Le origini del culto dell’Immacolata a Stalettì: storia e sviluppo della sua Confraternita (XVI–XVIII secolo)

Anticipazioni di una ricerca d’archivio inedita condotta nell’Archivio di Stato di Napoli e nell’Archivio Diocesano di Squillace.
Domenico Condito

L'otto dicembre, la processione dell’Immacolata attraversa le vie del centro storico di Stalettì da almeno quattro secoli, custodendo una tradizione ininterrotta di fede popolare. L’immagine della Vergine, condotta tra gli archi antichi e le case del borgo, continua ancora oggi a unire la Comunità in un gesto corale che affonda le radici nella storia più profonda del paese.

Questo nuovo studio nasce come naturale prosecuzione del lavoro dedicato alla fondazione della Chiesa di San Rocco di Stalettì (Catanzaro), nata come voto del popolo durante la peste del 1528–1530 (leggi qui l'articolo precedente ➡️). La ricostruzione di quell’evento aveva già mostrato quanto la storia religiosa di Stalettì sia un intreccio di memorie condivise, scelte comunitarie e devozioni che hanno modellato il volto del paese. Ma accanto a quella vicenda, i documenti emersi dagli archivi aprono un orizzonte ancora più ampio: la storia del culto dell’Immacolata Concezione e della sua Confraternita, una storia antica e radicata che oggi possiamo finalmente raccontare sulla base di due documenti inediti.

Il primo documento decisivo, conservato presso l’Archivio Diocesano di Squillace, risale al 1753. È la relazione del Visitatore Regio, un magistrato inviato da Napoli per dirimere la controversia che aveva agitato la Comunità, contrapponendo la Cappella di San Rocco alla Cappella dell’Immacolata.  Non è una semplice testimonianza, ma una vera indagine giudiziaria condotta sul posto, interrogando anziani, sacerdoti, notai e cittadini, e ricostruendo con rigore la storia delle due cappelle e delle loro amministrazioni. Le “cappelle”, in questo contesto, vanno intese non tanto come spazi fisici, ma come enti giuridici dotati di patrimoni e amministrazioni proprie. Da quelle pagine emerge non solo la memoria della fondazione votiva della Cappella di San Rocco, ma anche la vitalità della Confraternita dell’Immacolata: il suo abito, le sue pratiche quotidiane, la sua struttura interna, la sua antichità documentata. Una fonte che restituisce la voce viva del popolo e illumina la continuità della devozione mariana nel paese.

Il secondo documento, ancora più sorprendente, è il provvedimento del Re Carlo di Borbone del 12 ottobre 1759, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il sovrano, attraverso il ministro Marchese Brand, interviene direttamente sulla vicenda di Stalettì: conferma l’unione delle due cappelle, affida la gestione economica esclusivamente alla Confraternita dell’Immacolata e limita l’ingerenza del Vescovo alle sole questioni spirituali. È un atto di protettorato regio che riconosce formalmente l’autonomia laicale della Confraternita e ne sancisce il prestigio all’interno del Regno di Napoli. È anche la prova che la storia religiosa di Stalettì non è mai stata periferica: ha incrociato la politica ecclesiastica del tempo, ha raggiunto la Corte, ha ottenuto una risposta del Re.

Soffitto della Sala Catasti, una volta Sala del Capitolo, del Grande Archivio di Stato di Napoli.

La grande controversia di Stalettì (1752–1759)

La controversia che attraversò Stalettì tra il 1752 e il 1759 non fu un semplice conflitto amministrativo, ma un vero dramma comunitario, un momento in cui l’intero paese — clero, laici, anziani, giovani, autorità civili e perfino la Corona — venne coinvolto in una disputa che toccava il cuore della propria identità religiosa. Per comprenderla, occorre seguirne lo sviluppo passo dopo passo, come in un racconto che si apre lentamente, rivelando tensioni, fraintendimenti, memorie antiche e decisioni sovrane.

