Il Carlino di Catanzaro: moneta civica, non medaglia

Come le annotazioni manoscritte dei volumi superstiti di una biblioteca settecentesca attestano la persistenza, nell’immaginario collettivo, di una “moneta identitaria” usata ancora come misura del mondo.
Domenico Condito

“Fa la Città per sua Impresa un'Aquila Imperiale con la testa rivolta à destra, ornata di Corona, con l'ali, e coda sparsa, in atto di sollevarsi à volo, nel di cui seno, che forma uno scudo, vi sono tre monti in Campo vermiglio, sopra de quali vi è una Corona: tiene l'Aquila col becco una fascia, nella quale sta questo motto delineato Sanguinis effusione, per dimostrare, che col sangue de suoi Cittadini, mai sempre sparso in servigio della Cattolica Corona, hà quell' Aquila meritato, che li concesse la sempre gloriosa memoria dell'Imperadore Carlo V. per aggiungerla alla sua antichissima insegna” (Vincenzo D’Amato, Memorie Historiche dell'Illustrissima Città di Catanzaro, Napoli, 1670, pp. 247-248).

La storia di Catanzaro è fatta di gloriose resistenze, di assedi memorabili e di un’eredità intellettuale che continua a sorprenderci. Di recente, l’amico Salvatore Rubino – appassionato ricercatore, profondo conoscitore delle vicende patrie e raffinato numismatico – ha opportunamente riproposto all’attenzione degli studiosi un’annosa e affascinante controversia: il celebre Carlino di Catanzaro, battuto in argento nel XVI secolo sotto l’egida dell’imperatore Carlo V, fu una moneta a tutti gli effetti o una medaglia commemorativa di riconoscenza?
È un dilemma che tocca il cuore dell'identità storica cittadina. Come ricorda Rubino (vedi articolo + intervista-video ➡️), la tesi della “medaglia” nasce dal fatto che i rarissimi esemplari superstiti del Carlino di Catanzaro presentano un piccolo foro, dettaglio che ha spinto molti a pensare fossero destinati a essere appesi al collo o appuntati come un’onorificenza. Di contro, già nel 1620, lo storico Vincenzo D’Amato nelle sue Memorie Historiche dell'Illustrissima Città di Catanzaro (p. 162) non mostrava esitazioni: il Carlino era una moneta d'emergenza coniata fondendo l’oro e l’argento offerti dai cittadini per pagare i soldati e sostenere lo sforzo bellico contro le truppe francesi del Lautrec nel 1528.

Per comprendere appieno questa vicenda, occorre però ricordare un dato storico essenziale: il Carlino non nasce a Catanzaro. Fu introdotto nel 1278 da Carlo I d’Angiò come moneta del Regno di Napoli e di Sicilia, e per secoli rimase la principale moneta frazionaria del Regno. La coniazione catanzarese del 1528 non è dunque un’altra moneta, ma una variante straordinaria, civica, concessa da Carlo V come premio per la fedeltà della città. È proprio questa continuità monetaria a rendere oggi possibile una lettura più chiara della sua natura.

Oggi, grazie al proseguimento delle mie ricerche (vedi qui ➡️ e qui ➡️) sulla figura del medico illuminista e rivoluzionario Saverio Aracri e su alcuni volumi superstiti della biblioteca degli Aracri di Stalettì, possiamo gettare una luce nuova – e forse decisiva – su questa diatriba. Una luce che sposta l’analisi dall’archeologia numismatica alla storia economica e contabile della Calabria settecentesca.

Il Carlino di Catanzaro

Le tracce nei libri: il Carlino come unità di conto reale

Nei miei precedenti contributi su L’Arte della Fuga, ho cercato di delineare il profilo scientifico e umano di Saverio Aracri, non solo come clinico d’avanguardia, collaboratore ideale di Domenico Cirillo, militante repubblicano nel 1799, ma anche come uomo della République des Lettres, poliglotta e collezionista di libri europei. Grazie alla generosità dell’avvocato Paolo Stanizzi, che mi ha permesso di accedere alle note di possesso autografe e alle annotazione lasciate da Aracri, e da altri membri della famiglia, sulle carte dei loro volumi sopravvissuti, sono emersi dati di grande interesse.

Nel primo dei due tomi delle Prophéties d’Habacuc, traduites de l’hébreu en latin et en françois, stampate a Parigi da Claude Hérissant nel 1775, Saverio Aracri (di secondo nome Luigi), che in quegli anni si esercitava nella lingua francese, appose di suo pugno questa nota:

«Du Mons.r Louise Aracri de Catanzaro. acheté moyennant 14. carlins, ceu [ceci] et l’autre tome.»

(Del Sig. Luigi Aracri di Catanzaro. Acquistato per la cifra di 14 carlini, questo e l’altro tomo).


La grafia coincide con quella di altre annotazioni da me esaminate, nelle quali Aracri si firma come Saverio. Anche qui affiora la sua conoscenza ancora incerta del francese: il femminile Louise al posto di Louis, l’uso di Du invece di De, l’abbreviazione impropria Mons.r per Monsieur, e il piccolo pasticcio di ceu, che avrebbe dovuto essere ce (ce tome). Ma ciò che davvero conta, in questo contesto, è l’annotazione riferita alla moneta.

