregorio Aracri, filosofo e matematico di Stalettì; e infine quella dell’arcidiacono‑scienziato Luca de Samuele Cagnazzi, che offrì la lettura fisica più avanzata del fenomeno.
Domenico Condito
La Calabria sotto la cenere: il 27 marzo 1809 tra storia naturale e scienza borbonica
Il 27 marzo 1809 la Calabria si svegliò sotto un cielo che nessuno, in quelle terre, aveva mai visto. Non era un temporale, né una nebbia marina, né una delle foschie che talvolta salgono dai due golfi che stringono l’istmo tra Squillace e Sant’Eufemia. Era qualcosa di diverso, di più inquietante e insieme di più affascinante: una pioggia di cenere vulcanica, sottile come polvere d’inchiostro, scura come piombo non levigato, capace di velare l’orizzonte, irritare gli occhi, posarsi sui tetti e sulle foglie, e trasformare per alcune ore il paesaggio calabrese in un’immagine sospesa tra il reale e il visionario.
La popolazione, che all’alba percorreva le strade tra i villaggi, avvertì per prima il mutamento dell’aria. Alcune donne dei contadi, dirette a Catanzaro, lamentarono un fastidio agli occhi, come se una sabbia finissima si sollevasse dal suolo. Solo più tardi si comprese che quella polvere non veniva dalla terra, ma dal cielo. Intorno alle otto del mattino, la caduta divenne evidente: una cenere minuta, ruvida, asciutta, si depositava ovunque, mentre l’aria, insolitamente calda per la stagione, sembrava immobile, trattenuta da una cappa di caligine che oscurava il mare e rendeva indistinto il profilo dell’orizzonte meridionale.
La Calabria si trovava in quel momento sotto l’influsso di un vento caldo e secco proveniente da Sud Sud Ovest, lo stesso che, poche ore prima, aveva accompagnato l’apertura di una nuova bocca eruttiva dell’Etna. Il vulcano siciliano, in quei giorni, aveva emesso enormi quantità di materiale piroclastico: lapilli, sabbie, ceneri, che si erano sollevati in una nube densa e compatta, “nuvoli di arena” che il vento aveva strappato al cratere e sospinto verso nord est. La nube attraversò lo Stretto come un velo scuro, si distese sull’istmo calabrese e, per due ore, cadde in forma di pioggia sottile, lasciando una traccia visibile e duratura sul paesaggio e nella memoria degli abitanti.
Ciò che rende questo episodio straordinario non è soltanto la sua natura spettacolare, ma il fatto che esso fu osservato, descritto e analizzato con rigore scientifico da tre studiosi calabresi e meridionali, le cui relazioni furono presentate all’Accademia Pontaniana di Napoli. Il giudice Bernardo De Riso, il canonico Gregorio Aracri e l’arcidiacono scienziato Luca de Samuele Cagnazzi offrirono tre prospettive diverse e complementari: la prima empirica, la seconda meteorologica, la terza fisica e teorica. Insieme, le loro testimonianze costituiscono uno dei più interessanti esempi di scienza osservativa nel Mezzogiorno borbonico, un piccolo trattato collettivo sulla meteorologia vulcanica ante litteram.
La mattina del 27 marzo fu segnata da un’atmosfera anomala: l’aria era calda, secca, immobile; la caligine avvolgeva il cielo; il vento, dopo una notte di oscillazioni, si era quasi placato. La cenere cadeva lentamente, senza ricoprire completamente il suolo, ma sufficiente a lasciare una patina scura su ogni superficie. Gli effetti non tardarono a manifestarsi: le foglie più tenere, soprattutto quelle rivolte verso il libeccio, apparvero bruciate, appassite; gli occhi e le vie respiratorie delle persone furono irritati; la cenere, nei primi giorni, mostrò perfino una debole attrazione magnetica, segno della presenza di ferro ossidato.
Verso mezzogiorno, quasi improvvisamente, la caduta cessò. Pochi minuti dopo, come se la natura volesse chiudere il fenomeno con un gesto netto, si scatenò una tempesta violenta: pioggia battente, vento impetuoso, tuoni. La nube si scaricò, l’equilibrio elettrico dell’atmosfera si ristabilì, e la cenere rimasta in sospensione precipitò o venne dispersa.