Tutto comincia il 23 agosto 1752, quando un gruppo di cittadini, e almeno un sacerdote di Stalettì, decide di rivolgersi direttamente a Sua Maestà il Re di Napoli. Nel loro ricorso denunciano un presunto sopruso: secondo loro, la Confraternita dell’Immacolata starebbe tentando di “assorbire” la cappella di San Rocco, cancellando un’antica devozione popolare. Il documento è firmato da diversi abitanti, ma la sua genesi è confusa: alcuni firmatari sono minorenni, altri dichiareranno di aver firmato senza comprendere il contenuto, altri ancora ammetteranno di essere stati spinti dall’indignazione più che da prove concrete. Il ricorso, tuttavia, arriva a Napoli. E quando un documento raggiunge la capitale, la macchina amministrativa borbonica si mette in moto.

La Segreteria di Stato, insospettita dalla gravità delle accuse, decide di inviare a Stalettì un Visitatore Regio, un magistrato laico dotato di pieni poteri d’indagine. È una figura di grande autorevolezza: non un funzionario locale, ma un rappresentante diretto del Re, con facoltà di interrogare sacerdoti, laici, notai, minorenni, e perfino di mettere in discussione, se necessario, le decisioni del Vescovo di Squillace, mons. Francesco Saverio Maria de Queralt. Il suo arrivo a Stalettì segna l’inizio di una vera e propria istruttoria giudiziaria.

Pisside in argento dorato di bottega spagnola, donata al Duomo di Squillace dal vescovo Francesco Saverio Maria de Queralt (1748–1763). Opera barocca di finissima fattura, con base sbalzata, nodo decorato e sottocoppa traforata con motivi eucaristici; testimonia il prestigio e la sensibilità artistica del presule al centro della controversia settecentesca di Stalettì.

La resistenza del clero locale: il ruolo di don Antonio Carbò

Mentre la macchina regia avviava le sue verifiche, sul fronte ecclesiastico locale la situazione era già giunta a un punto di rottura. Il Vescovo di Squillace, a seguito della sua “Santa Visita” del 1750 e accogliendo la supplica del Sindaco e dei “cittadini principali”, aveva infatti già emanato il decreto di unione delle due cappelle per garantire decoro e stabilità economica. Tuttavia, l’esecuzione del decreto episcopale si era scontrata con un’accanita resistenza istituzionale guidata dal sacerdote don Antonio Carbò (cognome che i manoscritti riportano in questa forma, sebbene non sia da escludere l’originaria lezione locale Condò). Carbò non agiva come semplice sacerdote, bensì nella veste giuridica di Procuratore della Chiesa di San Rocco, un ufficio storicamente riservato ai sacerdoti del clero stalettese con il compito di amministrare i beni e i legati pii dell’antico voto cinquecentesco. Ritenendo l'unione un vero e proprio “spoglio” economico ai danni dei cappellani e del patrimonio autonomo di San Rocco, don Carbò scelse la via della disobbedienza formale: il Visitatore Regio annota esplicitamente che il Procuratore “con il suddetto Ordinario non ubbidisce”. Di fronte a questo muro contro muro, l'intera cittadinanza si spaccò in fazioni contrapposte. Fu proprio la violenza delle tensioni di piazza e la forte “istanza del Popolo” a costringere il Vescovo di Squillace a congelare temporaneamente l’atto, sospendendone l'esecutività “per sedare le fazioni”. Ma la tregua fu breve: don Carbò, rifiutando la mediazione del Vescovo, portò lo scontro a un livello superiore facendosi promotore e “insinuatore” delle Regie Suppliche direttamente a Napoli. Questo formale appello al braccio secolare regio servì a scavalcare la giurisdizione del Vescovo, chiedendo la protezione della Corona affinché i beni e il possesso della chiesa fossero mantenuti intatti secondo le leggi del Regno.


