Le rendite della Badia di San Gregorio Taumaturgo di Stalettì contese dallo Stato postunitario (1859–1863)
Una ricerca d’archivio inedita: la supplica del sacerdote Giuseppe Mercuri e la risposta della Curia di Squillace raccontano il fragile equilibrio tra la Chiesa locale e il nuovo Stato unitario.
Domenico Condito
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| La chiesa di San Gregorio Taumaturgo a Stalettì (Catanzaro) |
Nella Calabria dell’Ottocento, tra le colline che guardano il golfo di Squillace, la Badia di San Gregorio Taumaturgo rappresentava da secoli un punto di riferimento religioso e identitario per la Comunità di Stalettì e del comprensorio circostante. Le sue rendite, costituite da pascoli, terreni e canoni enfiteutici, garantivano il sostentamento del culto quotidiano e della festa del Santo titolare. Ma tra il 1859 e il 1863, nel pieno della transizione dal Regno delle Due Sicilie al nuovo Stato unitario, questo equilibrio antico si incrinò, dando vita a una controversia che coinvolse sacerdoti, amministratori, il Comune di Stalettì e la Curia Vescovile di Squillace.
La vicenda emerge con chiarezza da due documenti: una supplica del sacerdote Giuseppe Mercuri, fittuario dei beni della Badia, e una lettera ufficiale della Segreteria Vescovile di Squillace. Attraverso queste carte, si ricostruisce un microcosmo di tensioni amministrative, economiche e religiose che riflette le trasformazioni più ampie dell’Italia postunitaria.
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| Mons. Raffaele Antonio Morisciano, vescovo di Squillace dal 1858 al 1909. L'immagine è stata ottenuta tramite l'elaborazione digitale di un ritratto originale dell'epoca. |
La supplica del sacerdote Mercuri: un uomo solo tra obblighi antichi e nuovi poteri
Il 15 febbraio 1863, il sacerdote Giuseppe Mercuri scrive al Vescovo di Squillace, mons. Raffaele Antonio Morisciano, con tono rispettoso ma determinato. È stato convocato per rispondere alle lamentele del Comune di Stalettì, che lamenta un presunto abbandono del culto di San Gregorio. Mercuri, però, ribalta la prospettiva: non è lui a mancare ai doveri, bensì il nuovo amministratore dei beni, il signor Piccirelli, subentrato nel 1859.
Nella supplica, Mercuri ricorda che da tempi antichi l’amministratore della Badia era tenuto a sostenere tutte le spese del culto. Lo afferma con chiarezza:
“Fin da tempi antichi era solito da chi amministrava i beni della detta Badia portarsi il Culto, cioè: Ducati 54:90 per la Messa quotidiana, Ducati 15:00 per la festa, Ducati 6:00 per l’olio per la lampada, Ducati 6:00 per 3 rotoli di cera e Ducati 6:00 di vettorato all’Arciprete. Ciò si adempiva ancora dalla Diocesana. Venuto nel ’59 il sig. Piccirelli negò lo adempimento di questi obblighi, solo nell’istrumento di fitto mi impose l’obbligo della Messa quotidiana col suo emolumento e niente altro. Quindi venne l’oratore facoltato a spendere di Ducati 15:00 per la festa dal Vicario Generale del Vallo con sua lettera che conservo.”
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| S. Gregorio Taumaturgo - Stalettì |
Il riferimento al Vicario Generale del Vallo è decisivo per comprendere la vicenda: il “Vallo” indica infatti la Diocesi di Capaccio-Vallo, nel cuore del Cilento, istituita da Pio IX nel 1851 con la bolla Cum propter iustitiae dilectionem, che aveva assegnato le rendite dell’Abbazia di San Gregorio Taumaturgo alla nuova diocesi, destinandole in particolare al Seminario per il sostentamento e la formazione dei suoi alunni. La soppressione dell’Abbazia non fu presentata come un atto di rottura, ma come un riordino funzionale. Un ente ormai privo della sua originaria vitalità monastica veniva trasformato in risorsa per una nuova struttura pastorale, coerentemente con le esigenze della Chiesa post tridentina. La diocesi di Vallo, nata in un territorio vasto e articolato, necessitava di una base economica solida, e le rendite dell’Abbazia costituivano un elemento essenziale di questa dotazione. In questo quadro, Piccirelli appare come il delegato locale incaricato di riscuotere, nel territorio di Stalettì, la parte delle rendite spettante alla diocesi di Vallo.
