Mons. Matteo Franco (Vescovo di Catanzaro, 1829–1851) e la richiesta di affidare la diocesi ai Sette Angeli
Il vescovo che per primo presentò alla Santa Sede la postulazione ufficiale per l’Officio e la Messa dei Sette Angeli
Domenico Condito
La storia del culto dei Sette Angeli assistenti al Trono di Dio è una vicenda complessa, stratificata e affascinante, che attraversa secoli di spiritualità cristiana e mette in dialogo la pietà popolare, la teologia, la prudenza dottrinale e la diplomazia ecclesiastica. Per comprenderla occorre partire da lontano, perché la questione non nasce a Roma, ma nella trama profonda della tradizione biblica e giudaico cristiana. Tutto prende avvio da un versetto del Libro di Tobia, in cui l’arcangelo Raffaele si presenta come “uno dei sette che stanno sempre davanti a Dio”. Questa affermazione, apparentemente marginale, generò nei secoli una ricca tradizione angelologica, alimentata dagli apocrifi, dalla mistica medievale e dalla liturgia orientale, che riconosceva ai Sette Spiriti assistenti al Trono divino un ruolo di intercessione e di custodia cosmica.
Nel mondo latino, e in particolare in Sicilia e nel Regno di Napoli, questa tradizione trovò terreno fertile. Già nel Medioevo si svilupparono chiese, confraternite e iconografie dedicate ai Sette Angeli, e tra Sei e Settecento la devozione divenne parte viva della religiosità meridionale. Predicatori, ordini religiosi e vescovi ne promossero la diffusione, convinti che la protezione angelica potesse sostenere la riforma dei costumi e la vita pastorale. Tuttavia, la Chiesa latina mantenne sempre una certa cautela: solo tre arcangeli – Michele, Gabriele e Raffaele – sono nominati nella Scrittura, e la liturgia romana, fedele alla sua sobrietà, evitava di introdurre nomi o funzioni non attestati dal testo sacro. Questa tensione tra fervore popolare e prudenza dottrinale costituirà il filo rosso dell’intera vicenda.
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| Francesco Botticini, Tre Arcangeli con Tobia, 1470, Galleria degli Uffizi, Firenze. |
I primi tentativi di ottenere un riconoscimento liturgico ufficiale risalgono al XVII secolo, quando alcune diocesi siciliane chiesero alla Santa Sede di poter celebrare una Messa e un Officio in onore dei Sette Angeli. La Congregazione dei Riti non accolse la richiesta, ma non la respinse definitivamente: la questione rimase sospesa, come un tema da riesaminare in tempi più maturi. Nei decenni successivi continuarono a giungere a Roma suppliche isolate, spesso provenienti da ambienti meridionali, che testimoniavano la persistenza e la vitalità della devozione.
Fu nel XVIII secolo che la postulazione assunse una forma più organica. Ordini religiosi come i Teatini, i Pii Operai (detti anche Missionari Ardorini) e i Redentoristi sostennero la causa con convinzione crescente. In questo contesto maturò la figura di Matteo Franco (1771-1851), sacerdote dei Pii Operai e poi vescovo di Catanzaro, che divenne uno dei protagonisti più autorevoli della fase finale della postulazione. La sua sensibilità teologica, unita alla conoscenza profonda della tradizione meridionale, gli permise di interpretare la devozione non come un residuo folklorico, ma come una risorsa spirituale da integrare nella vita liturgica della Chiesa.
È proprio in questo quadro che il volume delle Epistolæ Postulatoriæ, introducendo la Seconda Postulazione (n. 61) inviata dal vescovo di Catanzaro, attribuisce a Franco un ruolo di assoluto rilievo, definendolo «colui che per primo presentò la Postulazione riguardante il culto dei Sette Angeli, contenuta al numero 10». L’espressione non è generica: significa che fu lui ad avviare formalmente, in epoca moderna, il processo canonico presso la Santa Sede, presentando la Postulatio n. 10, che apre l’intero fascicolo. Non fu dunque un semplice aderente a una corrente già avviata, ma l’iniziatore riconosciuto di un movimento che, nel giro di pochi anni, avrebbe coinvolto più di novanta ecclesiastici di alto rango. La sua prima postulazione divenne il modello procedurale e teologico per tutte le successive.