L’indagine sul campo: il paese interrogato

Quando il Visitatore Regio iniziò la sua indagine, Stalettì si trovò improvvisamente sotto lo sguardo attento e imparziale di un magistrato venuto da Napoli, estraneo alle dinamiche locali e proprio per questo capace di cogliere la verità senza condizionamenti. Il paese contava all’epoca 132 famiglie e 1330 anime. La prima decisione del magistrato fu quella di convocare, a uno a uno, tutti i firmatari del ricorso. 
L’interrogatorio, svoltosi nel mese di maggio del 1753, mise i ricorrenti di fronte alle proprie responsabilità storiche e legali. Messi alle strette dal rigore del magistrato, la maggior parte dei firmatari manifestò il proprio “dolore” (ovvero pentimento e costernazione), confessando di non conoscere affatto il contenuto reale del documento che avevano sottoscritto o di aver alterato la verità dei fatti spinti dall’emotività. Nessuno, tuttavia, fu in grado di presentare un solo documento che attestasse l’esistenza di una confraternita dedicata a San Rocco. La presunta “antica istituzione” evocata nel ricorso si rivelò così un ricordo confuso, un’impressione collettiva più che una realtà giuridica. Il Visitatore Regio decise allora di ampliare l’indagine. Interrogò gli anziani del paese, i sacerdoti, i notai, il clero locale: tutte figure che potevano custodire la memoria storica della Comunità.

Le loro testimonianze, sorprendentemente concordi, offrirono un quadro chiaro: la Cappella di San Rocco era sì antichissima, fondata come voto durante la peste del XVI secolo, e nel tempo aveva accumulato beni, rendite e procuratori; ma non aveva mai avuto una confraternita formalmente costituita, o se n’era persa la memoria. Gli anziani ricordavano soltanto alcuni abiti bianchi e uno stendardo verde conservati in sacrestia, indossati da chiunque si trovasse in piazza durante le processioni: una devozione spontanea, non un sodalizio organizzato. Inoltre, emerse che nei documenti più antichi la chiesa era legata anche al titolo della “Annunziazione”, suggerendo una stratificazione devozionale ancora precedente. Questa sovrapposizione di titoli non smentisce affatto la natura votiva dell'edificio nato nel XVI secolo, ma ne arricchisce la lettura storica. È infatti altamente probabile che la fabbrica di San Rocco sia sorta inglobando una preesistente edicola o cappella dedicata all'Annunziata, situata nella pubblica piazza, oppure che l’ente ne abbia legalmente ereditato i benefici e le rendite in un momento successivo.
Questa distinzione — tra una cappella dotata di beni e una confraternita inesistente — fu uno dei punti decisivi dell’indagine. Il Visitatore Regio comprese che la controversia non nasceva da un conflitto tra due istituzioni equivalenti, ma da un fraintendimento: da un lato una cappella votiva amministrata dal clero, dall’altro una confraternita antica e strutturata, quella dell’Immacolata, che da oltre un secolo animava la vita religiosa del paese con riti quotidiani, abito distintivo, processioni e una gestione amministrativa documentata.

Statua dell’Immacolata venerata a Stalettì, raffigurata con la tradizionale corona regale e il manto turchino ricamato in oro, segno distintivo della devozione plurisecolare che la comunità tributa alla Vergine.

La posizione del Sindaco, dei “cittadini principali” e della Curia: l’altra verità

Mentre il ricorso dei cappellani perdeva credibilità sul piano documentale, prendeva forma con sempre maggiore chiarezza la legittimità della posizione del Sindaco e dei “cittadini principali”, che avevano chiesto al Vescovo di unire le due cappelle per garantire decoro, stabilità economica e continuità liturgica. A conferma di ciò, la Confraternita dell’Immacolata aveva inviato al Re un articolato contromemoriale, nel quale si ricordava che proprio il Sindaco e altri stimati cittadini di Stalettì avevano supplicato il Vescovo di Squillace, durante la visita pastorale del 1750, di emettere il decreto di unione delle due cappelle, offrendo anche adeguate garanzie patrimoniali per sostenerne il culto. Nel documento si sosteneva inoltre che il primo ricorso inviato al Re fosse “falso e tendenzioso”, e si chiedeva pertanto il mantenimento del decreto episcopale. A sostenere fermamente questa linea intervenne anche don Domenico Siciliano, sacerdote di Stalettì e figura di grande autorevolezza, che parlò esplicitamente “a nome del prelato”, difendendo l’operato del Vescovo. Le sue parole, riportate nella relazione del Visitatore Regio, confermarono che il ricorso promosso da Carbò e dai suoi era infondato e che la Confraternita dell’Immacolata rappresentava l’unica istituzione stabile, legittima e capace di garantire una gestione ordinata della vita religiosa.