Le tre relazioni pontaniane, lette insieme, permettono di ricostruire con precisione la dinamica di quel fenomeno: la sua origine etnea, la sua traiettoria atmosferica, la sua distribuzione geografica, i suoi effetti fisici e botanici, e infine la sua spiegazione elettrica. Esse mostrano come, già agli inizi dell’Ottocento, la scienza meridionale fosse capace di osservare, descrivere e interpretare un evento naturale complesso con un metodo sorprendentemente moderno, fondato sull’esperienza diretta, sulla comparazione dei dati e sulla ricerca delle cause.
La pioggia di cenere del 1809 non è dunque soltanto un episodio meteorologico: è un incontro tra natura e scienza, tra il respiro profondo dell’Etna e la capacità degli studiosi calabresi di leggere il cielo. È un frammento di storia naturale che diventa, grazie a queste testimonianze, anche storia culturale e storia della conoscenza.
La relazione di Bernardo De Riso: il primo resoconto della pioggia di cenere
La relazione del giudice di Catanzaro Bernardo De Riso (1757 – 1820) è il primo documento ufficiale che descrive la pioggia di cenere caduta in Calabria il 27 marzo 1809. È un testo sobrio, essenziale, privo di enfasi, ma proprio per questo straordinariamente prezioso: De Riso scrive come un uomo abituato a registrare fatti, non a interpretarli, e la sua voce restituisce con immediatezza la sorpresa e la gravità di un fenomeno che colse la popolazione impreparata. Fin dalle prime righe egli dichiara che l’evento fu improvviso e che le sue occupazioni di magistrato non gli permisero un’analisi più approfondita; tuttavia, ciò che osservò fu sufficiente a comporre un quadro chiaro e coerente di ciò che accadde quella mattina.
La caduta della cenere, racconta, fu visibile dalle otto alle dieci del mattino, ma tutto lascia pensare che fosse iniziata prima. Alcune donne dei contadi, che si recavano a Catanzaro “sul far del giorno”, lamentarono fastidi agli occhi causati da una polvere sottile che si sollevava lungo il percorso, soprattutto nel tratto dell’istmo tra i golfi di Squillace e Sant’Eufemia, nel luogo detto “Falco”. È un dettaglio che rivela come la nube vulcanica avesse già raggiunto la Calabria prima che la città se ne accorgesse: la cenere era già nell’aria, invisibile nella penombra dell’alba, e solo con la luce del mattino divenne percepibile.
La notte precedente era stata caratterizzata da venti variabili tra mezzogiorno e libeccio, con prevalenza di quest’ultimo. Al mattino, invece, subentrò una calma quasi innaturale, accompagnata da un caldo fuori stagione. L’orizzonte meridionale appariva coperto da una “densa caligine che rapiva il mare alla nostra veduta”, una massa opaca che si avvicinava lentamente alla costa. Le notizie provenienti da Reggio e Scilla confermavano che tutta la Sicilia era avvolta da un velo simile, segno evidente che la nube aveva attraversato lo Stretto sospinta dai venti sud-occidentali.
La cenere che cadde su Catanzaro era finissima, scura, ruvida al tatto. De Riso osserva che nella riviera di Reggio e Scilla i granelli erano sette volte più grossi di quelli caduti nel capoluogo, un dato che lo porta a una conclusione sorprendentemente moderna: la forza di proiezione del vulcano non spiega la distribuzione della cenere, perché in tal caso le particelle più leggere sarebbero cadute prima delle più pesanti. È dunque l’azione dei venti, non quella del cratere, a determinare la traiettoria e la granulometria del deposito. Questa intuizione, formulata con prudenza ma con chiarezza, anticipa concetti che diventeranno fondamentali nella vulcanologia dell’Ottocento.
Nel pomeriggio, il libeccio si rinforzò e si unì il ponente. Da quella massa di caligine sospesa si sprigionò una “orribile tempesta a guisa di un turbine con acqua, tuoni e venti impetuosi”. La nube si scaricò, l’atmosfera si rimescolò violentemente, e la cenere cessò di cadere. Il termometro, che durante la mattina segnava 14 gradi Réaumur, scese rapidamente; il barometro, invece, salì fino a 27 pollici e 6 linee, segno di un cambiamento atmosferico netto e improvviso.
