Il peccato che genera storia: potere, popolo e responsabilità

Dallo “Svegliarino Cristiano di discorsi dottrinali sopra particolari assunti” di Giuseppe de Barcia y Zambrana una sorprendente attualità teologica e civile sulla dinamica delle colpe tra autorità e popolo.
Domenico Condito

Pieter Bruegel il Vecchio, Trionfo della Morte (1562) - Museo del Prado, Madrid.

Proseguire l’indagine sullo Svegliarino Cristiano di Giuseppe de Barcia y Zambrana (1643-1695)significa inoltrarsi in una delle pagine più potenti della teologia morale post-tridentina. Nel primo articolo (leggi qui ➡️) dedicato a quest’opera ho mostrato come Barcia interpreti il peccato come una forza che si diffonde, un “veleno” capace di generare storia, ferite, conseguenze che travalicano l’individuo. Ora, con il Discorso XXXVIII – Capitolo V, si apre un nuovo livello di profondità: il rapporto tra peccato e responsabilità pubblica, tra colpe dei superiori e colpe dei sudditi, tra autorità e popolo.
Lo Svegliarino non è un trattato astratto. È un’opera pensata per “svegliare”, per scuotere, per restituire alla coscienza la capacità di vedere ciò che spesso preferisce ignorare: che il male non è mai solo privato, che le scelte dei singoli, soprattutto di chi esercita autorità, producono conseguenze che ricadono su molti. 

  • Un’Europa ferita: guerre, crisi dinastiche e sfiducia nel potere

Il passo che analizziamo riflette un’epoca in cui i popoli europei avevano sperimentato sulla propria pelle le conseguenze devastanti delle scelte dei sovrani. La Guerra dei Trent’anni (1618‑1648) aveva lasciato dietro di sé carestie, epidemie, spopolamento e un diffuso senso di sfiducia verso il potere politico. Le monarchie assolute, come quella francese di Luigi XIV, avevano accentuato la distanza tra governanti e governati, mentre in Spagna, patria di Barcia, la crisi economica e militare del Seicento aveva prodotto un clima di disillusione e di denuncia morale. In questo contesto, le parole di Barcia risuonano come un giudizio storico oltre che teologico: “Perché non si curano di quante migliaia muoiano, purché possano dilatare la loro superbia”. È un’accusa che potrebbe essere rivolta ai monarchi che avevano trascinato i loro popoli in guerre interminabili, a governanti incapaci di riformare sistemi corrotti, a élite che vivevano nell’opulenza mentre il popolo soffriva. 

  • La teologia morale post‑tridentina: responsabilità pubblica e peccato sociale 

Il Concilio di Trento (1545 1563) aveva inaugurato una stagione di riforma morale che non riguardava solo la vita personale, ma anche quella pubblica. Autori come San Carlo Borromeo, Roberto Bellarmino, Francisco Suárez, Tommaso de Vio Cajetano, Juan de Mariana e, più tardi, Alfonso de’ Liguori avevano insistito sul fatto che il peccato dei governanti non è mai solo privato, ma produce effetti sociali. Barcia si inserisce pienamente in questa tradizione, soprattutto quando configura il potere come servizio e non come privilegio, e considera il governante responsabile davanti a Dio del bene comune.

  • Il grido che sale dalla terra: popoli che accusano i loro sovrani

Barcia apre il capitolo con una scena che colpisce immediatamente il lettore: i popoli oppressi che, nel giorno del giudizio, si rivolgono a Dio per denunciare le ingiustizie subite dai loro governanti. Per rendere la scena ancora più drammatica, cita Santa Brigida, che nelle sue Revelationes, molto lette nel Seicento, racconta di aver udito una moltitudine immensa gridare dalla terra: “Ho udito dalla terra la voce di innumerevoli migliaia che gridavano” (Lib. 8, Revel., c. 16). È il grido della storia, delle vittime, dei popoli traditi da chi avrebbe dovuto guidarli. Barcia immagina queste voci rivolgersi direttamente a Dio: “Giudica, o Signore, sui nostri Re e sui nostri Principi”. Riprende così un filone teologico che vede il potere come servizio e non come privilegio, e che considera il governante responsabile davanti a Dio del bene comune. E poi, con una concretezza che sorprende per la sua modernità: “Guarda al nostro sangue versato, ai nostri dolori, alle lacrime delle nostre mogli”.
La lista delle sofferenze è impressionante: fame, ferite, schiavitù, incendi, violenze, disonori. Barcia non spiritualizza nulla. Il male dei governanti produce danni reali, corporali, storici: “Guarda alla nostra fame e al nostro disonore, alle ferite, alle schiavitù, agli incendi delle case, alle violenze e allo spogliamento delle giovani e delle donne”.
E ciò che rende tutto più tragico è l’indifferenza dei potenti: “Perché non si curano di quante migliaia muoiano, purché possano dilatare la loro superbia”. Queste parole, scritte nel 1711, sembrano rivolte ai grandi scandali del nostro tempo: sistemi di potere che sacrificano i più deboli, élite che proteggono sé stesse mentre il popolo soffre, responsabilità diffuse che nessuno vuole assumere.