Per comprendere l'origine della controversia, occorre fare un passo indietro e ricostruire la convivenza delle due realtà religiose sotto lo stesso tetto. La Confraternita dell’Immacolata, un sodalizio laicale già esistente e strutturato nel tessuto sociale di Stalettì, non disponeva originariamente di un proprio edificio autonomo. Fu per questo motivo che ottenne il permesso di stabilirsi all'interno della centrale Chiesa di San Rocco, dove le venne formalmente concesso di allestire un altare monumentale dedicato alla Vergine. Quella che era nata come una pia e pacifica ospitalità spirituale tra il clero custode del voto di San Rocco e i confratelli della “Immacolata, si trasformò col tempo — complice evidentemente l’enorme crescita delle rendite e dei membri della Confraternita — in una complessa convivenza patrimoniale, destinata inevitabilmente a sfociare in un aperto conflitto per il controllo dell'intero complesso ecclesiastico.


La prova decisiva: l’atto notarile del 1629

Nel momento in cui la controversia sembrava ancora sospesa tra accuse e memorie confuse, fu il Procuratore della Confraternita dell’Immacolata a introdurre l’elemento che avrebbe cambiato radicalmente il corso dell’indagine: un atto notarile del 1629, rogato dal notaio stalettese Antonio Pecorello. Quel foglio antico non era un semplice reperto amministrativo: era la prova che la Confraternita dell’Immacolata esisteva già nel XVII secolo come istituzione pienamente formata, dotata di beni immobili, capacità giuridica e gestione amministrativa strutturata. Stipulava contratti, amministrava proprietà, affittava botteghe e gestiva rendite con la stessa serietà di un ente laicale pienamente riconosciuto. Non si trattava di un gruppo recente o improvvisato, ma di un sodalizio radicato nella storia del paese, riconosciuto e attivo almeno da centovent’anni prima della controversia; molto prima che la cappella di San Rocco avesse assunto una forma amministrativa stabile. 


Le conclusioni del Visitatore Regio

Quando il Visitatore Regio terminò le settimane di interrogatori e verifiche, aveva ormai davanti a sé un quadro limpido. La cappella di San Rocco, pur antichissima e venerata, non aveva mai avuto una confraternita formalmente costituita o si era probabilmente estinta, lasciando solo tracce materiali e ricordi frammentari. La Confraternita dell’Immacolata, invece, emergeva come istituzione antica, attiva e legittima. Alla luce di questi elementi, il Visitatore concluse che l’unione delle due cappelle, decretata dal Vescovo, era non solo giustificata, ma necessaria. Il ricorso veniva dichiarato infondato. La relazione, redatta con la precisione di un atto giudiziario, venne inviata a Napoli. Da quel momento, la vicenda non era più solo un affare locale: entrava ufficialmente nel raggio d’azione del governo borbonico, pronta a ricevere la decisione finale del Re