La sua prima richiesta ufficiale, la Postulatio n. 10, è un documento di grande valore pastorale. Redatta in italiano, essa chiede alla Santa Sede di “concedere alla diocesi di Catanzaro la celebrazione dell’Officio e della Messa dei Sette Angeli”, come già avveniva in Sicilia. Franco sottolinea che la devozione è viva nel Regno di Napoli e che essa ha portato frutti spirituali nei tempi passati. Il tono è umile ma deciso: egli si presenta come “oratore umilissimo” della Santa Sede, ma parla con la consapevolezza di rappresentare un sentire ecclesiale diffuso.
La seconda richiesta, la Postulatio n. 61, è più solenne e teologicamente elaborata. Redatta in latino, essa presenta i Sette Angeli come “Principi della Corte Celeste, Presidi di tutte le Chiese, Ministri di Dio, mediatori e sovrintendenti degli uomini”. Il vescovo Franco chiede che essi diventino “per la Chiesa di Catanzaro Padri tutelari e Patroni; e affinché, con l’aiuto della grazia divina, i traviati fossero ricondotti all’ovile del nostro Salvatore Gesù Cristo, e i buoni fossero accresciuti in tutti i doni della Grazia Divina, perfezionati ancor più nelle virtù”. È un testo che rivela un vescovo consapevole della propria missione, che si percepisce “impari al peso” del ministero affidatogli e che cerca nella protezione angelica un sostegno per l’edificazione della “vigna” del Signore.
Le due postulazioni di Franco non rimasero isolate. Negli stessi anni, numerosi vescovi, cardinali e superiori religiosi presentarono suppliche analoghe. La mole crescente di documenti spinse la Santa Sede a raccogliere tutto il materiale in un unico dossier. Nel 1830 venne stampato il volume delle Epistolæ Postulatoriæ, che raccoglieva le richieste provenienti da molte diocesi e ordini religiosi. La presenza delle due postulazioni di Franco in questo volume dimostra la loro importanza nel dibattito ecclesiale e la considerazione di cui egli godeva a Roma.
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| Anonimo, Santa Maria dei Sette Arcangeli, Cattedrale di Palermo. |
L’intervento finale dei postulanti: il memoriale del 1831
La Restitutionis in integrum pro Officio et Missa recitandis in honorem Septem Angelorum, stampata nel 1831 e indirizzata al Postulatore, il cardinale Carlo Odescalchi, rappresenta il culmine della vicenda. È un testo solenne, redatto in forma di arringa ufficiale, nel quale i postulanti – più di novanta ecclesiastici di alto rango – espongono a Papa Gregorio XVI e alla Sacra Congregazione dei Riti le ragioni definitive per cui l’Officio dei Sette Angeli dovrebbe essere approvato.
Il documento insiste su alcuni punti chiave:
- L’antichità e continuità del culto. Si richiama la tradizione palermitana, documentata dal 1516, con immagini, titoli, confraternite e un monastero femminile fondato nel 1513 e approvato da Paolo III e Clemente VIII. Il culto è definito “immemorabile”, dunque pienamente conforme ai criteri liturgici stabiliti da Urbano VIII e Leone XII.
- La dignità dei Sette Angeli davanti al Trono di Dio. Il Memoriale cita la Scrittura, gli interpreti, i Padri e la tradizione esegetica, sostenendo che il numero sette è determinato e riconosciuto dalla Chiesa. Se ai Santi canonizzati si concede un Officio proprio, a maggior ragione – affermano i postulanti – lo si deve concedere ai Sette Angeli, la cui dignità è superiore.
