“L'Inno dell’Amore – Catanzaro” di Cesare Malpica: viaggio, identità e lirismo nella Calabria dell’Ottocento
Memoria familiare, identità cittadina e poesia nel viaggio in Calabria del 1845.
Domenico Condito
Nel panorama della letteratura di viaggio dell’Ottocento italiano, Dal Sebeto al Faro. Impressioni di un viaggio nelle Calabrie di Cesare Malpica occupa un posto di rilievo per la sua capacità di coniugare osservazione storica, sensibilità romantica e un profondo rispetto per le popolazioni del Mezzogiorno. Pubblicato nel 1845, il volume si inserisce in un momento storico in cui la Calabria era ancora percepita come periferia culturale del Regno delle Due Sicilie; e tuttavia Malpica, con uno sguardo insieme lirico e civile, ne coglie la profondità storica, la dignità morale e la bellezza paesaggistica. Tra le pagine del libro, L’Inno dell’Amore – Catanzaro rappresenta il culmine emotivo del viaggio: un momento in cui la prosa si apre alla poesia e la descrizione si trasfigura in canto.
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| Cesare Malpica (1804-1848) |
Per comprendere appieno la genesi di questo inno, è necessario soffermarsi sulla figura complessa del suo autore. Cesare Malpica nacque a Capua il 2 aprile 1804, figlio di Ignazio, nobile catanzarese e ufficiale dei Cacciatori campani, e di Maria Antonia Turino, appartenente a una famiglia capuana. La sua formazione giuridica, maturata alla scuola di Francesco Lauria, lo mise precocemente in contatto con le idee liberali che circolavano negli ambienti intellettuali del tempo. Nel 1827, appena laureato, assunse la difesa di alcuni detenuti politici a Salerno, e l’anno successivo fu coinvolto nei preparativi dell’insurrezione organizzata dalla setta dei Filadelfi. Arrestato nel maggio 1828, trascorse lunghi mesi nelle carceri di Santa Maria Apparente e poi di Castelnuovo, nel famigerato Coccodrillo. La sua liberazione, avvenuta nel marzo 1829, fu sorprendentemente rapida rispetto alla sorte di altri imputati, circostanza che alimentò sospetti di pentimento o collaborazione, mai del tutto dissipati dalla storiografia.
Dopo la parentesi politica, Malpica si dedicò con energia alla vita culturale. A Napoli aprì una scuola privata e si inserì nel vivace ambiente giornalistico della capitale borbonica, distinguendosi per una produzione quasi febbrile. Tra il 1830 e il 1842 pubblicò oltre ottocento articoli su periodici come il Poliorama pittoresco e il Lucifero, imponendosi come una delle voci più rappresentative del romanticismo napoletano, caratterizzato da un moderato filogovernativismo, da un gusto francesizzante e da un atteggiamento antipuristico che lo portò a scontrarsi con Benedetto Puoti e a suscitare i giudizi severi di Francesco De Sanctis. Parallelamente, si dedicò alla letteratura pedagogica, dirigendo il Giornale de’ giovanetti e il Giornale delle madri e dei fanciulli, convinto che la formazione dei giovani dovesse poggiare sulla conoscenza della storia contemporanea e sulla lettura dei classici. La sua fama si consolidò soprattutto grazie ai resoconti di viaggio, genere nel quale eccelleva per vivacità descrittiva, ritmo narrativo e capacità di cogliere il carattere dei luoghi. Visitò l’Abruzzo, Roma, la Basilicata, la Puglia, la Toscana, l’Umbria e naturalmente la Calabria, lasciando una serie di opere che lo rendono un precursore del reporter moderno, dotato di una cultura ampia, seppur talvolta superficiale, e di una sensibilità pronta a registrare impressioni immediate. Morì a Napoli il 12 dicembre 1848, lasciando la moglie Annunziata Cottin e cinque figlie.
È in questo contesto biografico e culturale che si colloca Dal Sebeto al Faro, il libro che raccoglie le impressioni del viaggio calabrese. Il titolo stesso, che unisce il fiume mitico di Napoli al Faro di Messina, suggerisce un itinerario simbolico, un attraversamento che collega la capitale del Regno alle sue terre più remote. Il viaggio diventa così un ponte ideale tra centro e periferia, tra memoria e presente, tra osservazione e meditazione. Malpica descrive la Calabria con un linguaggio limpido e musicale, attento ai dettagli del paesaggio, alle memorie storiche, alle tradizioni locali. La sua scrittura non è mai neutra: egli cerca nei luoghi una verità morale, una dignità nascosta, una bellezza che sfugge ai pregiudizi del suo tempo.
L’arrivo a Catanzaro rappresenta uno dei momenti più intensi del libro. La città appare come una visione improvvisa, sospesa tra due mari, posta su un’altura che la rende luminosa e dominante. La descrizione in prosa, già carica di stupore, si trasforma quasi naturalmente in poesia. Ma prima che la parola poetica si imponga, Malpica introduce un breve dialogo, vivace e teatrale, che restituisce il ritmo concreto del viaggio e prepara emotivamente l’ascesa lirica dell’inno. Seduto sul muro che fiancheggia la chiesa, osserva il paesaggio e riflette sulle memorie sacre del luogo, quando una carrozza sopraggiunge. Ne nasce uno scambio rapido, quasi comico nella sua essenzialità, in cui l’autore domanda all’auriga: «Ehi bravo auriga! Ti manda forse Armodio Badolisani?». L’uomo risponde con un laconico «Son io», e alla domanda «Quante miglia?» replica con un asciutto «Dodici». Il dialogo prosegue con osservazioni sul vino di «San Biase», sulla bellezza delle donne di Gimigliano, sulla capacità dell’auriga di racchiudere “cento idee in una parola”. È un momento di leggerezza, ma anche di verità: la Calabria che Malpica incontra non è solo paesaggio e memoria, ma anche voce, carattere, umanità concreta.