1759: il Re emette un decreto e stabilisce il protettorato regio

Sette anni dopo l’invio del primo ricorso, il 12 ottobre 1759, giunse da Napoli la risposta definitiva della Corona. Il Re Carlo di Borbone, attraverso il ministro Marchese Brand, emanò il decreto che chiudeva la controversia. Il provvedimento confermava l’unione delle due cappelle e affidava la gestione economica esclusivamente alla Confraternita dell’Immacolata, riconosciuta come l’unica istituzione laicale antica, stabile e capace di garantire ordine e continuità. Il Procuratore della Confraternita diventava così l’unico responsabile della gestione temporale delle due cappelle, con l’obbligo di presentare annualmente i conti secondo le norme vigenti. Il decreto conteneva poi una disposizione di straordinaria importanza: il Re vietava al Vescovo e alla sua Curia qualsiasi ingerenza nelle questioni temporali. L’Ordinario poteva intervenire soltanto “quoad spiritualia”, cioè nelle materie strettamente religiose, mentre ogni decisione economica, amministrativa e patrimoniale veniva sottratta alla giurisdizione ecclesiastica. La Confraternita dell’Immacolata veniva così riconosciuta come ente laicale autonomo e posta sotto la tutela diretta della Corona. Fu proprio in seguito a questo atto sovrano, che sanciva l’unione e ne definiva l’assetto giuridico, che la chiesa — un tempo votiva e dedicata a San Rocco — assunse in modo stabile e definitivo il titolo di Chiesa dell’Immacolata Concezione, sigillando anche sul piano liturgico e identitario il nuovo corso inaugurato dal decreto del 1759.
 
La corona reale di Carlo di Borbone, simbolo della sovranità che nel 1759 intervenne direttamente nella controversia delle cappelle di Stalettì, riconoscendo alla Confraternita dell’Immacolata autonomia giuridica e tutela regia. L’esemplare storico di riferimento è oggi conservato a Napoli, nel Palazzo Reale, nella Sala del Trono.

La corona sull’altare maggiore: un possibile segno del protettorato regio

L’altare maggiore della chiesa dell’Immacolata — un tempo dedicata a San Rocco — presenta un elemento importante nel sontuoso apparato decorativo e iconografico settecentesco, Un particolare che oggi, alla luce dei documenti studiati, acquista un significato nuovo: il grande drappeggio che incornicia la nicchia della Vergine, sormontato da una corona reale posta in cima del fastigio. A prima vista potrebbe sembrare un semplice motivo ornamentale barocco; ma, considerato il rescritto del 12 ottobre 1759, potrebbe essere letto come una rappresentazione del protettorato regio. Nel Settecento borbonico, la corona reale compariva spesso negli stemmi delle confraternite sotto patronato regio, nei baldacchini d’onore e negli altari rinnovati dopo un intervento sovrano: era un segno di protezione superiore e di riconoscimento istituzionale, di prestigio giuridico. La sua presenza non era mai casuale, ma intendeva rendere visibile, attraverso la forma artistica, un privilegio concesso dall’autorità regia. Se si considera che l’altare maggiore fu rinnovato e arricchito proprio nella seconda metà del XVIII secolo — dunque dopo il decreto del 1759 — la corona può essere letta come un omaggio visivo al sovrano che aveva difeso la Confraternita, oppure come la traduzione simbolica della protezione giuridica sancita dal documento napoletano. Non si tratta di una prova definitiva, ma di un indizio iconografico forte, coerente e perfettamente inserito nel contesto storico. 

Altare maggiore della chiesa dell’Immacolata a Stalettì, con il caratteristico drappeggio barocco sormontato dalla corona, elemento decorativo che questo studio interpreta come possibile memoria del protettorato regio settecentesco. La chiesa, chiusa al culto da molti anni, è oggi oggetto di un importante intervento di restauro, circostanza che al momento non consente di disporre di immagini più nitide e aggiornate.