Il nuovo amministratore, Piccirelli, cambiò radicalmente il modo in cui erano sempre state gestite le rendite della Badia. Per tradizione secolare, infatti, era l’amministratore dei beni – non il sacerdote – a dover sostenere tutte le spese del culto: pagare l’elemosina ai sacerdoti per la Messa quotidiana, provvedere alla festa del Santo, all’olio per la lampada e alla cera. Piccirelli, invece, eliminò quasi tutti questi obblighi e impose a Mercuri soltanto di celebrare la Messa quotidiana, senza però assumersi il dovere di pagarne l’elemosina.
La situazione divenne ancora più ingiusta quando Piccirelli pretese dai sacerdoti i certificati delle Messe celebrate, cioè le prove che il culto era stato effettivamente svolto. Raccolti i certificati, però, lasciò il paese senza versare il compenso dovuto a chi aveva celebrato le Messe. In questo modo, Mercuri e gli altri sacerdoti si trovarono ad adempiere agli obblighi liturgici senza ricevere ciò che spettava loro per diritto. Mercuri lo denuncia apertamente:
“Giova notare che il Sig. Piccirelli per l’anno 1859 volle i certificati della celebrazione della Messa quotidiana, ma se ne andò senza pagarne l’Elemosina ai Sacerdoti, che l’aveano celebrata. Quindi l’oratore si rimette all’Ecc.za Vostra Rev.ma e la prega disporre il tutto secondo la giustizia; pronto ad eseguire ogni autorevole ordinazione tanto per versare la resta in mano dell’Ecc.za Vostra Rev.ma, o di mandarla direttamente al Vallo con Lettera assicurata se ne verrà dal Vallo richiesto”.
Il riferimento diretto all’invio della “resta”, il denaro che rimane dopo le spese del culto “al Vallo” conferma ulteriormente che, sul piano economico, la Badia era considerata parte della dotazione della Diocesi di Capaccio-Vallo.
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| Incipit della supplica inidirizzata dal sacerdote Giuseppe Mercuri a mons. Raffaele Antonio Morisciano, Vescovo di Squillace - © Archivio Diocesano di Squillace |
Il bilancio: numeri che raccontano un conflitto
Mercuri allega alla supplica un bilancio dettagliato degli anni 1860–1862. Le entrate derivano dall’“erbaglio”, l’affitto dei pascoli, pari a 190 ducati l’anno. Le uscite mostrano pagamenti regolari per la Messa quotidiana, la tassa fondiaria e la festa del Santo. Mancano invece le spese per cera e olio, che il sacerdote dichiara di non aver potuto sostenere perché non autorizzate dal contratto imposto da Piccirelli.
Il passaggio più significativo riguarda però i canoni enfiteutici (cioè i pagamenti annuali dovuti da chi utilizzava stabilmente un terreno, in una forma di affitto agricolo di lunga durata). Mercuri denuncia che molti di questi canoni non sono stati riscossi dall’amministratore del Vallo:
“per indolenza dell’amministratore del Vallo non si sono esatti tanti Cespi provenienti da tanti canoni enfiteutici liquidi, che dovrebbero uno assieme di circa altri Ducati tre, o quattrocento”
Letta alla luce della bolla del 1851, questa frase mostra che mons. Giovanni Battista Siciliani, vescovo di Capaccio-Vallo, non riusciva a riscuotere la parte delle rendite che spettava alla sua diocesi, e che Piccirelli — suo delegato — non svolgeva adeguatamente il compito. È una cifra enorme, capace da sola di sostenere tutte le spese del culto. La mancata riscossione dei canoni rivela un’amministrazione inefficiente e contribuisce al malcontento del Comune di Stalettì.