Uno degli aspetti più affascinanti della relazione di De Riso riguarda il comportamento fisico della cenere. Nei primi giorni dopo la caduta, scrive De Riso, i granelli “venivano attratti dalla calamita”, benché non in forma di fili ma come particelle isolate. È un’osservazione straordinaria, che rivela la presenza di ferro ossidato e che sarà poi ripresa e spiegata da Cagnazzi nella sua analisi scientifica.
Col passare dei giorni, la cenere perdeva questa proprietà, segno che l’esposizione all’aria e all’umidità ne modificava la struttura superficiale.
La cenere ebbe effetti anche sulla vegetazione. Le foglie e i fiori più esposti al libeccio — in particolare quelli degli albicocchi — apparivano “appassiti e secchi”. Non si trattava di un danno meccanico, né di un effetto chimico diretto: la cenere non era corrosiva. Oggi sappiamo che la causa era probabilmente l’azione elettrica della nube, che scaricava sulle superfici vegetali un flusso di energia sufficiente a danneggiare i tessuti più delicati. De Riso non formula ipotesi, ma registra il fatto con la precisione di un osservatore attento.
La sua relazione si chiude senza enfasi, con la sobrietà di chi ha voluto semplicemente “rendere conto” di ciò che ha visto. Eppure, proprio questa sobrietà ne fa un documento fondamentale: De Riso è il primo a descrivere la pioggia di cenere del 1809, il primo a coglierne la dinamica, il primo a intuire che la sua origine non va cercata nella forza del vulcano, ma nel gioco dei venti e nelle condizioni dell’atmosfera.
La sua voce apre la serie delle tre testimonianze pontaniane e costituisce il punto di partenza indispensabile per comprendere il fenomeno nella sua interezza.
La Relazione del Canonico Gregorio Aracri: una lettura meteorologica del cielo del 27 marzo 1809
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| Il canonico Gregorio Aracri. |
La testimonianza del canonico Gregorio Aracri (1749 - 1813), rappresenta uno dei documenti più accurati e penetranti sull’episodio della pioggia di cenere del 27 marzo 1809. In quel momento, il canonico si trovava a Catanzaro, dove da poco era stato nominato Rettore del Real Collegio. A differenza di Bernardo De Riso, che osserva il fenomeno con lo sguardo pragmatico del magistrato, Aracri si muove con la sensibilità di un uomo abituato a leggere il cielo, a interpretare i venti, a cogliere le sfumature dell’atmosfera. La sua relazione, pur dichiarando in apertura di aver perduto “tutti i libri ed ordigni fisici” nelle vicende travagliate della Calabria, rivela una sorprendente competenza meteorologica e una capacità descrittiva che la rendono un documento di grande valore scientifico.
Aracri comincia dal giorno precedente, il 26 marzo, quando il tempo appariva instabile, nuvoloso, secco e insolitamente freddo. Durante la notte, i venti mutarono più volte direzione, pur mantenendosi nell’ambito occidentale: dapprima spirarono da Ovest, poi, verso le sette o otto ore dopo mezzanotte, virarono verso Sud Ovest e Sud. È un dettaglio fondamentale, perché indica che la Calabria si trovava sotto l’influsso di una massa d’aria proveniente dalla Sicilia, la stessa che avrebbe trasportato la nube di cenere dell’Etna. L’aria, già nelle prime ore del mattino, appariva “caliginosa”, come se un velo opaco avesse iniziato a formarsi sull’orizzonte meridionale.
Fu verso le nove e mezza del mattino del 27 marzo che la cenere cominciò a cadere su Catanzaro e sui suoi dintorni. In un quarto d’ora, scrive Aracri, la polvere era già chiaramente visibile sulle tegole, sulle foglie e sulle strade. La descrizione che ne offre è precisa e quasi analitica: la cenere era di colore nericcio, simile all’arena usata per asciugare l’inchiostro sulle carte scritte; era fine, ruvida al tatto, non molto dura, e tendeva a scurirsi ulteriormente col passare del tempo. La pioggia era rada, tanto che, pur durando circa due ore, non riuscì a ricoprire completamente le superfici, se non nei punti in cui il vento la accumulava.
