Saverio Aracri, medico e intellettuale illuminista

Due note manoscritte su libri appartenuti a Aracri come autoritratto di un medico‑filosofo calabrese del Settecento. Un primo passo nella ricostruzione del suo profilo intellettuale.
Domenico Condito

Ritratto evocativo di Saverio Aracri, medico e intellettuale illuminista calabrese (Stalettì, XVIII–XIX secolo). 
L’immagine non è un ritratto reale, ma una ricostruzione ideale che traduce visivamente la sua duplice identità di clinico e pensatore razionalista: Aracri è raffigurato nel suo studio, circondato da libri e strumenti scientifici, con la luce della candela che simboleggia l’illuminismo e la ricerca.

Questo secondo articolo nasce come naturale continuazione del mio precedente studio su Saverio Aracri (leggi qui ➡️➡️), dove avevo ricostruito il suo profilo di medico e rivoluzionario del 1799. Ma, mentre lavoravo su quella figura, avvertivo che mancava ancora un tassello: la possibilità di delineare il suo profilo intellettuale, la sua formazione culturale, il suo modo di leggere e di pensare.
Qualche tassello è arrivato grazie all’avvocato Paolo Stanizzi, di Catanzaro, che mi ha messo a disposizione due immagini preziose: la nota di possesso che Aracri appose nel 1779 su un volume di Gerardus Joannes Vossius, e una seconda nota manoscritta, più tarda, su un altro libro appartenuto allo stesso Aracri.
Sono due frammenti minimi, poche righe di inchiostro su carta antica. Eppure, come spesso accade nella storia intellettuale, proprio i dettagli marginali rivelano ciò che i documenti ufficiali non dicono. In quelle due note, Aracri ci parla direttamente: ci comincia a dire chi era, come studiava, quali autori amava, quale idea di sapere lo guidava. Non uno studio esaustivo, ma un primo passo, senza considerare che una trattazione a parte meriterà la grande influenza esercitata su Saverio dall’altro Aracri, l’abate illuminista Gregorio, filosofo, poeta, matematico e rivoluzionario.


Il volume di Vossius (1577-1649): un libro europeo nella biblioteca di un medico calabrese

La prima nota si trova su un’opera imponente:
Gerardi Ioannis Vossii, De quatuor artibus popularibus, de philologia, et scientiis mathematicis, cui operi subjungitur Chronologia Mathematicorum, Amsterdam, Blaeu, 1660.
L’opera è articolata in tre grandi libri, ciascuno dei quali illumina un diverso aspetto della cultura umanistica e scientifica europea. Ed è proprio la struttura complessiva dell’opera a permetterci di comprendere meglio la formazione di Aracri.

•    Il primo libro: De quatuor artibus popularibus
Il primo libro è dedicato alle quattro arti popolari: grammatica, ginnastica, musica e grafica.
Non si tratta di un semplice elenco di discipline, ma di una riflessione sulla formazione dell’uomo, sulla costruzione dell’intelletto attraverso l’educazione del corpo, della voce, della mente.
Vossius mostra come queste arti costituiscano la base della cultura antica e moderna, e come esse plasmino la capacità di leggere, interpretare, ordinare il mondo.
Per un giovane medico del Settecento come Aracri, questo libro rappresentava un richiamo alla centralità della formazione umanistica: la medicina non nasce nel vuoto, ma si radica nella grammatica, nella retorica, nella capacità di leggere e di scrivere, di osservare e di descrivere.
La precisione clinica che ritroviamo nella sua relazione a Cirillo nasce anche da qui: da una formazione che non separa scienza e umanesimo, ma li intreccia.

•    Il secondo libro: De philologia
Il secondo libro è dedicato alla filologia, intesa non come disciplina tecnica, ma come scienza della tradizione, dell’interpretazione, della trasmissione dei testi. Vossius ricostruisce la storia della filologia, ne definisce i metodi, ne mostra la funzione nel preservare e comprendere il patrimonio intellettuale dell’umanità.
Per Aracri, lettore di classici, citatore di Lucrezio, uomo che annota i libri e li abita con la propria scrittura, questo libro doveva essere un riferimento naturale. La filologia non è solo un sapere antiquario: è un metodo di lettura, un modo di interrogare i testi, di confrontare le fonti, di costruire il sapere attraverso la critica. È esattamente ciò che Aracri fa nella sua pratica medica: osserva, confronta, interpreta, ricostruisce.

