Il Carlino di Catanzaro: moneta civica, non medaglia
Come le annotazioni manoscritte dei volumi superstiti di una biblioteca settecentesca attestano la persistenza, nell’immaginario collettivo, di una “moneta identitaria” usata ancora come misura del mondo.
Domenico Condito
La storia di Catanzaro è fatta di gloriose resistenze, di assedi memorabili e di un’eredità intellettuale che continua a sorprenderci. Di recente, l’amico Salvatore Rubino – appassionato ricercatore, profondo conoscitore delle vicende patrie e raffinato numismatico – ha opportunamente riproposto all’attenzione degli studiosi un’annosa e affascinante controversia: il celebre Carlino di Catanzaro, battuto in argento nel XVI secolo sotto l’egida dell’imperatore Carlo V, fu una moneta a tutti gli effetti o una medaglia commemorativa di riconoscenza?
È un dilemma che tocca il cuore dell'identità storica cittadina. Come ricorda Rubino (vedi articolo + intervista-video ➡️), la tesi della “medaglia” nasce dal fatto che i rarissimi esemplari superstiti del Carlino di Catanzaro presentano un piccolo foro, dettaglio che ha spinto molti a pensare fossero destinati a essere appesi al collo o appuntati come un’onorificenza. Ma non va esclusa un’altra possibilità, ben documentata in molte emissioni europee: il foro poteva servire a infilare più monete su un cordoncino, così da trasportarle, contarle e distribuirle più rapidamente ai soldati durante l'emergenza e non come medaglia commemorativa. D’altronde, già nel 1670, lo storico Vincenzo D’Amato nelle sue Memorie Historiche dell’Illustrissima Città di Catanzaro (p. 162) non mostrava esitazioni: il Carlino era una moneta d’emergenza coniata fondendo l’oro e l’argento offerti dai cittadini per pagare i soldati e sostenere lo sforzo bellico contro le truppe francesi del Lautrec nel 1528.
Per comprendere appieno questa vicenda, occorre però ricordare un dato storico essenziale: il Carlino non nasce a Catanzaro. Fu introdotto nel 1278 da Carlo I d’Angiò come moneta del Regno di Napoli e di Sicilia, e per secoli rimase la principale moneta frazionaria del Regno. La coniazione catanzarese del 1528 non è dunque un’altra moneta, ma una variante straordinaria, civica, concessa da Carlo V come premio per la fedeltà della città. È proprio questa continuità monetaria a rendere oggi possibile una lettura più chiara della natura del Carlino, identificandolo come moneta e non come medaglia commemorativa.
Una lettura che può essere ulteriormente rafforzata dalle tracce contabili e culturali che emergono dalle annotazioni manoscritte degli Aracri, dove il Carlino riappare come unità di conto reale e come simbolo potente di appartenenza, una sorta di archetipo dell’dentità cittadina.
In quelle note, la moneta diventa non solo strumento di misura, ma anche traccia di una memoria collettiva stratificata, capace di attraversare i secoli e riaffiorare nella quotidianità del Settecento.
Oggi, grazie al proseguimento delle mie ricerche (vedi qui ➡️ e qui ➡️) sulla figura del medico illuminista e rivoluzionario Saverio Aracri e su alcuni volumi superstiti della biblioteca degli Aracri di Stalettì, possiamo gettare una luce nuova – e forse decisiva – su questa diatriba. Una luce che sposta l’analisi dall’archeologia numismatica alla storia economica e contabile della Calabria settecentesca.
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| Il Carlino di Catanzaro |
Le tracce nei libri: il Carlino come unità di conto reale
Nei miei precedenti contributi su L’Arte della Fuga, ho cercato di delineare il profilo scientifico e umano di Saverio Aracri, non solo come clinico d’avanguardia, collaboratore ideale di Domenico Cirillo, militante repubblicano nel 1799, ma anche come uomo della République des Lettres, poliglotta e collezionista di libri europei. Grazie alla generosità dell’avvocato Paolo Stanizzi, che mi ha permesso di accedere alle note di possesso autografe e alle annotazione lasciate da Aracri, e da altri membri della famiglia, sulle carte dei loro volumi sopravvissuti, sono emersi dati di grande interesse.
Nel primo dei due tomi delle Prophéties d’Habacuc, traduites de l’hébreu en latin et en françois, stampate a Parigi da Claude Hérissant nel 1775, Saverio Aracri (di secondo nome Luigi), che in quegli anni si esercitava nella lingua francese, appose di suo pugno questa nota:
«Du Mons.r Louise Aracri de Catanzaro. acheté moyennant 14. carlins, ceu [ceci] et l’autre tome.»
