L’Eterno e la trappola di Lucifero: liberarsi dall’inganno del presente

Sottrarsi alla tirannia dell’istante per ascoltare l’Eterno.
Domenico Condito

Albrecht Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo (1513).

Ho smesso di rincorrere l’attualità e i suoi “guru”. Non voglio essere un divoratore seriale di news che assolutizzano il presente. Non tutto ciò che accade “ora” è ciò che conta davvero. Ogni volta che l’attualità pretende di essere tutto, nasce un inganno. L’oggi si presenta come assoluto, come se non esistesse altro tempo al di fuori del suo respiro corto. Ma proprio qui si apre la prima grande antitesi: il presente che si impone come totalità è, in realtà, la forma più sottile di immobilità. Sembra movimento, sembra progresso, sembra urgenza, e invece è un fermo immagine che ci trattiene, ci distrae, ci consuma. È una trappola.

Paul Claudel lo esprime con una lucidità sorprendente:

“La trappola per Lucifero è il Tempo. Il Tempo è la sua specialità. Non è lui che ha inaugurato il mattino? Non è lui che ha messo in moto il tempo nel suo senso lineare, quando è stato proiettato giù dal cielo? I suoi occhi non guardano che in avanti e non vedono lontano. Sua pastura è il moderno, l'attuale, l'immediato. Tutto ciò che viene dal diavolo si sforza di vivere con lui nel presente, nell'istantaneo, come in una sorta d'immobilità vertiginosa.”

Claudel aveva intuito con prospettiva profetica che il diavolo è specialista del presente. Non perché ami il tempo, ma perché lo usa come trappola. L’attualità, che appare come un flusso incessante, è in realtà una gabbia che impedisce di vedere lontano. È il paradosso del moderno: correre senza avanzare, informarsi senza comprendere, essere aggiornati senza essere saggi. L’antitesi è netta: più ci immergiamo nell’istantaneo, meno siamo capaci di cogliere l’Infinito.

E Claudel prosegue:

“Egli (il diavolo) va avanti, fa la sua strada e giudica l'Infinito privo di storia, come qualcosa di sorpassato e di fuori corso. Aestimabat Abyssum quasi senescentem. Il piano di Dio è dunque di adescare il Diavolo colla trappola del presente, di mettergli continuamente sotto gli occhi questa attualità illusoria che non fa che fuggire davanti a lui, di lasciargli addosso quest'enorme cappio perchè egli vi si dibatta dentro a suo agio; come in una specie di paradiso tradito nel quale le fantesche si burlino di lui e inghirlandino graziosamente il laccio che s'impiglia all'infinito attorno alle aiole fiorite e ai cespugli degli avvenimenti (post eum lucebit semita).”

Eppure, proprio mentre il presente ci seduce con la sua vertigine, l’Eterno si manifesta come la sua controparte liberante. Il diavolo ci spinge sempre “più avanti”, verso un domani che non arriva mai, promettendo potere, piacere, conoscenza. Dio, invece, non ci proietta nel futuro: ci raggiunge nell’oggi. Non dice “sarai”, ma “Io sono”. Non ci invita a inseguire, ma a fermarci. L’antitesi è radicale: il presente del male è fuga; il presente di Dio è incontro.

Claudel lo descrive così:

“Ma Dio è più vecchio di lui, e mentre Satana parla all'anima del presente, Egli invece le parla dell'Eterno. A dispetto di tutte le muraglie e serrature, Egli è lì. Egli sa la strada. Già dalla viglia di Pasqua egli ha forzato il passaggio attraverso quelle mascelle nelle quali dimora lo spavento; e gli ha fatto rivomitare il mal inghiottito. Ed ora Lui, lo specialista delle porte chiuse, è entrato di nuovo nel mezzo della sua bocca, penetrando fino al fondo del suo stomaco: e la Sua sola presenza è bastata a rovesciare tutto il resto al di fuori. Non resta più ormai che un povero involcro tutto afflosciato su sé stesso, come uno straccio che fa da spaventa-passeri. Attraverso la pietra liscia e la pelle senza pori, attraverso tutto ciò che non era recipiente e maschera, Dio è passato e ha detto all'anima: Non temere, sono Io. Ego sum, Amice! Ricordi tu quando non c'era il tempo? Ecco, ora io, tua origine, vengo a ridarti il principio. Principuum qui et loquor vobis. Il principio e il Verbo che era in principio.”

