Custos Verbi: Lo stemma del blog “L’Arte della Fuga”

La Parola, la Croce e la Tradizione: l’identità dell’Arte della Fuga in un cammino che unisce pensiero, fede e ricerca interiore.
Domenico Condito
 

Ci sono simboli che non si limitano a decorare, ma rivelano identità. Uno stemma araldico, quando è autentico, non è un esercizio estetico, ma un atto di riconoscimento. È il momento in cui ciò che siamo, e ciò che stiamo diventando, prende forma visibile.
Così nasce Custos Verbi, lo stemma del mio blog L'Arte della Fuga. E, come ogni stemma autentico, riflette anche chi lo ha generato: identità culturale e spirituale.
Al centro dello scudo si apre un libro dorato. Non è un libro qualunque: è la Parola, il Logos, la Tradizione che attraversa i secoli. È il luogo dove il senso si deposita e si trasmette. Sopra di esso, una chiave d’oro: il gesto dell’interpretare, dell’aprire ciò che è chiuso, del leggere ciò che non è immediatamente visibile. La chiave non è potere, ma responsabilità: la responsabilità di comprendere.
In capo, domina la Croce, che non è un semplice segno araldico, ma il simbolo della mia Fede cattolica. È la memoria viva di una radice, di una storia, di una continuità che non si improvvisa. È il riferimento ultimo che orienta ogni parola e ogni ricerca.
Il leone rampante custodisce la dignità, la fermezza, la capacità di restare saldi senza bisogno di alzare la voce. È la forza che non si impone, ma si riconosce.
Alla base dello scudo si distende un motivo vegetale barocco: foglie, volute, vita. Non è un ornamento superfluo, ma il simbolo della Tradizione come organismo vivente. È la memoria che cresce, si intreccia, genera. È il radicamento che sostiene tutto il resto: perché le idee, come le piante, hanno bisogno di un terreno fertile per dare frutto. La forma non è rigida: è feconda.
Attorno allo scudo si avvolge un ricco lambrecchino, che riprende e amplifica questo movimento vitale, quasi a dire che il pensiero non è mai isolato, ma sempre in dialogo con ciò che lo precede e lo nutre.
Sopra lo scudo si erge un elmo. L’elmo è vigilanza, trasparenza, disponibilità. Non è la chiusura del guerriero, ma la lucidità di chi custodisce la parola e il pensiero senza nasconderli. È la mente che resta desta, permeabile al vero.
Sull’elmo posa una corona. Non parla di dominio, ma di autorevolezza interiore: la sovranità su sé stessi, la capacità di governare il proprio pensiero, le proprie scelte, la propria parola. È una corona che non impone, ma illumina.
Tutto converge nel motto: In Verbo Structura (“Nel Verbo, la struttura”). Non è solo un principio araldico: è una visione del mondo. La parola, quando è pensata bene, detta bene, custodita bene, diventa architettura. Il linguaggio non è un accessorio del pensiero: è il luogo in cui il pensiero prende forma. E, viceversa, un pensiero confuso genera parole confuse, come una casa costruita senza progetto.
In questa prospettiva, scrivere bene non è un esercizio di stile, ma un atto ontologico. Significa dare forma all’essere, mettere ordine nel reale, costruire un mondo abitabile. Ogni frase è una trave, ogni concetto un pilastro, ogni scelta linguistica un gesto di costruzione.
Per questo, lo stemma de L’Arte della Fuga non rappresenta un passato, ma una direzione. È il simbolo di un modo di abitare il senso, di cercare la verità delle cose, di vivere con coerenza tra ciò che si pensa, ciò che si dice e ciò che si è.
In Verbo Structura: perché nella Parola, nella sua precisione, nella sua luce, nella sua responsabilità, si costruisce la struttura del mondo.
Ed è qui che si apre il viaggio. Un viaggio interiore verso una meta indefinita, ma necessaria. Qui nulla è ciò che appare: ogni simbolo rimanda ad altro, ogni forma è soglia. Il vero enigma è il mio cielo interiore, il movimento delle costellazioni che lo animano, la sua consistenza. Non c’è un andamento progressivo, né un rapporto lineare tra partenza e arrivo: ciò che conta è la ricerca, il cammino. Sentieri in cui prendono forma e ritmo il sapere e la sapienza della vita o, più verosimilmente, qualcosa di me che ancora non conosco, ma che già mi chiama.


 


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