Quando il male non tace: la sorprendente attualità della morale cattolica post‑tridentina
Giuseppe de Barcia y Zambrana e la teologia morale, nata dal Concilio di Trento, capace di analizzare le conseguenze sociali del peccato.
Domenico Condito
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| Michelangelo Buonarroti, Giudizio universale (primo anello con Cristo giudice e Maria), 1550. Cappella Sisitina, Città del Vaticano. |
Sfogliare lo Svegliarino Cristiano di discorsi dottrinali sopra particolari assunti... di mons. Giuseppe de Barcia y Zambrana, pubblicato a Venezia nel 1714 e tradotto in italiano dal carmelitano Giovanni Antonio Panceri, significa entrare in un mondo che, pur appartenendo al primo Settecento, parla con una lucidità che sorprende il lettore contemporaneo. Barcia, nato nel 1643 e morto nel 1695, fu una figura eminente della Chiesa spagnola del suo tempo: teologo di solida formazione, canonico della collegiata di Granada, esaminatore e visitatore della diocesi, poi predicatore reale a Toledo e infine vescovo di Cadice dal 1691 fino alla morte. La sua opera omiletica e morale, nutrita di rigore dottrinale e sensibilità pastorale, si colloca pienamente nel clima post tridentino, quando la Chiesa, uscita dal Concilio di Trento, si impegnava a formare coscienze vigili, capaci di discernere il bene dal male in un mondo attraversato da profonde trasformazioni culturali. Il titolo stesso dell’opera è un programma: svegliarino, cioè un richiamo, un invito a destarsi dal torpore morale. Non un trattato astratto, ma un testo pensato per scuotere, per strappare il peccatore dal “letargo” delle sue colpe, per restituire alla coscienza la sua capacità di vedere, giudicare e scegliere.
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| Ritratto di José de Barcia y Zambrana, incisione su rame di Isacco Palomo realizzata tra il 1757 e il 1775. |
Le pagine dedicate ai danni corporali rappresentano un esempio straordinario di questa pedagogia spirituale. L’autore non si limita a denunciare il peccato come trasgressione interiore, ma ne osserva le conseguenze concrete, sociali, relazionali. Il male, in queste pagine, non è un fatto privato, né un semplice errore morale: è una forza che si diffonde, un veleno che contamina, una ferita che continua a sanguinare anche quando il colpevole sembra aver pagato il suo debito. È un modo di guardare la realtà che, paradossalmente, risulta più moderno di molte analisi contemporanee.
La cultura attuale tende, infatti, a interpretare il male attraverso lenti psicologiche o sociologiche. Da un lato si cercano traumi, fragilità, condizionamenti; dall’altro si individuano dinamiche di gruppo, pressioni ambientali, contesti culturali. Sono prospettive utili, ma spesso finiscono per dissolvere la responsabilità personale. Il male diventa un fenomeno, un processo, un meccanismo, non più un atto libero. La morale cristiana post tridentina, invece, mantiene un punto fermo: il male nasce da una libertà che sceglie, e quella scelta produce effetti reali nel mondo. Per questo il testo insiste sui danni corporali come realtà che “gridano” a Dio (“Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” Genesi 4,10). Non è un linguaggio arcaico: è un modo per dire che il male non resta confinato nella coscienza del singolo, ma si propaga, lascia tracce, genera onde lunghe che investono persone, famiglie, comunità.
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| Sebastiano Ricci e Mario Ricci, Caino colpisce Abele con l’espulsione di Caino dal Giardino dell’Eden da parte di Dio, XVIII secolo. Collezione privata. |
È proprio qui che il lettore moderno rimane spiazzato. Siamo abituati a pensare che la sensibilità sociale sia una conquista recente, frutto delle scienze umane e delle analisi sistemiche del Novecento. Eppure, in queste pagine del 1714 troviamo una visione sorprendentemente attuale: il peccato non è mai solo privato, perché produce conseguenze che si diffondono nella società, genera scandalo, corruzione, imitazione, crea un “veleno” che continua ad agire anche quando il colpevole è punito. È una lettura del male come fenomeno sistemico, non solo individuale. Ma, a differenza delle analisi sociologiche contemporanee, questa visione non attenua la responsabilità personale: la radicalizza. Più il male si diffonde, più il colpevole ne porta il peso.