A questa antitesi si aggiunge quella tra memoria e oblio. L’attualità vive di amnesia programmata: ogni notizia cancella la precedente, ogni evento divora quello di ieri. È un presente che non ricorda, e proprio per questo non comprende. La memoria, invece, è il luogo in cui il tempo si riconcilia con se stesso. È ciò che permette di vedere la storia come un respiro, non come una sequenza di scosse. L’antitesi è evidente: il presente idolatrato dissolve la memoria; l’Eterno la custodisce e la illumina. Anche il movimento è attraversato da una contraddizione profonda. Il diavolo, dice Claudel, vuole farci camminare, spingerci sempre oltre, farci inseguire miraggi. Ma questo movimento è solo apparente: è un avanzare che non porta da nessuna parte, un dinamismo senza direzione. Dio, invece, ci ferma. Ci chiama per nome. Ci dice: “Oggi devo venire a casa tua.” È un arresto che non immobilizza, ma libera. L’antitesi è sorprendente: il movimento del male è stasi; la quiete di Dio è cammino.

Infine, c’è la tensione più profonda: quella tra il tempo e il principio. L’attualità ci fa credere che tutto inizi ora, che il mondo ricominci ogni mattina, che il passato sia un peso inutile. Ma Dio dice all’anima: “Ricordi tu quando non c’era il tempo? Io vengo a ridarti il principio.” Non ci offre un futuro indefinito, ma un’origine ritrovata. Non ci proietta avanti, ma ci radica. L’antitesi è definitiva: il presente senza principio è una trappola; il principio ritrovato trasfigura il presente.

Raffaello e Giulio Romano, Trasfigurazione, 1518-1520, Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano

Ecco perché fermarsi non è rinuncia, ma resistenza. Non è disinteresse, ma profondità. Non è fuga, ma ritorno. Fermarsi significa sottrarsi alla trappola dell’istante per ritrovare il tempo vero: quello che respira, che ricorda, che apre all’Eterno. Significa lasciare che l’attualità torni al suo posto: non un idolo, ma un segno; non un padrone, ma un passaggio. In questo gioco di antitesi, il presente si rivela per ciò che è: non il luogo della nostra prigionia, ma la soglia attraverso cui l’Eterno ci raggiunge. Basta fermarsi. Basta respirare. Basta ascoltare quella voce che non dice “domani”, ma “oggi”. E allora il tempo, da trappola, torna ad essere dono.

Claudel conclude così la sua disamina sul tempo:

“Dio mio! Ora ho capito finalmente perché Satana voleva farmi camminare! Egli mi promette sempre qualche cosa più avanti: il potere, la scienza o il piacere. Se mangerete di questo frutto, sarete come dei. Se tu mi adorerai, la terra sarà tua. Dio non è, – dice Renan – ma sarà domani. Datevi all'Evoluzione e al Progresso! Domani l'uomo si sarà fatto Dio su tutta la terra. Attenzione a ciò che sta per spuntare nel cielo sicut palpebre diluculi. Ma mentre questi miei poveri occhi si beano affascinati davanti a tutti quei balenii di fuoco che danzano, a quei giochi fatui e a quelle fiammelle che si accendono e si spengono, ecco che qualcuno mi agguanta alle spalle di sorpresa e mi urla: No, non domani, ma Oggi stesso! – Dacci oggi il nostro pane supersostanziale. – Oggi, Zaccheo, oggi mi fa mestiere venire a stare da te. Dio mio, noi perdiamo ogni volta di partire e di stabilirci altrove, in compagnia di Colui che Era, che È e che Sarà. – Io ho sostituito in te, dice Dio, la voglia di fuggire, col mio Verbo eterno, colla parola che dice in eterno al Padre ciò che Egli È. Dove sono Io, voglio che siate anche voi con me.”

In un mondo che ci spinge a vivere nell’istante, l’Eterno ci restituisce l’oggi. Non l’oggi dell’urgenza, ma l’oggi della presenza. Dio ci vuole in corsa, ma in ascolto. E solo chi si ferma può davvero camminare.

(Le citazioni di Paul Claudel sono estratte da I Giorni dell'Apocalisse, Edizioni IPL, Milano 1969, pp. 285-286).

 

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