L’atmosfera, durante la caduta, presentava caratteristiche anomale. L’aria era secca e sorprendentemente calda per la stagione: il termometro oscillava tra i dodici e i tredici gradi Réaumur, e Aracri nota che chi passeggiava cominciava a sudare, segno di un caldo percepito superiore ai valori misurati. La caligine era densa sopra la città e lungo tutto l’orizzonte meridionale, mentre verso Nord il cielo appariva più limpido, con squarci di sereno. Il vento spirava moderato tra Sud e Sud Ovest, confermando la direzione di provenienza della nube.
La caduta cessò verso le undici e mezza, quasi improvvisamente. Poco prima, il vento aveva iniziato a ruotare verso Ovest e Sud Ovest, portando aria più fredda. Subito dopo, si scatenò una pioggia violenta, accompagnata da vento gagliardo e da un brusco calo della temperatura: il termometro scese a nove gradi Réaumur. La pioggia continuò per tutta la notte, con brevi interruzioni, mentre il vento rimaneva impetuoso e freddo. È il momento in cui la nube vulcanica si scarica e si dissolve, ristabilendo l’equilibrio atmosferico.
Aracri non si limita a descrivere ciò che accadde a Catanzaro: ricostruisce anche la geografia della cenere grazie alle informazioni ricevute da amici e corrispondenti. A Reggio e nelle sue riviere, la caduta cominciò più presto e fu più abbondante; i granelli erano più grossi, e la temperatura dell’aria ancora più calda. Fenomeni analoghi si verificarono lungo la costa tirrenica e ionica meridionale, fino a Cotrone. Nei paesi interni, la cenere era più fine, più rara e la caduta più breve. A nord di Gimigliano, invece, non cadde alcuna cenere: solo pioggia, alla stessa ora pomeridiana.
Da questa ricostruzione Aracri trae una conclusione che ha il tono della certezza scientifica: anche senza notizie dirette dall’Etna, le osservazioni sarebbero sufficienti a dimostrare che la cenere proveniva dal vulcano siciliano. La direzione dei venti, la distribuzione geografica, la granulometria e le condizioni atmosferiche convergono tutte verso un’unica spiegazione.
La relazione del canonico Aracri, dunque, non è solo un resoconto: è un vero e proprio studio meteorologico, condotto con rigore e sensibilità, che restituisce la pioggia di cenere del 1809 come un fenomeno atmosferico complesso, governato da dinamiche fisiche precise e riconoscibili. È il ponte ideale tra la descrizione empirica di De Riso e l’interpretazione teorica di Cagnazzi, e costituisce uno dei documenti più lucidi della scienza meridionale dell’Ottocento.
La relazione di Luca de Samuele Cagnazzi: la scienza dell’atmosfera davanti alla nube dell’Etna
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| Luca de Samuele Cagnazzi |
La terza testimonianza raccolta dall’Accademia Pontaniana sulla pioggia di cenere del 27 marzo 1809 è, senza dubbio, la più sorprendente. Se De Riso offre il primo sguardo empirico e Aracri la ricostruzione meteorologica del fenomeno, Luca de Samuele Cagnazzi (1764 - 1852) compie un passo ulteriore: tenta di spiegare perché la cenere vulcanica possa rimanere sospesa nell’aria per ore, viaggiare per decine di chilometri, oscurare il cielo e infine precipitare con modalità che ricordano un temporale. La sua relazione non è un semplice resoconto: è un vero e proprio trattato di fisica atmosferica, scritto con una lucidità che sorprende ancora oggi.
Cagnazzi parte da un dato personale: non è nuovo a fenomeni simili. Già nel 1794, ad Altamura, aveva osservato una pioggia di cenere proveniente dal Vesuvio, e in quell’occasione aveva raccolto campioni, analizzato la composizione, verificato la presenza di ferro e condotto esperimenti con acidi, acqua e calore. Quell’esperienza gli aveva lasciato un interrogativo: come può una nube di particelle solide, più pesanti dell’aria, restare sospesa così a lungo? La risposta, che nel 1809 egli formula con chiarezza, è una delle intuizioni più moderne della scienza borbonica: la cenere vulcanica è elettrizzata. Una vera e propria scoperta.
