«Alter Christus»: una dottrina antica
Perché la tesi di Andrea Grillo non regge alla prova della Tradizione. La testimonianza decisiva e dirimente di padre Luis de Granada, dell’Ordine dei Frati Predicatori, uno dei teologi e maestri spirituali più importanti del XVI secolo.
Domenico Condito
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| Joos van Cleve, The Crucifixion with Saints and a Donor, 1520. |
Nel suo recente intervento, Andrea Grillo propone una ricostruzione storica che, a prima vista, può apparire suggestiva: l’idea che il sacerdote sia alter Christus non avrebbe radici antiche, ma sarebbe un prodotto tardo-moderno, nato tra Ottocento e Novecento, frutto di un modello clericale superato dal Concilio Vaticano II. Secondo questa lettura, la formula sarebbe un’invenzione recente, estranea alla visione patristica e incompatibile con la teologia del ministero ordinato così come la Chiesa oggi lo comprende.
Eppure, basta avvicinarsi ai testi della Tradizione per accorgersi che questa ricostruzione non è sostenibile. Non perché la formula alter Christus sia antichissima — nessuno lo sostiene — ma perché la dottrina che essa esprime è molto più antica della formula. È radicata nella patristica, sistematizzata nel medioevo, definita dogmaticamente dal Concilio di Trento e pienamente viva nella spiritualità del XVI secolo.
E proprio qui entra in scena un testimone decisivo: Luis de Granada (Granada, 1504 – Lisbona, 1588).
Prima di arrivare a lui, conviene però chiarire un punto metodologico fondamentale. Grillo confonde la storia di una formula con la storia di una dottrina. La teologia cattolica ha sempre funzionato così: prima la realtà, poi la parola tecnica che la esprime. È accaduto per Trinitas, per persona, per transubstantiatio, per consustanziale. Nessuno direbbe che la Trinità nasce nel III secolo solo perché la parola “Trinità” compare allora. Allo stesso modo, non si può sostenere che il sacerdote come rappresentante sacramentale di Cristo nasca nell’Ottocento solo perché la formula alter Christus si stabilizza in quell’epoca.
La dottrina è molto più antica. E lo è in modo inequivocabile.
Già nel III secolo, Cipriano di Cartagine descrive il vescovo e il presbitero come coloro che agiscono “vice Christi”, al posto di Cristo, nella guida della comunità e nell’amministrazione dei sacramenti. Non è un linguaggio simbolico: è un linguaggio giuridico-sacramentale. Il ministro non è un semplice delegato, ma un rappresentante reale.
Agostino, nel IV-V secolo, è ancora più esplicito. Quando il ministro battezza, dice, è Cristo che battezza. Il ministro è strumento vivo della persona di Cristo. Il celebre “con voi cristiano, per voi vescovo” non nega affatto la rappresentazione sacramentale di Cristo: la presuppone. Agostino distingue il livello ontologico del ministero — Cristo che agisce — dal livello morale del ministro — un uomo tra gli uomini. È proprio perché il ministro è “con voi cristiano” che può essere “per voi vescovo”: la sua identità sacramentale non è un privilegio, ma un servizio.
Nel XIII secolo, Tommaso d’Aquino sistematizza questa intuizione con una precisione che non lascia spazio a equivoci. Il sacerdote è “instrumentum coniunctum Christi”, uno strumento unito a Cristo, che agisce in persona Christi. Non è un rappresentante esterno, ma un partecipante reale all’azione del Capo. Quando il sacerdote consacra, è Cristo che consacra; quando assolve, è Cristo che assolve. La teologia medievale non conosce ancora la formula alter Christus, ma conosce perfettamente la realtà che essa esprime.
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| Maestro dell'Altare di Aachen, Messa di san Gregorio Magno, 1520-25. |
Il Concilio di Trento, nel XVI secolo, definisce dogmaticamente che il sacerdote offre il sacrificio della Messa “in persona Christi”. Non come semplice memoria, non come rappresentazione teatrale, ma come atto reale in cui Cristo stesso è presente e operante attraverso il ministro. È difficile immaginare una formulazione più chiara della rappresentazione sacramentale di Cristo da parte del sacerdote.
È in questo contesto che la testimonianza di Luis de Granada assume un valore straordinario. Siamo nel 1585, due secoli prima dell’Ottocento. Granada non è un teologo marginale, ma uno dei più influenti autori spirituali della sua epoca, letto, tradotto e raccomandato in tutta la Chiesa cattolica. La sua opera sulla Messa, la confessione e la comunione è un condensato di teologia, spiritualità e catechesi, e riflette fedelmente la dottrina cattolica del suo tempo.
Le pagine che abbiamo potuto leggere costituiscono un vero e proprio trattato spirituale sulla Messa, intesa come rappresentazione reale e sacramentale della Passione di Cristo. L’autore guida il fedele attraverso ogni gesto, parola e simbolo della liturgia, mostrando come tutto ciò che il sacerdote compie sia azione di Cristo stesso, resa presente nel sacramento.
Fin dall’inizio Granada afferma che la Messa è “una rappresentazione di tutta la Passione di Cristo nostro Signore ridotta in compendio”. Cristo, nella sua Passione, fu insieme vittima e sacerdote: offrì se stesso al Padre. Nella Messa, questo sacrificio è reso presente, e Cristo stesso è colui che “entra in questa rappresentazione” e la compie. È qui che compare una delle affermazioni più forti dell’intera opera: il sacerdote che celebra rappresenta la persona di Cristo.
