Non passibilità o passibilità di Dio: il trattato siriaco attribuito a San Gregorio Taumaturgo

Il prof. Massimo Pazzini, ofm, restituisce voce a un trattato siriaco che illumina ancora oggi il mistero dell’impassibilità divina.
Domenico Condito 

Icona di San Gregorio Taumaturgo.
Bisanzio, XII secolo, tempera su tavola (81 × 53 cm).
Museo Statale Ermitage, San Pietroburgo.

Il Trattato a Teopompo sulla passibilità o non passibilità di Dio, attribuito a San Gregorio Taumaturgo (213-270), pubblicato e tradotto da Massimo Pazzini, prof. di Ebraico biblico e Siriaco presso lo Studium Biblicum Franciscanum, è uno di quei testi che, una volta incontrati, non si dimenticano più. Non solo perché appartiene a un patrimonio patristico raro, conservato unicamente in siriaco e trasmesso attraverso le edizioni ottocentesche di Paul de Lagarde (1858) e del card. Jean Baptiste Pitra (1883), ma soprattutto perché affronta, con una lucidità sorprendente per l’epoca, una delle questioni più radicali della teologia cristiana: come può l’impassibile patire? E, ancora più profondamente: che cosa significa dire che Dio è impassibile?

Il riferimento bibliografico completo dell’edizione è: Massimo Pazzini, Trattato di San Gregorio il grande a Teopompo circa la non passibilità di Dio oppure la sua passibilità. Testo siriaco e traduzione italiana, in Liber Annuus 61 (2011) 377-411.

Il lavoro di Pazzini nasce da un suggerimento del patrologo P. Gianni Sgreva, che me ne parlò molti anna fa quando il progetto era ancora in fase germinale. Padre Sgreva vedeva nel trattato un duplice interesse: da un lato la questione della paternità, dall’altro la straordinaria originalità filosofico-teologica del testo. Pazzini accoglie la sfida e si immerge in un’opera che definisce “ostica” per stile e argomento, ma anche “stimolante, attraente e alquanto originale”. La sua traduzione, volutamente letterale, cerca di mantenere il ritmo e l’ordine del siriaco, permettendo al lettore di percepire la struttura interna del pensiero gregoriano.
Il risultato è un testo che non è solo un’edizione critica, ma un vero e proprio invito a entrare in un dibattito teologico vivo, drammatico, ancora attuale.

Il trattato si presenta come un dialogo tra Gregorio e un interlocutore, Teopompo. La domanda iniziale è semplice e vertiginosa: Dio è impassibile? 
Teopompo non è un ingenuo: comprende che l’impassibilità è un attributo tradizionalmente attribuito alla divinità, ma intuisce anche che essa sembra entrare in tensione con la rivelazione cristiana. Se Dio è impassibile, come può aver sofferto nella carne? E se ha sofferto, come può essere ancora impassibile?
La sua obiezione è formulata con una precisione quasi filosofica: se Dio volesse patire, ma la sua natura glielo impedisse, allora la natura sarebbe più forte della volontà. In tal caso, Dio non sarebbe più libero, ma soggetto a una necessità interna. Teopompo arriva a dire che “la sua natura impassibile è più forte della sua volontà”, introducendo una tensione che, se presa sul serio, minerebbe l’unità stessa di Dio.

Gregorio risponde con fermezza: non si può introdurre in Dio alcuna opposizione tra natura e volontà. Dire che la natura impedisce alla volontà di agire significherebbe introdurre in Dio una composizione, una divisione, una lotta interna. Ma Dio, afferma Gregorio, è “uno… semplice e non composto”, e la sua volontà non è mai costretta, mai limitata, mai in conflitto con ciò che egli è. Questa affermazione anticipa la dottrina della semplicità divina che sarà sviluppata dai Cappadoci e da Tommaso d’Aquino. È sorprendente trovarla formulata con tanta chiarezza in un testo siriaco del II-III secolo.

Il cuore del trattato è la distinzione tra due forme di passione. Gregorio spiega che la passione è veramente tale solo quando è subita contro la volontà. Se invece la passione è assunta volontariamente, essa non diminuisce chi la assume, ma manifesta la sua libertà. Questa distinzione, apparentemente semplice, è in realtà rivoluzionaria. Essa permette di comprendere come l’impassibile possa patire senza cessare di essere impassibile. La passione di Cristo non è una passione subita, ma una passione scelta. Non è un’imposizione, ma un atto di libertà.

Gregorio lo dice con parole che conservano una forza sorprendente: “la passione è passione quando Dio considera qualcosa di inutile e per sé sconveniente”. Ma quando Dio si muove per guarire l’uomo, la sua partecipazione alla sofferenza non è più una passione in senso proprio, perché non nasce da costrizione, ma da libertà.

Questa intuizione è straordinaria: Dio non patisce perché è debole, ma perché è forte. La sua impassibilità non è incapacità di soffrire, ma impossibilità di essere vinto dalla sofferenza. Per rendere comprensibile questa dinamica, Gregorio introduce un’immagine concreta e potente: quella del medico che si china sul malato. Il medico dice, “con gioia riceve la fatica del servizio degli ammalati su di sé”, e questa fatica non lo diminuisce, perché è orientata alla guarigione. Allo stesso modo, Dio non è diminuito dalla sua partecipazione alla passione. La sua impassibilità non è negata, ma rivelata proprio nel modo in cui affronta la sofferenza.