- La giustizia dovuta alle monache di Palermo. Poiché i Sette Angeli sono i titolari della loro chiesa, esse hanno diritto a un Officio proprio, secondo la Bolla di Gregorio XIII del 1573. L’Officio fu recitato per secoli e cessò solo per una disposizione recente dell’Ordinario, ritenuta non valida dai postulanti.
- La richiesta di estensione alla Chiesa universale. Benedetto XIV aveva stabilito che la pietà dei popoli e le richieste dei vescovi costituiscono causa sufficiente per concedere nuovi Offici. Poiché la devozione ai Sette Angeli è diffusa e sostenuta da molti Ordinari, si chiede che l’Officio sia esteso almeno alle diocesi postulanti, se non all’intera Chiesa.
- La voce concorde dei vescovi. Il Memoriale insiste sul fatto che le postulazioni sono spontanee, non sollecitate, e provengono da prelati di grande dignità, dottrina e virtù. La loro unanimità è presentata come segno dello Spirito.
Il testo si chiude con una supplica accorata: i postulanti chiedono che la Congregazione risponda “oggi stesso” o, se ciò non fosse possibile, nella prossima sessione.
La decisione finale della Santa Sede
Nonostante la forza degli argomenti, la Santa Sede non approvò l’Officio. La prudenza dottrinale prevalse: la Chiesa latina mantenne la disciplina tradizionale secondo cui solo tre arcangeli possono essere nominati nel culto pubblico. La causa fu archiviata e non venne più riaperta. La decisione non fu una condanna del culto privato dei Sette Angeli, che continuò a vivere nelle confraternite, nelle immagini e nelle pratiche devozionali, ma un atto di custodia dell’unità liturgica. La Santa Sede scelse di non accogliere la richiesta, e la causa fu archiviata senza essere mai più riaperta, lasciando che la devozione rimanesse nel suo ambito naturale: quello della pietà popolare, non della liturgia ufficiale.
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| Stampa ottocentesca con due luoghi simbolo di Catanzaro: la Chiesa dell'Immacolata e il Teatro Municipale inaugurato nel 1830. |
Il ruolo del vescovo Matteo Franco nella storia della postulazione
La figura del vescovo di Catanzaro, Matteo Franco, emerge nel panorama ecclesiastico del primo Ottocento come quella di un pastore colto, sensibile e profondamente radicato nella tradizione spirituale del Mezzogiorno. La sua biografia, pur non segnata da eventi clamorosi, è attraversata da un filo rosso che unisce formazione teologica, cura pastorale e un’intensa attenzione alla vita spirituale del popolo cristiano. È in questo intreccio che si comprende il suo ruolo nella vicenda della postulazione per il culto dei Sette Angeli, di cui fu uno dei protagonisti più consapevoli e raffinati.
Matteo Franco si formò all’interno della congregazione dei Pii Operai, un istituto nato nel clima della riforma cattolica e caratterizzato da una forte attenzione alla predicazione, alla catechesi e alla direzione spirituale. Questo ambiente, segnato da una solida disciplina teologica e da una viva sensibilità pastorale, plasmò il suo stile sacerdotale: un equilibrio tra rigore dottrinale e capacità di leggere il cuore del popolo. La spiritualità della sua Congregazione, attenta alla vita interiore e alla pedagogia della grazia, lasciò in lui un’impronta profonda, che ritroviamo due celebri postulationes.
La nomina a vescovo di Catanzaro lo collocò in una diocesi complessa, segnata da una tradizione religiosa ricca e stratificata, in cui convivevano forme di pietà popolare, eredità monastiche e un forte senso di appartenenza comunitaria. Franco si trovò a guidare una Chiesa locale che, come molte del Mezzogiorno, viveva un rapporto intenso con la dimensione angelica e con la protezione celeste. Non si trattava di un fenomeno marginale o folklorico, ma di una sensibilità spirituale radicata nella storia e nella cultura del territorio. Il vescovo seppe coglierne la profondità, evitando sia il sospetto pregiudiziale sia l’acritica adesione, e cercando invece di orientarla verso una forma liturgica ordinata e teologicamente fondata.

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