•    Il terzo libro: De universae matheseos natura & constitutione liber
Il terzo libro è una vera e propria mappa della matematica e delle discipline affini. Vossius definisce la natura della matematica, ne descrive la costituzione interna, ne ripercorre la storia, e vi affianca una Chronologia Mathematicorum, una rassegna dei matematici antichi e moderni. Non è un manuale tecnico, ma un grande quadro storico‑concettuale. La matematica vi appare come una struttura portante del sapere umano, intrecciata con l’astronomia, la fisica, la cosmologia. È un libro che parla di come la scienza si è formata, di quali siano le sue radici, di come le discipline si siano articolate nel tempo.
Per un medico illuminista, questo non era un semplice oggetto di curiosità erudita: era uno strumento per comprendere il fondamento razionale della propria pratica. La medicina del Settecento, infatti, si stava trasformando in una disciplina fondata sulla misura, sulla correlazione, sulla verifica empirica: una medicina che aveva bisogno della matematica come linguaggio e come metodo. Che un medico calabrese come Saverio Aracri possedesse un Blaeu del 1660 non è un dettaglio ornamentale. Significa che la sua biblioteca non era chiusa in un orizzonte provinciale, ma dialogava con la grande tradizione europea delle scienze. Il frontespizio, con il motto “INDEFESSVS AGENDO” e l’apparato iconografico che richiama l’ordine del cosmo e delle discipline, è già di per sé un manifesto di un sapere che si costruisce con fatica, continuità, lavoro.


Anonimo, Gerardus Johannes Vossius (1636), Universiteitsmuseum Amsterdam.

La nota di possesso del 1779: un autoritratto intellettuale

La nota di possesso recita:

“Xaverii Aracri Catanzarij 1779 
Floriferis ut apes in saltibus omnia libant, 
Omnia nos…”

Il primo rigo è la formula canonica della nota di possesso nel Settecento: il nome in genitivo, la provenienza, l’anno. Ma è il secondo rigo a rivelare la mente che scrive.
Aracri cita Lucrezio, De rerum natura, libro III, vv. 11–12: “Floriferis ut apes in saltibus omnia libant, Omnia nos itidem depascimur aurea dicta…”. La traduzione che riporto rende bene il senso:

“Come le api nei prati fioriti suggono ogni cosa, così noi pure delibiamo i tuoi detti aurei, degni d’immortal vita.”

Aracri non trascrive tutto: si ferma a “Omnia nos…”, come se volesse lasciare il verso sospeso per trasformarlo in una dichiarazione personale. È un gesto tipico di chi non sta semplicemente copiando un testo, ma lo sta assimilando, facendolo diventare parte del proprio metodo di studio.

Nota di possesso di Saverio Aracri (1779).

Lucrezio, le api e il metodo di Aracri

La scelta di Lucrezio, nel Settecento, non è neutra. Il poeta epicureo è una delle figure attraverso cui la cultura illuminista pensa il rapporto tra natura, ragione e religione. Il suo poema è letto come un grande affresco di filosofia naturale, in cui il mondo è spiegato senza ricorso al soprannaturale, attraverso il movimento degli atomi e le leggi della materia.
Il passo delle api è particolarmente significativo. Lucrezio vi costruisce una metafora del lavoro intellettuale: le api che volano di fiore in fiore, raccogliendo il nettare, sono l’immagine di chi attinge ai testi del maestro, ne assorbe le parole, le trasforma in nutrimento. È una figura del discepolo, ma anche dello studioso in generale. Aracri, medico che si muove tra osservazione clinica, lettura dei classici, attenzione alla storia delle scienze, si riconosce in questa immagine. Scrivendo “Floriferis ut apes in saltibus omnia libant, / Omnia nos…”, si colloca esplicitamente in quella linea: egli è uno che “liba” da molte fonti, che raccoglie, che seleziona, che trasforma.
La nota di possesso diventa così una dichiarazione di metodo. Non è solo “questo libro è mio”, ma “io sono questo tipo di lettore”: un lettore che si muove come un’ape in un prato fiorito, che non si accontenta di una sola fonte, che costruisce il proprio sapere per accumulo critico, per confronto, per sedimentazione. È un autoritratto intellettuale in forma di citazione.