A questa impressione immediata si sovrapponeva in Malpica una memoria più antica, radicata nell’infanzia e nella formazione affettiva. Egli aveva infatti conosciuto la storia di Catanzaro attraverso il volume di Vincenzo d’Amato, Memorie historiche dell’illustrissima Città di Catanzaro (Napoli, 1670), che il padre — catanzarese di nascita — gli aveva posto tra le mani quand’era ancora fanciullo. Lo ricorda con parole che rivelano quanto profondamente quella lettura avesse inciso sulla sua immaginazione:
«Io era fanciullo ancora quando il caro mio genitore mi pose fra mani la storia della sua patria, scritta dal Patrizio Vincenzo d'Amato. Il figlio volle che conoscessi i fasti della madre. Oh! e quel libro fu per me una epopea, patetica, svariata, piena di grandi fatti, di tremende guerre, di illustri trionfi, di orrende sventure. Quella Magna Grecia, cuna del sapere, posta a fuoco e a sangue da’ barbari! Quella maestra delle nazioni prostrata da’ figli d’Ismaele! Quella schiera di fuggenti che, perduta la patria, corron di monte in monte per fondarne un’altra! Quel Cattaro e Zaro, duci supremi, che scelto il sito atto a ricovrare i profughi fratelli, corrono a piè di Niceforo Imperatore per averlo propizio; corrono fino a Bisanzio per impetrare il favor di Cesare! Quel Vescovo di Palepoli, che benedice l’impresa e incuora gli altri colla voce e coll’esempio! Deh, non vi par questa una storia che comincia e prosegue a modo di poema? Ed io la leggea sempre quella storia».
Questa stratificazione di memorie, personali e storiche, rendeva l’arrivo a Catanzaro non solo un momento del viaggio, ma una sorta di ritorno ideale, un riconoscimento identitario che preparava naturalmente l’ascesa lirica dell’inno.
È proprio dopo questo intreccio di impressioni, dialoghi e ricordi che Malpica, volgendo lo sguardo verso l’altura, scorge la linea bianca degli edifici e pronuncia l’esclamazione che segna il passaggio dalla prosa alla poesia: «È Catanzaro! È Catanzaro!». L’Inno dell’Amore – Catanzaro nasce dunque come un’esplosione affettiva, come la trasformazione poetica di un’esperienza concreta.
Il testo si apre con un tono solenne che colloca Catanzaro in una dimensione storica e simbolica. La città è presentata come splendente nel vortice dei secoli, degna dei tempi antichi, sacro rifugio di un popolo fuggente. La sua posizione elevata diventa metafora di nobiltà e di luce: il sole la accarezza al mattino e la saluta alla sera, mentre l’Appennino le fa da corona. Nella parte centrale, l’inno assume una tonalità più intima: Malpica ricorda che a Catanzaro nacque e si formò la persona che gli diede la vita, e la città diventa così madre seconda, luogo di memoria affettiva e di gratitudine. Il vento che attraversa le colline sembra ripetere un “concento d’amor”, come se la natura stessa partecipasse al sentimento dell’autore. Il finale, infine, assume un carattere civile: Malpica invita la città a svelare i suoi fasti, affinché egli possa narrarli a un’età cieca e incredula, e denuncia con forza chi la disprezza, affermando che tale disprezzo ricadrà su chi lo pronuncia. Segue ora il testo integrale dell’inno:
L’INNO DELL’AMORE – CATANZARO
O Città che t’innalzi splendente
Dell’etadi nel vortice oscuro —
O de’ tempi famosi che furo
Non indegna famosa città. —
Sacro asilo d’un popol fuggente,
Fu tua cuna la santa pietà.
Salve! Salve! t’assidi sul monte
Qual Regina sul soglio s’asside,
Puro il raggio del sol ti sorride,
L’Appennino ghirlanda ti fa,
Nasce il giorno, e t’irradi la fronte,
Muore, e l’ultimo raggio ti dà.**
Com’è bella la pompa seguace
Di tranquille ridenti marine!
Quanto è dolce fra queste colline
Una cara memoria del cor!
Fino il vento che passa fugace
Mi ripete un concento d’amor.
Benedetta fra quante dan vanto
A quest’Itala terra gradita...
In te nacque chi diemmì la vita,
In te l’alma si schietta educò
Ei che tolto alla valle del pianto
Al soggiorno di pace volò.
Salve salve! E tu madre seconda
Il rotivo mio serto accorrai,
Trepidando d’amor lo formài,
Trepidando lo reco al tuo piè,
Or che l’alma di duolo feconda
Ebbe tregua al suo duolo per te.
E tu svela al mio sguardo bramoso
Quanti fasti ti fannò gentile.
Vò narrarli con libero stile
Alla cieca ed incredula età —
Salve! Salve! — quel volgo fastoso
Che, ti spregia spregiato sarà.
L’Inno dell’Amore – Catanzaro non è dunque un semplice episodio poetico, ma un documento culturale di grande valore, capace di restituire alla città la sua dimensione storica, affettiva e simbolica. Esso rappresenta uno dei rari momenti in cui la Calabria ottocentesca viene celebrata non come terra marginale, ma come luogo di luce, di memoria e di civiltà. Malpica, con la sua voce limpida e appassionata, consegna a Catanzaro un ritratto che ancora oggi conserva intatta la sua forza evocativa, e che merita di essere riscoperto come parte integrante della storia culturale del Mezzogiorno.




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