Questa immagine contiene una cristologia implicita di straordinaria profondità. L’incarnazione non è un mutamento della natura divina, ma un atto della sua volontà. La passione non è un limite imposto, ma un gesto liberamente assunto. La guarigione dell’umanità è il fine che illumina tutto il movimento divino. Gregorio arriva a dire che, nella passione, “l’impassibile ha prevalso sulle passioni quando la passione stessa patì nella sua passione”. È un paradosso che anticipa la teologia della vittoria pasquale: la passione non vince Dio; è Dio che vince la passione assumendola.

Il trattato è attraversato da una convinzione fondamentale: Dio è libero. Non libero nel senso umano, come possibilità di scelta tra alternative, ma libero nel senso ontologico: nulla può costringerlo, nulla può limitarlo, nulla può opporsi alla sua volontà. Per questo Gregorio può dire che Dio “non è sottomesso alla legge, né alla necessità, né alla consuetudine, né alla corruzione, né al timore”. La sua impassibilità è la forma suprema della sua libertà. E proprio questa libertà permette l’incarnazione: Dio non è costretto a rimanere lontano dal dolore; è libero di entrarvi senza esserne vinto.

Questa prospettiva è profondamente diversa sia dal teismo filosofico che concepisce Dio come immobile e distante, sia dalle teologie moderne che parlano di un Dio vulnerabile. Gregorio mostra una terza via: Dio è impassibile perché è libero, e proprio per questo può assumere la passione.

La Crocifissione di Cristo.
Icona in stile comneno, seconda metà del XII secolo, tempera su tavola (28,2 × 21,6 cm).
Monastero di Santa Caterina, Sinai (Egitto).

Il trattato culmina in una visione pasquale: la morte non è semplicemente subita da Dio, ma è vinta dall’interno. Gregorio afferma che “la venuta intangibile di Dio presso la morte fu la morte della morte”. Questa frase, di una potenza teologica straordinaria, anticipa la teologia orientale della Pasqua: la morte è distrutta non da un atto esterno, ma dall’ingresso dell’Incorrotto nel suo dominio.
È la logica della luce che entra nelle tenebre: le tenebre non possono vincerla, perché la luce non è un corpo che può essere ferito, ma una presenza che dissolve ciò che la contraddice.

Il contributo di Pazzini non si limita alla traduzione. L’autore confronta le due edizioni siriache principali (Lagarde 1858 e Pitra 1883), segnala varianti, ricostruisce il testo e lo presenta in parallelo alla traduzione italiana. La scelta di una resa “assai letterale” permette al lettore di percepire la struttura argomentativa originale, anche quando ciò comporta qualche asperità stilistica.
Questa fedeltà non è un esercizio di erudizione fine a se stesso, ma un modo per restituire la voce autentica di un autore antico, con le sue sfumature, le sue ripetizioni, la sua logica interna.

Il dibattito sulla passibilità di Dio è tornato centrale nel XX secolo, con la teologia della croce, la teologia politica, la teologia della sofferenza di Dio. Il trattato attribuito a Gregorio Taumaturgo offre una prospettiva equilibrata e sorprendentemente moderna: Dio non è impassibile nel senso di indifferente, né passibile nel senso di vulnerabile. È impassibile perché nulla può vincerlo, e proprio per questo può entrare nella sofferenza senza esserne distrutto.
Questa visione parla all’uomo contemporaneo, che cerca un Dio vicino senza rinunciare alla trascendenza. Gregorio mostra che la vera trascendenza non è distanza, ma libertà, e la vera vicinanza non è debolezza, ma amore.

Il Trattato sulla non passibilità o passibilità di Dio è un testo che merita di essere riscoperto. La traduzione di Pazzini permette di accedere a una teologia che, pur espressa in un linguaggio antico, possiede una forza speculativa capace di illuminare ancora oggi il mistero cristiano. In un tempo in cui la domanda su Dio e sul male rimane aperta, Gregorio offre una risposta che non semplifica, ma eleva: Dio non è vinto dalla sofferenza, è la sofferenza a essere vinta da Dio.

Bibliografia essenziale

  1. Massimo Pazzini, Trattato di San Gregorio il grande a Teopompo circa la non passibilità di Dio oppure la sua passibilità. Testo siriaco e traduzione italiana, in LA (Liber Annuus) 61 (2011) 377-411.
  2. Charasma C., Davvero Dio soffre? La tradizione e l’insegnamento di San Tommaso, Bologna 2003. L’opera è stata pubblicata anche sulla rivista Sacra Doctrina, nn. 1 (3-190) e 2 (191-310) del 2003.
  3. Crouzel H., La Passion de l’Impassible: un essai apologétique et polémique du IIIe, siècle, in L’homme devant Dieu. Mélanges offerts au Père Henri de Lubac. I: Exegèse et patristique (Théologie 56), Paris 1963, 269-279.
  4. Lagarde P. de, Analecta Syriaca, Leipzig 1858.
  5. Pitra J.-B., Analecta sacra Specilegio Solesmensi parata, vol. IV, Paris 1883, 103-120 (testo siriaco) e 363-376 (traduzione latina di P. Martini).
  6. Ryssel V., Gregorius Thaumaturgus. Sein Leben und seine Schriften, Leipzig 1880. Slusser M., St. Gregory Thaumaturgus: Life and Works (The Fathers of the Church 98), Washington, D.C. 1998.


 

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