Incipit del De Rerum Natura di Lucrezio
València, Universitat de València. Biblioteca Històrica, BH Ms. 506, f. 1r.

Vossius e Aracri: un incontro di metodi

Che questa citazione compaia proprio su un libro di Vossius non è un caso. Il De universae matheseos è, in fondo, un grande esercizio di raccolta e organizzazione del sapere. Vossius non inventa teorie matematiche, ma ricostruisce la storia delle discipline, ne definisce i confini, ne ordina i protagonisti. È un lavoro di “ape erudita” che vola tra i testi antichi e moderni, tra Euclide e Archimede, tra gli astronomi rinascimentali e i matematici del suo tempo.
Aracri, che si riconosce nelle api lucreziane, trova in Vossius un modello affine. Il medico che legge i casi clinici, che confronta le osservazioni, che si nutre di testi filosofici e scientifici, trova naturale apporre la propria firma e la propria citazione su un libro che è esso stesso un monumento alla raccolta e all’ordinamento del sapere. La nota di possesso, in questo senso, è anche un gesto di riconoscimento: Aracri si iscrive in una genealogia di studiosi che concepiscono la scienza come storia, come stratificazione, come dialogo tra tempi diversi.
Il fatto che il volume sia un Blaeu del 1660 aggiunge un ulteriore livello di significato. Non si tratta di un testo qualsiasi, ma di un prodotto di alta tipografia, nato in uno dei centri più avanzati della cultura europea. Avere quel libro in una biblioteca calabrese significa portare dentro la propria stanza di studio un pezzo di Amsterdam, un frammento di quella Repubblica delle Lettere che attraversa confini e lingue. Aracri non è un medico isolato: è un uomo che si muove dentro una rete di testi, di idee, di modelli che lo collegano al cuore dell’Europa colta. 


Il 1779 e il 1799: le due tappe di un destino

Tutto questo sarebbe già sufficiente a fare della nota di possesso un documento prezioso. Ma c’è un elemento che la rende ancora più densa se letta alla luce della biografia successiva di Aracri: la data del 1779. Non siamo ancora sul precipizio del 1799, l'anno cruciale in cui, dopo l’adesione alla Repubblica Napoletana, il medico verrà condannato a morte e costretto a fuggire in Francia. Nel 1779 Aracri è nel pieno della sua formazione, un giovane intellettuale che accumula libri e sapere in una Calabria aperta alle correnti europee. Tuttavia, rileggere questa nota a posteriori conferisce a quelle righe un’aura quasi profetica. Il volume di Vossius, acquistato e siglato vent'anni prima della tempesta rivoluzionaria, rappresenta la solida base culturale che permetterà ad Aracri di sopravvivere al trauma dell'esilio. Quando la storia lo strapperà dal suo contesto costringendolo alla fuga, il medico non sarà disarmato: porterà con sé proprio quel metodo di raccolta, assimilazione e trasformazione interiorizzato nei lunghi anni di studio a Catanzaro. In questo scenario, la metafora delle api acquista una risonanza retrospettiva: l’ape che vola di fiore in fiore, raccogliendo il meglio ovunque si trovi, diventa la perfetta anticipazione dell’esule che saprà ricostruire la propria vita intellettuale a Parigi, trasformando la dispersione in un nuovo e fecondo nutrimento.

Ritratto evocativo di Saverio Aracri in esilio a Parigi (1799-1810).  

