Chiesa Cattolica: quando l’errore è tollerato e la Tradizione è punita

Padre Maggi può negare il peccato originale e continuare a amministrare il battesimo senza conseguenze, mentre la Fraternità Sacerdotale San Pio X rischia la scomunica per difendere la dottrina: una contraddizione che interroga la credibilità dell’autorità ecclesiale.
Domenico Condito

Giovanni di Paolo, Creazione del mondo e cacciata dal Paradiso terrestre, 1445, tempera e oro su tavola.
MET, New York

L’inizio del pontificato di Papa Leone XIV ha suscitato in molti fedeli un sentimento di sincera gratitudine. Il suo stile sobrio, la sua attenzione alla liturgia, la sua volontà di ricomporre fratture interne e di restituire centralità alla Tradizione hanno riacceso speranze che sembravano sopite. In un tempo di grande confusione dottrinale, il suo desiderio di riportare la Chiesa a un linguaggio più chiaro e a una pastorale più radicata nella fede di sempre è stato accolto come un segno di provvidenza.

Proprio per questo, però, desta non poca perplessità la gestione affidata al cardinale Víctor Manuel Fernández, soprattutto quando si tratta di questioni dottrinali delicate o di rapporti con realtà ecclesiali complesse. La sua azione appare spesso ambigua, oscillante tra aperture improvvise e irrigidimenti selettivi, con un’applicazione della disciplina che sembra variare a seconda dell’interlocutore. È un’ambiguità che rischia di indebolire proprio quella chiarezza che papa Leone sembra voler ristabilire.
È in questo contesto che emerge con forza la questione dei sacerdoti che negano pubblicamente verità dogmatiche fondamentali, come il peccato originale, continuando tuttavia ad amministrare i sacramenti senza che venga loro richiesto alcun chiarimento dottrinale. Il caso di padre Alberto Maggi è emblematico. In un intervento pubblico ampiamente diffuso, egli afferma che la dottrina del peccato originale sarebbe «qualcosa di perverso che soltanto una mente perversa […] può concepire» e che nessuno potrebbe avere il coraggio di dire che un bambino porta in sé un peccato, arrivando a dichiarare che, durante il battesimo, «il bambino potrebbe anche non esserci che tanto non gli succede niente».

Queste affermazioni non rappresentano una semplice opinione teologica, ma una negazione esplicita di un dogma definito, radicato nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero costante. Il peccato originale non è un dettaglio marginale della fede cattolica: è il presupposto stesso della redenzione, della grazia, della necessità del battesimo e della missione salvifica di Cristo. Negarlo significa alterare la comprensione ontologica del sacramento, riducendolo a un rito di impegno comunitario o a un simbolo etico, svuotandolo della sua efficacia soprannaturale.
La Chiesa ha sempre insegnato che il battesimo è la remissione dei peccati e la rigenerazione dell’uomo decaduto. Se si nega la realtà del peccato originale, il sacramento viene privato del suo significato salvifico. È dunque legittimo chiedersi come possa un sacerdote avere l’intenzione di “fare ciò che fa la Chiesa” quando celebra un sacramento il cui significato egli contraddice apertamente. La validità del sacramento non dipende dalla fede personale del ministro, ma l’intenzione sacramentale non è un automatismo: è un atto umano che presuppone almeno la volontà di compiere ciò che la Chiesa compie. Quando questa volontà è negata pubblicamente, la questione non è più solo teologica, ma pastorale ed ecclesiologica.

Eppure, in questi casi, non si vedono interventi, richiami, ammonizioni. Non si vedono comunicati della diocesi, né chiarimenti dottrinali, né provvedimenti disciplinari. Il sacerdote continua a esercitare il ministero, a predicare, a insegnare, a battezzare. La comunità dei fedeli rimane esposta allo scandalo e alla confusione, mentre la dottrina viene relativizzata come se fosse un’opinione tra le altre. È difficile non vedere in questa inerzia una forma di tolleranza verso l’errore dottrinale, come se la verità della fede fosse negoziabile, mentre la disciplina ecclesiastica non lo fosse.

Jan van Scorel, Ordinazione episcopale di Sant'Agostino nel ciclo sulla sua vita raffigurato nella Chiesa di Santo Stefano (Pala d’altare) a Gerusalemme nel 1520.