A questo punto è necessaria una precisazione metodologica fondamentale: i “carlini” annotati da Aracri non si riferiscono alla rarissima coniazione catanzarese del 1528, ma al Carlino del Regno di Napoli, la moneta reale e quotidiana dell’epoca. È ovvio che Aracri usi i carlini napoletani: erano la moneta corrente, il metro naturale con cui un catanzarese del Settecento misurava il valore delle cose. Ed è proprio questa normalità d’uso, lungi dall’indebolire la lettura monetaria del Carlino catanzarese, a rafforzarla: il Carlino, nella cultura economica dei catanzaresi, non fu mai percepito come medaglia, ma come moneta. 

E non si tratta di un caso isolato. In un altro volume appartenuto alla famiglia Aracri, il celebre trattato inglese Atkinson’s Epitome of the Art of Navigation, acquistato a Londra, compare un’altra annotazione preziosa:

«die Martis 20ª A. D. 1763. Londini. Cost 6: Shills — Carl.es — f 18»

(Martedì 20, Anno del Signore 1763. A Londra. Costato 6 scellini — Carlini — f 18). 


Perché queste annotazioni sono decisive?

Questi due annotazioni, apparentemente marginali, offrono agli storici dell’economia e ai numismatici due risposte fondamentali:

  1. il Carlino come moneta d’uso e di conto: nessun acquirente del Settecento avrebbe mai calcolato il valore di un bene di consumo comune, qual è un libro, in “medaglie commemorative”. Quando Saverio Aracri annota di aver pagato 14 carlini per i due tomi di esegesi biblica francese, sta usando il carlino come valuta reale, circolante e quotidiana. Il prezzo, peraltro, è perfettamente coerente con il mercato editoriale dell'epoca: 14 carlini (pari a 1,4 Ducati napoletani) rappresentavano l’equivalente di circa una settimana di salario di un lavoratore generico. Una cifra importante, ma normale per dei libri d’importazione destinati alla biblioteca di una famiglia colta e agiata.
  2. Il cambio internazionale: l’annotazione londinese del 1763 è una straordinaria prova di “conversione emotiva e contabile”. Chi acqusta il volume è probabilmente un membro della famiglia Aracri che si trova a Londra. Paga il libro nella moneta locale (6 scellini), e subito dopo sente il bisogno di convertire quella spesa nella moneta della sua terra d'origine per valutarne l'effettivo impatto economico: calcola così che quei 6 scellini corrispondono a 18 carlini (o 18 tarì a seconda delle fluttuazioni del cambio dell'epoca, considerando che il tarì valeva esattamente 2 carlini). È un gesto che rivela un legame profondo con la terra e con la moneta d’origine: il Carlino come “metro mentale” per misurare il mondo. Una sorta di archetipo economico locale, interiorizzato nei secoli e trasmesso alle generazioni successive. La risonanza enorme dell’evento del 1528 – l’assedio, la resistenza, la vittoria e il riconoscimento imperiale – aveva lasciato un’impronta così profonda nella memoria collettiva da continuare a vivere, sotterraneamente, anche due secoli dopo, nella naturalezza con cui un catanzarese convertiva ogni valore nel Carlino.
Veduta evocativa di Catanzaro in epoca settecentesca.  
Sullo sfondo, la Chiesa dell’Immacolata appare priva del grande campanile che sarà edificato solo nel XX secolo. L’immagine, ricostruita in chiave pittorica, restituisce l’atmosfera urbana e civile della città prima delle trasformazioni moderne, evocando la continuità di una memoria storica e identitaria.

Conclusioni

Le intuizioni di Salvatore Rubino trovano così un solido alleato nella storia sociale e archivistica. Se è vero che l'origine del Carlino di Catanzaro affonda le radici nella gloriosa concessione imperiale del 1528 Sanguinis effusione, la sua evoluzione nei secoli successivi, all'interno del Regno di Napoli e in particolare nella piazza commerciale di Catanzaro, lo ha consacrato a tutti gli effetti come moneta reale, frazionaria e contabile.

Il forellino presente sugli esemplari superstiti della prima coniazione cinquecentesca testimonia l'orgoglio del popolo catanzarese, che scelse di "indossare" il simbolo della propria libertà e fedeltà, ma la valuta in sé non perse mai il suo valore di scambio. I libri degli Aracri ci dimostrano che, ancora alla fine del Settecento, per un intellettuale catanzarese il Carlino era il metro con cui misurare il mondo, la cultura e persino le spese fatte nella lontana Londra.

Un ringraziamento va a Salvatore Rubino per aver riaperto il dibattito: la strada per ricostruire il passato glorioso di Catanzaro passa anche da queste felici convergenze tra numismatica, storia, amore per i libri e soprattutto per la propria terra.

Ringraziamento  
Desidero, ancora una volta, esprimere la mia sincera gratitudine all’amico avv. Paolo Stanizzi, che ha reso possibile questo studio, e quelli precedenti, fornendomi le immagini delle note manoscritte di Saverio Aracri e i frontespizi dei volumi da lui posseduti. Senza la sua generosa collaborazione, questo lavoro di ricostruzione non avrebbe potuto prendere forma.
 





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