Un profilo che si approfondisce

La nota di possesso del 1779, letta alla luce del libro che la ospita e dell’anno che la data, arricchisce e amplia il profilo intellettuale di Saverio Aracri. Non ci mostra solo un medico competente, ma un uomo che si riconosce in una tradizione precisa: quella di una scienza storica, razionale, radicata nella lettura dei classici e nella consapevolezza della genealogia delle discipline. Ci mostra un lettore di Lucrezio che non teme di assumere come propria la metafora epicurea delle api, e un proprietario di Vossius che si sente parte di una comunità europea del sapere.
Al tempo stesso, la coincidenza con l’anno della condanna e dell’esilio conferisce a queste righe un’aura quasi testamentaria. Non nel senso di un addio consapevole, ma nel senso di una traccia che, a posteriori, appare come un sigillo. In quel “Xaverii Aracri Catanzarij 1779” e in quel “Floriferis ut apes in saltibus omnia libant, / Omnia nos…” c’è un’intera biografia intellettuale compressa: la città in cui vive e lavora, la data della frattura, il libro che rappresenta la scienza europea, il poeta che incarna la filosofia naturale, il metodo di studio che unisce tutto questo.
Se oggi possiamo dire qualcosa di più profondo sulla persona di Saverio Aracri, lo dobbiamo anche a questa pagina. Il lavoro di trascrizione, traduzione e interpretazione che mi ha chiesto l'amico Paolo, non è stato solo un esercizio filologico, ma un modo per ascoltare una voce che, dal margine di un frontespizio seicentesco, continua a parlare. E ciò che dice, in fondo, è semplice e potente: che la vita di un intellettuale si legge anche nei libri che sceglie, nelle frasi che annota, nelle immagini in cui decide di riconoscersi, proprio nei momenti in cui la storia lo costringe a cambiare destino.


La seconda nota manoscritta: Aracri traduttore-poeta in francese

Il quadro si completa quando sposto lo sguardo su un secondo volume appartenuto ad Aracri, che l’avvocato Paolo Stanizzi mi ha ugualmente messo a disposizione: le Prophéties d’Habacuc, traduites de l’hébreu en latin et en françois, stampate a Parigi da Claude Hérissant nel 1775. Si tratta di un’opera di alta esegesi biblica, con testo ebraico tradotto in latino e francese, corredato da analisi del senso letterale e morale, note cronologiche, geografiche, grammaticali e critiche. È un libro che appartiene alla grande stagione dell’illuminismo esegetico francese, dove la Scrittura viene letta con strumenti filologici, storici, linguistici, in un dialogo serrato tra fede e ragione. Su una carta bianca all’inizio del volume, compare una seconda nota manoscritta che riprende, quasi come un’eco, la stessa citazione lucreziana del Vossius:

   “Floriferis ut Apes in saltibus omnia libant,
    omnia nos.”

E subito sotto, in un francese settecentesco dal sapore inconfondibilmente “italiano”, Aracri azzarda una traduzione in versi:

    “Comme dans les prairies tout vont goûter les
    Abeilles,
    Dont nous goûtons des livres par les soins
    pareilles.”

Qui non siamo più di fronte a una semplice nota di possesso. Aracri non si limita a ribadire la formula latina: la traduce, la piega, la rimeggia in francese, con quell’ortografia un po’ incerta tipica degli italiani del Settecento che si cimentano con la lingua di Molière. È un gesto di appropriazione creativa: il verso di Lucrezio diventa un piccolo distico francese, dove le api che vanno a “goûter” nei prati si trasformano in metafora dei lettori che “goûtons des livres”. Questa seconda nota è con ogni probabilità più tarda della prima, forse risalente al periodo francese o al ritorno dalla Francia. Le grafie sembrano della stessa mano, ma qui la penna si muove con una sicurezza diversa nel passaggio da una lingua all’altra. Aracri non è più soltanto il medico calabrese che firma un Blaeu ad Amsterdam: è l’esule che ha vissuto a Parigi, che ha respirato l’aria delle biblioteche francesi, che ha frequentato libri e lingue in un orizzonte europeo. Il fatto che scelga di tradurre proprio quel passo — le api che libano da ogni fiore — in un francese rimeggiante, dice molto del modo in cui egli si pensa: un lettore che attraversa lingue e tradizioni, un’ape che non si nutre di un solo giardino. 