L’abito, i riti, la vita: la Confraternita dell’Immacolata nella Stalettì dei secoli

Tra le testimonianze più vive che emergono dai documenti del Settecento, nessuna è più eloquente dell’immagine dei confratelli dell’Immacolata che attraversano le vie di Stalettì con il loro abito distintivo. La loro presenza non era soltanto un elemento liturgico, ma un segno visibile dell’identità religiosa del paese, un modo concreto di rendere riconoscibile la devozione mariana nella vita quotidiana della comunità. L’abito era composto da una tunica di tela bianca, lunga fino ai piedi, simbolo di purezza e di appartenenza. Sopra la tunica, i confratelli indossavano una mozzetta di seta color turchino, il colore tradizionalmente associato all’Immacolata Concezione. Quel turchino, che ancora oggi richiama immediatamente la figura della Vergine, era il segno che distingueva i membri del sodalizio e li rendeva riconoscibili durante le processioni e le celebrazioni solenni. La tela bianca richiamava la purezza di Maria, la mozzetta turchina la sua protezione materna, la loro unione la fedeltà dei confratelli al mistero dell’Immacolata.
Accanto all’abito, un ruolo centrale era svolto dagli oggetti processionali: la croce processionale, portata con solennità dal confratello più esperto, e lo stendardo dell’Immacolata. Lo stendardo apriva le processioni, guidava il popolo, segnava il cammino della comunità nelle feste e nei momenti di lutto.
Ma la vita della Confraternita non si esauriva nell’abito o nelle processioni. Era una presenza quotidiana, fatta di preghiera, di servizio e di partecipazione attiva alla vita del paese attraverso le opere di carità. Ogni giorno, i confratelli si riunivano nella Cappella dell’Immacolata per recitare la Corona della Madonna e le Litanie Lauretane: non semplici pratiche devozionali, ma un vero ritmo spirituale che scandiva la giornata e teneva viva la memoria della Vergine nel cuore della Comunità.
A questa vita religiosa intensa corrispondeva una struttura organizzativa solida e riconosciuta. Ogni anno i confratelli eleggevano un Procuratore, responsabile dell’amministrazione delle rendite, della cura dell’altare e della gestione dei beni della Confraternita. Fino alla metà del Settecento, i conti venivano presentati regolarmente alla Curia Vescovile tramite il Vicario Foraneo, secondo la prassi comune alle confraternite laicali del Regno di Napoli. Ma il decreto di Carlo di Borbone del 12 ottobre 1759 segnò una svolta decisiva: la Confraternita dell’Immacolata venne riconosciuta come ente laicale autonomo, sottratto a ogni ingerenza episcopale nelle questioni temporali. Da quel momento, il Procuratore non doveva più rendicontare al Vescovo, ma amministrare sotto la tutela diretta della Corona, secondo le leggi civili del Regno.
Oggi la Confraternita è estinta, ma la sua eredità spirituale e culturale rimane intatta: il culto dell’Immacolata continua a essere uno dei più sentiti e identitari della Comunità di Stalettì, segno vivente di una storia che ha attraversato i secoli e che ancora oggi unisce il paese attorno alla sua “Regina delle stelle”.

Abito processionale dei membri della Confraternita dell’Immacolata di Stalettì (sec. XVII–XVIII), ricostruito sulla base di una dettagliata descrizione contenuta in un inedito documento d’archivio. La tunica bianca e la mozzetta turchina, insieme alla croce alzata e allo stendardo mariano, restituiscono l’aspetto originario dei confratelli che per secoli hanno guidato le processioni dell’8 dicembre e animato la vita religiosa del paese.

Conclusioni

La storia del culto dell’Immacolata a Stalettì, così come emerge dal documento, è dunque una storia di continuità e rinnovamento, di radici profonde e di capacità di adattamento. È la storia di una devozione che ha saputo incarnarsi in forme comunitarie solide, visibili e partecipate, diventando parte integrante dell’identità spirituale del paese. E, soprattutto, è la storia di una Confraternita che, attraverso la preghiera quotidiana, la cura dei beni, la presenza nelle processioni e la dignità del proprio abito, ha saputo custodire e trasmettere nei secoli un patrimonio di fede e di sovrana bellezza. Un contributo decisivo alla diffusione del culto dell’Immacolata Concezione in Calabria, fiorito a Stalettì oltre due secoli prima che Pio IX ne proclamasse il dogma l’8 dicembre 1854, e che testimonia la profondità di una tradizione capace di precedere la definizione magisteriale e custodirne l’intuizione più luminosa.

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