Il punto di svolta della sua ricerca avvenne alcuni anni prima, quando, durante un’altra caduta di polveri vulcaniche, Cagnazzi notò che il suo elettroscopio atmosferico — uno strumento delicatissimo, capace di rilevare minime variazioni di carica — dava segni evidenti di elettricità positiva. L’aria, allo stesso tempo, risultava insolitamente secca. Fu allora che ebbe l’intuizione: forse non era l’umidità a determinare la carica elettrica dell’atmosfera, ma la cenere stessa. Per verificarlo, ideò un esperimento semplice e geniale. Sospese un piatto metallico con fili di seta, isolandolo elettricamente, e lo collegò a un elettroscopio. Quando la cenere cadde sul piatto, l’elettroscopio si mosse: la cenere era carica. La prova era fatta.
Questa osservazione, che Cagnazzi definisce “una bella scoperta dovuta al caso”, gli aprì un campo di riflessioni vastissimo. Se la cenere è elettrizzata, allora la sua sospensione nell’atmosfera non dipende dalla forza del vento o dalla leggerezza dei granelli, ma da un fenomeno fisico più complesso: la repulsione elettrica tra particelle cariche e tra la nube e gli strati atmosferici.
Cagnazzi spiega che i vapori e le particelle presenti nell’atmosfera non sono neutri: contengono sempre una certa quantità di elettricità, che varia a seconda dello stato fisico del vapore (invisibile, vescicolare, condensato). Quando una nube di cenere, già elettrizzata all’interno del vulcano, entra in un’atmosfera secca, la bassa umidità impedisce la dispersione della carica. L’aria secca, infatti, è un isolante: non permette all’elettricità di scaricarsi verso il suolo. È per questo che la nube rimane sospesa, come trattenuta da una forza invisibile. È per questo che la cenere può viaggiare per decine di chilometri senza precipitare. Ed è per questo che, quando l’umidità aumenta o quando si forma una pioggia, la nube si scarica e la cenere cade improvvisamente. Cagnazzi osserva che, durante la pioggia di cenere del 1809, la Calabria presentava proprio queste condizioni: aria secca, caldo fuori stagione, calma di venti. Tutti elementi che favoriscono la sospensione elettrica. È la nube come corpo elettrico: una nuova spiegazione della sospensione
Secondo Cagnazzi, la conclusione del fenomeno — la tempesta che seguì la caduta della cenere — è la prova definitiva della natura elettrica della nube. Quando l’umidità aumenta, l’aria diventa conduttrice: l’elettricità si scarica, la nube perde la sua coesione, e la cenere precipita. È lo stesso meccanismo che governa i temporali: la nube si scarica, l’atmosfera si riequilibra, il vento cambia direzione. Per questo, scrive, “terminano le cadute di questo polverio… con le piogge spesso temporalesche, o con tremuoti elettrici”. La tempesta che colpì Catanzaro nel pomeriggio del 27 marzo non fu un evento separato, ma la conclusione naturale del processo elettrico che aveva mantenuto la cenere sospesa.
Cagnazzi affronta anche il fenomeno del magnetismo della cenere osservato da De Riso e Aracri: la cenere, nei primi giorni, era attratta dalla calamita. La spiegazione è semplice: la cenere contiene ferro ossidato, e l’azione elettrica può magnetizzare temporaneamente le particelle. È lo stesso principio per cui il ferro colpito dal fulmine può diventare magnetico. Col passare dei giorni, l’esposizione all’ossigeno atmosferico annulla questo effetto, e la cenere perde la sua attrattività.
La relazione di Cagnazzi non si limita alla pioggia di cenere. Nell’ultima parte, egli affronta un tema allora molto discusso: la caduta delle pietre meteoriche. Sulla scia degli studi di Soldani e delle osservazioni di Spallanzani, Cagnazzi ipotizza che alcuni aeroliti possano formarsi nell’atmosfera stessa, attraverso processi elettrici che aggregano particelle minerali sospese. È una teoria audace, che anticipa discussioni che proseguiranno per tutto l’Ottocento.