(Del Sig. Luigi Aracri di Catanzaro. Acquistato per la cifra di 14 carlini, questo e l’altro tomo).
E non si tratta di un caso isolato. In un altro volume appartenuto alla famiglia Aracri, il celebre trattato inglese Atkinson’s Epitome of the Art of Navigation, acquistato a Londra, compare un’altra annotazione preziosa:
«die Martis 20ª A. D. 1763. Londini. Cost 6: Shills — Carl.es — f 18»
(Martedì 20, Anno del Signore 1763. A Londra. Costato 6 scellini — Carlini — f 18).
Perché queste annotazioni sono decisive?
Queste due annotazioni, apparentemente marginali, offrono agli storici dell’economia e ai numismatici due risposte fondamentali:
- il Carlino come unità contabile e linguistica: è evidente che l’annotazione di Saverio Aracri si riferisca al Carlino napoletano, valuta corrente e quotidiana del Settecento, e non ai rari esemplari catanzaresi del 1528. Nessun acquirente dell'epoca, d'altronde, avrebbe calcolato il valore di un bene di consumo come un libro in “medaglie commemorative”. Questa consuetudine d'uso, tuttavia, illumina un aspetto profondo: il termine “carlino” era il metro naturale con cui un catanzarese misurava il mondo. La scelta della città, nel 1528, di battere proprio una moneta d’emergenza con questo nome e con questo valore – inserendosi perfettamente nel solco della tradizione monetaria del Regno – giustifica la persistenza secolare di questo “archetipo contabile” nella memoria linguistica locale. Pagare 14 carlini per i due tomi francesi (pari a 1,4 ducati, circa una settimana di salario di un lavoratore generico) era una spesa normale per testi d’importazione destinati a una famiglia agiata, ma conferma come il carlino fosse, prima di tutto, un’unità concettuale di conto.
- Il cambio internazionale: l’annotazione londinese del 1763 è una straordinaria prova di “conversione emotiva e contabile”. Chi acqusta il volume è probabilmente un membro della famiglia Aracri che si trova a Londra. Paga il libro nella moneta locale (6 scellini), e subito dopo sente il bisogno di convertire idealmente quella spesa nella moneta della sua terra d'origine per valutarne l'effettivo impatto economico, annotando la cifra di 18 carlini. È un gesto che rivela un legame profondo con la terra e con la moneta d’origine: il Carlino come “metro mentale” per misurare il mondo. Una sorta di archetipo economico locale, interiorizzato nei secoli e trasmesso alle generazioni successive. La risonanza enorme dell’evento del 1528 – l’assedio, la resistenza, la vittoria e il riconoscimento imperiale – aveva lasciato un’impronta così profonda nella memoria collettiva da continuare a vivere, sotterraneamente, anche due secoli dopo, nella naturalezza con cui un catanzarese convertiva ogni valore nel Carlino.
Conclusioni
Le intuizioni di Salvatore Rubino trovano così un solido alleato nella storia sociale e archivistica. Se è vero che l’origine del Carlino di Catanzaro affonda le radici nella gloriosa concessione imperiale del 1528 Sanguinis effusione, la persistenza del Carlino nei secoli successivi come moneta reale, frazionaria e contabile all’interno del Regno di Napoli spiega perché quella specifica denominazione sia rimasta così centrale nella piazza commerciale e nella mentalità di Catanzaro.
Il forellino presente sugli esemplari superstiti della prima coniazione cinquecentesca, oltre alla funzione pratica di raccolta delle monete per i soldati, potrebbe testimoniare anche l’orgoglio del popolo catanzarese, che scelse di "indossare" il simbolo della propria libertà e fedeltà, ma la valuta in sé non perse mai il suo valore di scambio. I libri degli Aracri ci dimostrano che, ancora alla fine del Settecento, per un intellettuale catanzarese il Carlino era il metro con cui misurare il mondo, la cultura e persino le spese fatte nella lontana Londra.
Un ringraziamento va a Salvatore Rubino per aver riaperto il dibattito: la strada per ricostruire il passato glorioso di Catanzaro passa anche da queste felici convergenze tra numismatica, storia, amore per i libri e soprattutto per la propria terra.
Ringraziamento
Desidero, ancora una volta, esprimere la mia sincera gratitudine all’amico avv. Paolo Stanizzi, che ha reso possibile questo studio, e quelli precedenti, fornendomi le immagini delle note manoscritte di Saverio Aracri e i frontespizi dei volumi da lui posseduti. Senza la sua generosa collaborazione, questo lavoro di ricostruzione non avrebbe potuto prendere forma.





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