Su un piano completamente diverso, ma teologicamente connesso, si colloca la situazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X. La Santa Sede ha avviato un dialogo con la Fraternità, ma lo ha fatto in un contesto segnato da condizioni molto stringenti e da una pressione crescente legata all’annuncio di nuove consacrazioni episcopali previste a luglio. La lettera di don Davide Pagliarani al cardinale Fernández, resa pubblica il 19 febbraio 2026, mostra con chiarezza la posizione della Fraternità: essa non rifiuta il dialogo, anzi lo aveva richiesto già nel 2019; ma non può accettare che il dialogo sia subordinato all’accettazione integrale del Concilio Vaticano II e del post-Concilio, senza possibilità di discutere le rotture dottrinali e pastorali che essa ritiene reali e gravi. Pagliarani sottolinea che la proposta di dialogo giunge solo nel momento in cui si evocano le consacrazioni episcopali, e dunque appare come uno strumento dilatorio, accompagnato dalla minaccia di sanzioni canoniche e dall’accusa di scisma. La Fraternità, dal canto suo, ribadisce che non intende compiere alcun atto scismatico, poiché una consacrazione episcopale senza mandato pontificio, se non accompagnata da intenzione scismatica né da conferimento di giurisdizione, non costituisce una rottura della comunione ecclesiale.

La tensione diventa evidente: mentre un sacerdote può negare un dogma senza che la sua comunione ecclesiale venga messa in discussione, una comunità che professa integralmente la fede cattolica rischia la scomunica per un atto disciplinare compiuto in stato di necessità. La domanda che molti fedeli si pongono è inevitabile: perché tanta tolleranza verso l’errore dottrinale e tanta severità verso la disobbedienza disciplinare? Perché la dottrina sembra trattata come un ambito fluido, mentre la disciplina appare come un assoluto intangibile? Perché chi mette in discussione la fede cattolica continua a esercitare il ministero, mentre chi difende la Tradizione viene minacciato di esclusione?
La questione non è politica né ideologica: è teologica. La Chiesa non è un’istituzione puramente giuridica, ma un corpo vivente fondato sulla verità rivelata. La comunione ecclesiale non è un fatto sociologico, ma un vincolo sacramentale e dottrinale. Ma se la dottrina viene relativizzata, la comunione perde il suo fondamento. Allo stesso modo, se la disciplina viene applicata senza riferimento alla verità, diventa inevitabilmente arbitrio. In questi casi, la Tradizione e la carità dovrebbero essere i criteri per costruire il dialogo. Tuttavia, la carità pastorale non può essere disgiunta dalla verità della fede senza diventare sentimentalismo, e la verità senza carità diventa durezza.

Jan van Eyck e Hubert van Eyck, Polittico dell’Agnello Mistico (datato 1432; olio su tavola, 350 x 470 cm aperto, 350 x 223 cm chiuso; Gent, Cattedrale di San Bavone di Gand, Belgio.

La lettera di Pagliarani richiama proprio questo punto: l’unico terreno possibile di incontro, in assenza di un accordo dottrinale, è la carità verso le anime e verso la Chiesa. Ma la carità non può essere selettiva. Non può essere invocata per comprendere situazioni irregolari e negata a chi chiede solo di continuare a servire le anime secondo la Tradizione. Non può essere usata per giustificare deviazioni dottrinali e allo stesso tempo per condannare chi difende la fede ricevuta. La carità, per essere autentica, deve essere ordinata alla verità.

In questo contesto, la percezione di “due pesi e due misure” non è un giudizio affrettato, ma il sintomo di una crisi più profonda: la crisi dell’autorità come servizio alla verità. Una Chiesa che non corregge l’errore dottrinale ma punisce la disobbedienza disciplinare rischia di trasmettere un messaggio devastante. Vorrebbe dire che la verità è negoziabile, mentre l’obbedienza non lo è. Ma l’obbedienza cristiana non è cieca sottomissione, ma adesione alla verità rivelata. Quando la verità viene oscurata, anche l’obbedienza perde il suo fondamento; anche se questa asserzione, bisogna dirlo, rischia di aprire un crinale davvero pericoloso, e in gioco sono l’unità della Chiesa e la salvezza delle anime. Servono davvero prudenza e santo discernimento in tutti i soggetti coinvolti.

La domanda che emerge, a questo punto, è semplice e radicale: quale immagine di Chiesa stiamo costruendo? Una Chiesa che tollera la negazione dei dogmi ma non tollera la difesa della Tradizione? Una Chiesa che considera irrilevante la fede del ministro ma intollerabile la sua disobbedienza disciplinare? Una Chiesa che parla di ascolto e di misericordia, ma non ascolta chi chiede solo di rimanere fedele alla fede di sempre?
La crisi attuale non si risolverà con provvedimenti disciplinari né con dichiarazioni di principio. Si risolverà solo quando la Chiesa tornerà a riconoscere che la sua unità non si fonda sulla gestione, la diplomazia e la tolleranza dell’errore, ma sulla Verità, la Fede e la custodia della Tradizione. Solo allora potrà davvero essere madre per tutti, senza contraddizioni e senza favoritismi.

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