Nota manoscritta di Saverio Aracri su un foglio di risguardo delle  Prophéties d’Habacuc.

Habacuc, Lucrezio e Vossius: un triangolo illuminista

Il Libro di Abacuc, letto accanto al Vossius, completa il profilo di Aracri come intellettuale illuminista. Il testo è del 1775. Siamo in piena epoca dei Lumi, l’anno prima della Dichiarazione d'Indipendenza americana e quattordici anni prima della Rivoluzione Francese. In questo periodo, la teologia cattolica francese (spesso legata ad ambienti gallicani o a centri di alta cultura come la Sorbona o l’ambiente dei giansenisti colti) non rifiuta la ragione illuminista, ma la adotta come metodo, nel tentativo di far dialogare Fede e Ragione. L’opera risponde alla sfida dei filosofi illuministi radicali (come Voltaire), che criticavano la Bibbia evidenziandone incongruenze storiche o geografiche. Gli autori di questo libro fanno il contrario: usano la stessa “ragione” e gli stessi strumenti critici (filologia, storia, geografia) per difendere l'autenticità e la profondità della Scrittura. Il motto al centro, “Non nova, sed novè” (Non cose nuove, ma in modo nuovo), è il perfetto manifesto di questo approccio: la fede resta quella tradizionale, ma l'approccio scientifico per spiegarla è totalmente rinnovato.

Da un lato, quindi, il grande trattato seicentesco che ordina le arti popolari, la filologia e le scienze matematiche, offrendo una visione storica e razionale del sapere; dall’altro, un’opera francese di esegesi biblica che applica alla Scrittura gli strumenti della critica storica e linguistica. In mezzo, come filo rosso, la citazione di Lucrezio, ripetuta in latino e reinventata in francese. In questo triangolo — Vossius, Habacuc, Lucrezio — si disegna una figura coerente. Aracri è il medico che si forma sulla storia delle scienze e sulla matematica come struttura del pensiero; è il lettore che frequenta la filologia e l’esegesi, che non teme di confrontare testo sacro e ragione critica; è l’uomo che assume come propria la metafora epicurea delle api, facendone il simbolo del proprio metodo: raccogliere, selezionare, trasformare.
Se nel primo articolo avevo mostrato Aracri come precursore della medicina scientifica in Calabria, qui posso dire che quelle due note di possesso lo rivelano anche come precursore di una certa modernità intellettuale che tiene insieme scienza, filologia, filosofia naturale e critica dei testi. Il medico che descrive con rigore un caso di lue per Domenico Cirillo è lo stesso che, sul margine di un frontespizio seicentesco e di un titolo biblico settecentesco, lascia due piccoli frammenti di sé: un nome, una data, un verso latino, un distico francese. Basterebbero da soli, se tutto il resto fosse perduto, a dirci che tipo di uomo era. 


Saverio Aracri e la massoneria: un tassello del suo illuminismo

A completare il profilo illuminista di Saverio Aracri vi è un elemento che merita di essere ricordato: la sua adesione alla massoneria, uno dei principali canali di diffusione della cultura razionalista e riformatrice nel Mezzogiorno borbonico. Le fonti attestano che nel 1784 Aracri risultava membro di una delle due logge attive a Catanzaro, quella d’obbedienza francese, dipendente dalla Mére Loge Écossaise di Marsiglia. Maestro Venerabile di quella loggia era il fratello maggiore, l’abate Gregorio Aracri, e i “travaglia” si svolgevano nel refettorio dei Cappuccini: un luogo che testimonia la compresenza, nella Calabria del tempo, di tradizione religiosa e fermenti illuministici.
Già l’anno precedente, nel 1783, Saverio aveva partecipato — insieme al fratello Gregorio e a Gregorio Pepe — alla fondazione della loggia di Squillace sotto l’obbedienza del Grand Orient de France. Si trattava di un ambiente vivace, aperto alle correnti razionaliste e progressiste che attraversavano l’Europa. Non stupisce, dunque, che proprio questa loggia, il 20 aprile 1806, ricevesse la visita di Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, che ne presiedette una “tornata” riunitasi in un’ala di Palazzo Pepe.
Questi elementi non sono marginali: la massoneria settecentesca fu un laboratorio di socialità intellettuale, un luogo in cui si discutevano scienza, politica, riforme, filosofia naturale. L’adesione di Aracri a questo mondo conferma la sua appartenenza a una rete di idee e di relazioni che travalicava i confini della Calabria e lo collocava nel cuore della modernità europea. 