Giuseppe de Barcia mette implicitamente a confronto due forme di giustizia: quella umana e quella divina. La giustizia umana punisce il gesto, si ferma al fatto, non può riparare le conseguenze diffuse, non può sanare il male che continua a circolare. La giustizia divina, invece, guarda alle intenzioni e agli effetti, tiene conto delle conseguenze indirette, non dimentica ciò che la società preferisce rimuovere, ricostruisce l’intera rete di relazioni ferite. È una giustizia che non è vendetta, ma verità portata alla luce. Una giustizia che non si accontenta di “chiudere il caso”, ma che vuole guarire ciò che è stato spezzato.
Questa prospettiva non indulge in toni cupi, ma non ha paura di dire ciò che oggi spesso evitiamo: l’uomo è capace di un male profondo, devastante, che supera le sue intenzioni e si diffonde come un contagio. Non è pessimismo antropologico, ma realismo spirituale. E questo realismo è liberante, perché restituisce serietà alle nostre scelte, impedisce di banalizzare il male, invita alla riparazione e non solo al pentimento, ricorda che la misericordia non è un condono, ma una trasformazione.
A questo punto emerge un nodo teologico decisivo, troppo spesso dimenticato: l’idea di un Dio infinitamente misericordioso non regge senza l’idea di un Dio infinitamente giusto. Una misericordia senza giustizia sarebbe indifferenza; una giustizia senza misericordia sarebbe disperazione. La rivelazione cristiana tiene insieme i due poli, e li tiene insieme proprio nel giudizio. Non a caso, lo stesso discorso della montagna, spesso ridotto a un manifesto etico sentimentale, contiene parole di una concretezza bruciante: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” e ancora “Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. Se la giustizia non fosse reale, se non fosse promessa, se non fosse garantita da Dio stesso, queste beatitudini sarebbero un inganno. Non si può proclamare beata la sete di giustizia se la giustizia non è destinata a compiersi.
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| Domenico Ghirlandaio, Strage degli innocenti, 1486-1490. Santa Maria Novella, Firenze. |
Può un Dio che è Amore ignorare il grido di dolore di interi popoli e nazioni? Può restare indifferente davanti ai genocidi, alle persecuzioni, alle violenze sistematiche, alle ingiustizie che attraversano la storia? Può non chiedere conto ai responsabili di tanta malvagità? Se così fosse, l’amore stesso sarebbe svuotato. La misericordia, per essere vera, deve passare attraverso la verità; e la verità, per essere piena, deve includere la giustizia.
Per comprendere quanto la visione post-tridentina sia attuale, basta guardare a uno degli scandali più inquietanti del nostro tempo: il caso Epstein. Qui il male non è stato solo un insieme di atti individuali, per quanto gravissimi. È stato un sistema: una rete di sfruttamento, un intreccio di potere, denaro e silenzi, un meccanismo che ha coinvolto decine di persone, un modello imitato, protetto, normalizzato. Il male non si è limitato alle vittime dirette, ma ha contaminato istituzioni, relazioni, carriere, immaginari. Ha generato sfiducia sociale, ha rivelato complicità, ha mostrato come il peccato di uno possa diventare la rovina di molti. È esattamente ciò che lo Svegliarino Cristiano descrive quando parla del “veleno” che continua ad agire anche dopo la punizione del colpevole. La giustizia umana può incarcerare un uomo, ma non può cancellare le vite spezzate, le complicità taciute, le carriere costruite sul silenzio, le imitazioni che quel modello di potere ha generato, la cultura che ha permesso tutto questo. La giustizia divina, invece, guarda anche a questo. Non solo al gesto, ma alla sua scia.
Viviamo in un’epoca che tende a psicologizzare il male, sociologizzarlo, medicalizzarlo, estetizzarlo o semplicemente ignorarlo. Lo Svegliarino Cristiano ci ricorda invece che il male è reale, ha un peso, lascia ferite, chiede responsabilità e non può essere neutralizzato con spiegazioni o attenuanti. È un messaggio che sorprende per la sua lucidità e per la sua attualità. Una morale che non addormenta, ma sveglia. Che non deresponsabilizza, ma illumina. Che non si ferma al sintomo, ma guarda alla radice. E che, proprio per questo, continua a parlare anche al lettore del XXI secolo.





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