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| Mons. Giovanni Battista Siciliani, vescovo di Capaccio-Vallo dal 1859 al 1876. L'immagine è stata ottenuta tramite l'elaborazione digitale di un ritratto originale dell'epoca. |
Il ruolo del Sub Economo: lo Stato unitario entra nella gestione dei beni ecclesiastici
Dopo l’Unità d’Italia, la gestione dei beni ecclesiastici passa gradualmente sotto il controllo dello Stato attraverso la figura del Sub Economo, incaricato di amministrare i beni incamerati o vigilati dalla Cassa Ecclesiastica. È a lui che la Curia di Squillace indirizza la lettera del 14 febbraio 1863, rispondendo a una richiesta di chiarimenti sui “pesi di culto” della Badia.
La Segreteria Vescovile ricorda che la Platea della Badia - il registro ufficiale dei beni e degli obblighi - era stata consegnata proprio all’ufficio del Sub Economo, ma che molti documenti risultavano smarriti nei passaggi di gestione. Per ristabilire la verità, il Vescovo consulta i decreti dei suoi predecessori e ricostruisce gli obblighi tradizionali:
“Una Messa quotidiana. La festa del Santo titolare. L’accensione continua di una lampada. Il mantenimento della Chiesa e dei suoi arredi.”
La lettera è un atto di chiarezza amministrativa, ma anche una rivendicazione di continuità: la Chiesa ricorda allo Stato che, se vuole incamerare le rendite della Badia, deve anche rispettarne gli obblighi secolari.
Una vicenda locale che racconta un’Italia in trasformazione
La disputa tra Mercuri, Piccirelli, il Comune di Stalettì e il Sub Economo non è un semplice conflitto contabile. È il riflesso di un’Italia che cambia, in cui antiche consuetudini ecclesiastiche si scontrano con nuove strutture amministrative. La Badia di San Gregorio diventa così il teatro di una contesa che riguarda non solo denaro e liturgia, ma la stessa identità della Comunità di Stalettì.
Il sacerdote Mercuri appare come una figura intermedia, fedele al culto e ai doveri tradizionali, ma costretto a muoversi in un sistema amministrativo incerto. Il Comune difende la continuità della devozione locale. La Curia cerca di mantenere un equilibrio tra diritto canonico e nuove norme statali. Il Sub Economo rappresenta un potere emergente, spesso privo degli strumenti documentari necessari per comprendere la complessità delle situazioni locali.
In questo intreccio di responsabilità e omissioni, la vicenda della Badia di San Gregorio Taumaturgo diventa un frammento prezioso della storia calabrese e italiana: un racconto di transizione, di fragilità amministrativa e di resistenza delle tradizioni religiose in un mondo che stava cambiando troppo rapidamente.
La volontà di Pio IX non fu pienamente attuata
I documenti conservati nell’Archivio Diocesano di Squillace mostrano con chiarezza che la volontà pontificia espressa da Pio IX non fu mai pienamente realizzata. La bolla del 1851 aveva previsto che le rendite dell’Abbazia di San Gregorio Taumaturgo fossero stabilmente assegnate alla nuova diocesi di Capaccio Vallo e destinate in particolare al suo Seminario, ma la realtà amministrativa si rivelò molto più complessa. Solo una parte delle rendite fu effettivamente trasferita al Vallo nel 1854, su richiesta del vescovo Concezio Pasquini, e questa quota — alla luce della supplica di Mercuri — appare verosimilmente corrispondere a ciò che il delegato locale, Piccirelli, riusciva a riscuotere nel territorio di Stalettì. Il resto rimase nella disponibilità della diocesi di Squillace e si disperse in grande parte nei passaggi amministrativi successivi, aggravati dall’ingresso del Regio Economato dopo l’Unità d’Italia.
In questo intreccio di competenze sovrapposte, deleghe informali e responsabilità non chiarite, la Badia di San Gregorio Taumaturgo divenne un bene conteso tra più autorità: la diocesi di Squillace, che continuava a esercitare la cura pastorale; la diocesi di Capaccio Vallo, che rivendicava le rendite; e lo Stato unitario, che attraverso il Sub Economo pretendeva di amministrare ciò che era stato incamerato. La vicenda mostra come una riforma pensata per razionalizzare il sistema dei benefici ecclesiastici poté, nella pratica, generare incertezze ancora maggiori, lasciando il santuario in una condizione di precarietà amministrativa che solo la devozione del popolo riuscì a colmare.





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