Grembiule massonico francese del Primo Impero (inizio XIX secolo).  
Ricco di simboli dell’arte muratoria — il portico del Tempio di Salomone, il pavimento a mosaico, le colonne J e B, gli strumenti del mestiere e l’alveare — questo grembiule da Maestro testimonia l’immaginario simbolico della massoneria francese a cui aderì anche Saverio Aracri. La presenza dell’alveare, emblema dell’operosità e della fraternità, richiama in modo suggestivo il motivo delle api che Aracri annotò nelle sue note di possesso, senza voler stabilire nessi certi ma riconoscendo una possibile consonanza culturale e simbolica.
 
Una chiosa necessaria: due tasselli, non un ritratto compiuto

Vorrei concludere con una precisazione che ritengo doverosa. Le due note di possesso che ho analizzato — quella sul Vossius del 1660 e quella sulle Prophéties d’Habacuc del 1775 — non bastano, da sole, a delineare in modo esaustivo il profilo intellettuale di Saverio Aracri. Sarebbe ingenuo pensare che due soli libri, per quanto significativi, possano restituire l’intera ampiezza della sua formazione, dei suoi interessi, delle sue letture. La biblioteca di un uomo del Settecento, soprattutto di un medico e matematico come Aracri, doveva essere certamente più vasta, più articolata, più stratificata.
E tuttavia, questi due volumi rappresentano due primi tasselli solidi, due frammenti autentici che ci permettono di intravedere una direzione, un metodo, una postura intellettuale. Non vogliono essere — e non potrebbero essere — una ricostruzione completa; sono piuttosto l’inizio di un percorso, l’apertura di un varco attraverso il quale si può cominciare a leggere Aracri non solo come clinico e rivoluzionario, ma come uomo di libri, di lingue, di idee.
In questo senso, ciò che ho proposto non è un ritratto compiuto, ma un invito alla ricerca.
Un invito a cercare altri libri, altre note, altre tracce; a ricostruire, passo dopo passo, la biblioteca perduta di un medico calabrese del Settecento che seppe essere, al tempo stesso, lettore di Lucrezio, proprietario di un Blaeu, traduttore improvvisato in francese, e protagonista della stagione rivoluzionaria del 1799.
Se oggi possiamo dire qualcosa di più profondo sulla sua persona, lo dobbiamo a queste due pagine sopravvissute. Ma il lavoro è appena cominciato.
E forse è proprio questo il fascino più grande: sapere che Aracri continua a parlarci, e che molto resta ancora da ascoltare.

Nota metodologica 
Questo articolo ricostruisce la figura di Saverio Aracri esclusivamente dal punto di vista storico e documentario. I riferimenti all’illuminismo e alla massoneria riguardano unicamente il contesto culturale e biografico dell’autore studiato e non implicano alcuna adesione personale a idee, correnti o istituzioni menzionate. 

Ringraziamento  
Desidero esprimere la mia sincera gratitudine all’amico avv. Paolo Stanizzi, che ha reso possibile questo studio fornendomi le immagini delle note manoscritte di Saverio Aracri e i frontespizi dei volumi da lui posseduti. Senza la sua generosa collaborazione, questo lavoro di ricostruzione non avrebbe potuto prendere forma.
 





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