Vallefiorita, 1910: quando l'arciprete chiese a Roma di poter usare il grammofono in chiesa
La richiesta fu indirizzata da don Ruggiero Bellarmino al Prefetto della Congregazione dei Riti, il card. Sebastiano Antonelli, con il permesso del Vescovo Amministratore Apostolico della vacante Diocesi di Squillace. La risposta fu negativa.
Domenico Condito
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| Chiesa Matrice dei Santi Sergio e Soci, Vallefiorita (Catanzaro) |
Ci sono vicende che, pur nascendo ai margini della storia, illuminano con sorprendente chiarezza il rapporto tra la Chiesa e la modernità. Una di queste si svolge tra il 1909 e il 1910, in una Calabria ancora rurale, dove le colline della Diocesi di Squillace custodivano Comunità piccole, povere, ma tenaci nella loro vita liturgica. È qui che il giovane arciprete di Vallefiorita, don Bellarmino Ruggiero, si trova davanti a un problema che non è solo pratico, ma simbolico: la sua chiesa non ha cantori, non ha organista, non ha alcuna voce capace di sostenere il canto gregoriano della Messa solenne. Il rito procede, ma senza quella dimensione corale che, da secoli, è parte integrante della preghiera cristiana.
In quegli anni, però, la modernità tecnica comincia a bussare alle porte delle case. Il grammofono – macchina prodigiosa che riproduce musica registrata – suscita stupore e curiosità. È un oggetto nuovo, quasi magico, capace di dare voce a ciò che non c’è. Don Bellarmino lo osserva, lo ascolta, e intuisce una possibilità: se la comunità non può cantare, forse una macchina può farlo al suo posto. Non per sostituire la fede, ma per sostenerla. Non per introdurre il mondo nel sacro, ma per colmare una mancanza.
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| Grammofono da tavolo 1904 - 1910 |
Sulla macchina “grammofono” nelle funzioni sacre.
“Il Reverendo Don Bellarmino Ruggero, arciprete e curato di Vallefiorita, della diocesi di Squillace, con il consenso del suo Reverendissimo Vescovo Amministratore Apostolico, ha umilmente richiesto alla Sacra Congregazione dei Riti la soluzione del seguente dubbio, cioè:
«Se nella Messa solenne e nelle altre funzioni, nelle chiese che mancano del maestro organista o dei cantori, anche laici, sia lecito usare la macchina comunemente detta grammofono per il canto strettamente liturgico gregoriano delle parti variabili della Messa solenne, degli inni e degli altri canti.»
E la medesima Sacra Congregazione, richiesto il parere della Commissione Liturgica, ha ritenuto di dover rispondere al dubbio proposto: Negativamente.
E così ha scritto in data 11 febbraio 1910.
Fr. S. Card. Martinelli, Prefetto.
L. † S.
Ph. Can. di Fava, Sostituto.”
In altre parole: si può usare il grammofono per il canto gregoriano nelle funzioni sacre?
La risposta romana arriva l’11 febbraio 1910, asciutta e definitiva: no.
Un “no” che non è solo una decisione disciplinare, ma un’affermazione teologica. La Chiesa, pur affascinata dalle possibilità della tecnica, difende la natura incarnata della liturgia. Il canto non è un accessorio, ma un atto di culto. Non può essere delegato a una macchina. La liturgia è evento vivo, non riproduzione. È corpo, voce, comunità. È presenza, non registrazione.
Il grammofono, inoltre, appartiene al mondo dell’intrattenimento, dei salotti borghesi, delle fiere. La sua presenza in chiesa introdurrebbe un elemento di estraneità, una frattura simbolica. E poi c’è la questione tecnica: i grammofoni dell’epoca non avevano volume sufficiente, né qualità sonora adeguata, né la possibilità di adattare il canto ai tempi del rito. La liturgia non può essere “sincronizzata” con un disco che gira.
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| Thomas Eakins, Ritratto del cardinale Sebastiano Martinelli (1902). Fu Prefetto Prefetto della Congregazione dei Riti nel periodo 1909-1918. |
Eppure, questa vicenda non è un semplice rifiuto della modernità. È un dialogo. È il tentativo di un sacerdote di servire il suo popolo con creatività. È la prudenza della Chiesa che, pur dicendo “no”, custodisce un “sì” più grande: il sì alla liturgia come atto umano, comunitario, vivo. È un frammento di storia che anticipa questioni che oggi ci interrogano: musica registrata nelle chiese, amplificazione elettronica, strumenti digitali, streaming delle celebrazioni, intelligenza artificiale applicata alla musica sacra. La domanda di Don Bellarmino è la stessa che oggi ci poniamo: fino a che punto la tecnologia può entrare nel culto senza snaturarlo?
Per la Diocesi di Squillace, la vicenda ha un valore particolare. Mostra una periferia ecclesiale capace di pensare, di osare, di dialogare con Roma. Mostra un sacerdote che non si rassegna alla povertà, ma cerca soluzioni. Mostra una Chiesa che ascolta, valuta, risponde. È un episodio che merita di essere ricordato perché, nella sua apparente semplicità, rivela la profondità di un principio che ancora oggi guida la vita liturgica: la fede non si riproduce, si vive.
Il grammofono rimase nella canonica, oggetto curioso ma estraneo al mistero. La Messa solenne continuò nel silenzio, ma quel silenzio non era una mancanza: era un invito. Un invito a riscoprire la voce della Comunità, a formare nuovi cantori, a educare i giovani al canto sacro. A ricordare che la liturgia non è mai solo ciò che si sente, ma ciò che si è.



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