Granada lo dice con parole inequivocabili:
«Il Sacerdote […] rappresenta la persona di Christo, & viene a fare quel ch’egli fece.»
È difficile immaginare una formulazione più esplicita. Il sacerdote non compie un gesto parallelo a quello di Cristo: compie lo stesso gesto, perché rappresenta la stessa persona. E Granada insiste, con una forza che sorprende anche il lettore moderno:
«Quando viene il Sacerdote parato, et vestito di sacre vesti, pensa che quello è Christo, la cui persona rappresenta.»
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| Monumento a Luis de Granada |
Questa identificazione sacramentale non è un artificio retorico: è il cuore della sua teologia. Il sacerdote non imita Cristo, ma agisce in sua persona, rendendo presente il suo sacrificio. Granada prosegue spiegando che ogni paramento sacerdotale richiama un momento della Passione: la tonsura ricorda la corona di spine; l’amitto la benda sugli occhi; il manipolo le corde che legavano Cristo; la pianeta la veste di porpora; la croce sulla casula la croce portata da Cristo; il calice il “calice dell’amara Passione”. Tutto ciò non è simbolismo estetico, ma pedagogia spirituale: il fedele deve vedere nel sacerdote Cristo stesso che soffre, offre, benedice e salva. Quando il sacerdote si avvicina all’altare, Granada invita il fedele a immaginare Cristo che “venne al mondo vestito della nostra carne” e che “andò alla Croce carico dei peccati nostri”. L’Introibo e il Confiteor sono letti come partecipazione al cammino di Cristo verso il Calvario.
Ogni parte della Messa è interpretata come un episodio della vita o della Passione del Signore: l’Introito richiama l’attesa dei patriarchi; il Dominus vobiscum le manifestazioni di Cristo dopo la Natività e dopo la Risurrezione; le orazioni segrete il silenzio di Cristo durante la notte della Passione; il Gloria la gioia degli angeli alla Natività; il Credo la predicazione apostolica dopo la Risurrezione.
Il Vangelo è il momento in cui Cristo stesso parla: per questo il fedele si segna la fronte, la bocca e il petto, per confessare la fede senza vergogna. L’Alleluia richiama la gioia della Risurrezione. L’Offertorio rappresenta l’offerta volontaria di Cristo nell’orto degli Ulivi: “Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.
Il momento più alto è la consacrazione. Granada descrive il sacerdote che prende l’ostia, alza gli occhi al cielo, benedice e pronuncia le parole di Cristo. Tutto ciò rappresenta “l’altissimo misterio della conscratione, & transsustantiatione”, quando Cristo istituì l’Eucaristia. Il fedele deve vedere in quel gesto Cristo stesso che benedice e offre.
L’elevazione dell’ostia e del calice rappresenta l’elevazione di Cristo sulla croce. Granada invita il fedele a contemplare Cristo “come se tu lo vedessi con gli occhi confitto in Croce, perché è quel medesimo”. È un’affermazione teologicamente densissima: l’ostia elevata è Cristo stesso, lo stesso Cristo della croce. Il Memento dei vivi richiama l’agonia del Getsemani; il Memento dei morti la discesa di Cristo al Limbo; il colpo al petto del sacerdote (“Nobis quoque peccatoribus”) il pentimento del buon ladrone e del centurione. Il Pater noster è interpretato come l’orazione di Cristo sulla croce, con le sue sette parole. La pace e la comunione rappresentano la riconciliazione portata dalla morte dell’Agnello immacolato. La frazione dell’ostia rappresenta la morte di Cristo; la particola nel calice la deposizione nel sepolcro.
La comunione del sacerdote è vista come l’unione di Cristo con la Chiesa. Il fedele è invitato a comunicarsi spiritualmente con lui, con umiltà e desiderio. Le preghiere dopo la comunione richiamano la gioia della Risurrezione. Il congedo (“Procedamus in pace”) rappresenta l’Ascensione di Cristo al cielo. Infine, la benedizione del sacerdote è interpretata come il dono dello Spirito Santo e delle grazie che Cristo, seduto alla destra del Padre, continua a inviare alla Chiesa. Granada conclude invitando il fedele a meditare questi misteri per trarne frutto spirituale.
Alla luce di tutto questo, la tesi di Grillo non può essere sostenuta. Non perché la formula alter Christus sia antica — non lo è — ma perché la dottrina che essa esprime è antichissima. È radicata nei Padri, sistematizzata da Tommaso, definita da Trento, vissuta da Granada. E soprattutto, è coerente con la visione cattolica del ministero ordinato come partecipazione reale all’azione di Cristo. La formula alter Christus non è altro che la sintesi linguistica di questa verità. La dottrina, invece, è molto più antica e molto più cattolica.
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| Celebrazione della Messa Tridentina |
(Le citazioni di padre Luis de Granada sono estratte da: Operetta del Rev. Padre fra Luigi di Granata, dove si tratta della Confeffione, et Communione, et delli rimedii generali contra il peccato mortale, cavati dalle sue opere, in Milano 1585).




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