La relazione di Luca de Samuele Cagnazzi è un testo straordinario per almeno tre motivi: introduce una spiegazione fisica moderna della sospensione della cenere vulcanica; collega il fenomeno osservato in Calabria alle leggi dell’elettricità atmosferica; amplia il discorso fino a includere la formazione degli aeroliti, mostrando una visione scientifica ampia e interdisciplinare. È il capitolo più teorico, più innovativo e più sorprendente dell’intero dossier pontaniano. E, soprattutto, è la chiave che permette di comprendere la pioggia di cenere del 1809 non come un episodio locale, ma come un fenomeno atmosferico complesso, governato da leggi fisiche che solo allora iniziavano a essere comprese.
Sintesi critica
Le tre relazioni presentate all’Accademia Pontaniana nel 1809 costituiscono un corpus unitario, ma non omogeneo: ciascuna illumina il fenomeno della pioggia di cenere da una prospettiva diversa, complementare alle altre. Letti insieme, questi testi formano una sorta di trattato collettivo sulla meteorologia vulcanica ante litteram, in cui osservazione empirica, descrizione atmosferica e interpretazione fisica si intrecciano in modo sorprendentemente moderno. Letti insieme, i tre testi mostrano un percorso di conoscenza: dalla percezione empirica (De Riso), alla descrizione meteorologica (Aracri), alla spiegazione fisica (Cagnazzi).
È un esempio raro di collaborazione intellettuale spontanea, in cui tre osservatori diversi, senza coordinarsi, costruiscono un quadro coerente e completo di un fenomeno naturale complesso. La pioggia di cenere del 1809 non è più solo un episodio locale: diventa un caso di studio, un laboratorio naturale che permette di comprendere la dinamica delle nubi vulcaniche, il ruolo dei venti, l’importanza dell’elettricità atmosferica.
Conclusioni
L’eruzione dell’Etna del 27 marzo – 9 aprile 1809 non è tra le più celebri del vulcano, ma la sua importanza storica è notevole. Non tanto per la quantità di lava — pur imponente, con i suoi trenta milioni di metri cubi — né per la violenza delle proiezioni, quanto per il fatto che generò una nube di cenere capace di attraversare lo Stretto e raggiungere la Calabria, lasciando testimonianze scritte di eccezionale valore scientifico.
Nella storia delle eruzioni etnee, il 1809 si colloca in una fase di intensa attività del vulcano, caratterizzata da aperture di bocche laterali, emissioni di lapilli e ceneri, e fenomeni parossistici che spesso coinvolsero anche le regioni vicine. Non è un caso isolato: già nel Settecento e poi nell’Ottocento, l’Etna aveva più volte prodotto nubi capaci di raggiungere la Calabria, la Puglia e persino Malta. Ma il 1809 è speciale perché, per la prima volta, tre osservatori colti e metodici documentano il fenomeno in modo sistematico, permettendo di ricostruire con precisione la dinamica della nube.
La descrizione siciliana dell’eruzione — «nuvoli di arena elevaronsi al cielo, preda del vento» — coincide perfettamente con ciò che accadde in Calabria. La nube, sospinta dai venti sud occidentali, attraversò lo Stretto come un velo scuro, si distese sull’istmo tra i due mari, oscurò il cielo, rese l’aria calda e opaca, e infine precipitò sotto forma di cenere fine e magnetica. È un esempio perfetto di vulcanismo a distanza, un fenomeno che oggi studiamo con satelliti e modelli atmosferici, ma che nel 1809 fu compreso grazie alla sola osservazione umana.
La pioggia di cenere del 1809 è dunque un episodio che unisce storia naturale, storia scientifica e storia culturale. Mostra come l’Etna, pur essendo un vulcano siciliano, abbia sempre avuto un ruolo mediterraneo, capace di influenzare territori lontani e di lasciare tracce nella memoria collettiva delle regioni vicine. E mostra come, già agli inizi dell’Ottocento, il Mezzogiorno d’Italia fosse in grado di produrre osservazioni scientifiche di altissimo livello, capaci di dialogare con la fisica, la meteorologia e la vulcanologia europee. Il 1809 non è solo una data nella cronologia delle eruzioni etnee: è un momento in cui la natura e la scienza si incontrano, e in cui la Calabria diventa, per un giorno, il laboratorio privilegiato per comprendere il respiro profondo del vulcano più grande d’Europa.
Visualizza le relazioni negli Atti della Societa Pontaniana di Napoli (1810, I, pp.163-186) qui ➡️➡️








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