    Diego Velázquez, Cristo crocifisso (1632 ) - Museo del Prado, Madrid

  • David e le settantamila vittime: quando il peccato del re diventa tragedia del popolo

Per spiegare come il peccato di un solo uomo possa ricadere su molti, Barcia ricorre a un episodio biblico che lascia senza fiato: il censimento voluto da David. Il re, cedendo alla vanità, decide di contare il suo popolo per compiacersi della propria grandezza. Il castigo divino è terribile: una peste che uccide settantamila persone. Barcia cita il testo con crudezza: “Dal popolo morirono settantamila uomini”. A questo punto, Barcia cita San Gregorio Magno che pone la domanda che ogni lettore si farebbe: “David stesso confessa: Sono io che ho peccato. Se è lui il colpevole, perché muore il popolo? (Lib. 25, Moral., c. 14).
La risposta arriva dall’Abulense (Alfonso Tostado de Madrigal, circa 1400–1455), uno dei più autorevoli commentatori biblici della tradizione ispanica. La sua spiegazione è raffinata ma intuitiva: il re e il popolo formano un unico corpo. La grandezza del sovrano consiste nel possesso dei suoi sudditi; la loro perdita è dunque castigo del principe, non ingiustizia verso il popolo. L’Abulense sintetizza così: “Che i sudditi muoiano è castigo del Principe”. David, dunque, non è solo colpevole del suo peccato personale, ma anche delle conseguenze che esso ha generato: la morte dei sudditi, il dolore delle famiglie, la rovina sociale che ne deriva. Barcia invita il lettore a immaginare David costretto a contemplare non solo i cadaveri dei soldati, ma “la solitudine, l’abbandono, la povertà, le afflizioni e i dolori” delle loro famiglie. È una lezione morale che attraversa i secoli: il peccato di chi governa non resta mai confinato nella sua persona.

Gustave Doré, La peste di David (illustrazione per la Bibbia, XIX sec.).

  • Quando il popolo diventa causa di rovina per i suoi governanti
Barcia poi sorprende il lettore ribaltando la prospettiva: non solo i governanti possono trascinare nella rovina i sudditi, ma anche i sudditi possono essere causa di castigo per i loro superiori. È un punto teologicamente decisivo, che rompe la logica moderna della responsabilità unidirezionale. San Gregorio afferma: “Le azioni dei governanti sono disposte secondo la qualità dei sudditi”. E aggiunge: “L’imperizia dei pastori corrisponde ai meriti dei sudditi”. Il lettore scopre così un’idea sorprendente: il popolo non è solo vittima, ma anche responsabile. Il peccato collettivo può privare la comunità dei suoi migliori governanti. L’esempio biblico di Othoniel lo mostra con chiarezza. Othoniel era un giudice giusto, che aveva garantito pace e prosperità a Israele per quarant’anni. Ma quando il popolo peccò, Dio lo tolse loro: “Othoniel morì”. E subito dopo: “Il Signore rafforzò contro di loro Eglon, re di Moab”. Origene spiega: “Poiché ormai erano indegni di avere un tale Principe, perciò fu tolto loro”. Il lettore comprende così che la responsabilità morale è circolare: il male dei superiori ricade sui sudditi, ma il male dei sudditi ricade sui superiori. È una visione comunitaria, ecclesiale, profondamente post tridentina. 

  • Il lamento delle Repubbliche: quando muore il giusto

Questa sezione è tra le più intense e teologicamente ricche. Barcia descrive il lamento delle città quando muore un buon principe, un buon vescovo, un buon giudice: “Oh Signore, è morto il padre dei poveri, la consolazione degli orfani, il soccorso delle vedove, il rimedio universale della Patria!” Il lettore, anche senza conoscere il contesto, percepisce la forza emotiva di queste parole. È un lamento che attraversa la storia europea: Bossuet, Segneri, Quevedo, Dante hanno tutti pianto la morte dei giusti come ferita inferta all’ordine del mondo. Ma Barcia aggiunge una nota teologica che sorprende: “Iddio ce lo tolse in castigo delle nostre colpe. I nostri eccessi furono l’origine dei danni che seguirono e seguiranno”. La morte del giusto non è solo una perdita, ma un giudizio. È un segno che la comunità non era degna di lui. E Barcia denuncia l’incapacità del popolo di riconoscere la propria responsabilità, di cambiare vita, di comprendere che il male non è mai senza conseguenze. Il capitolo si chiude con le parole che riassumono tutto: “Il grido sale a me dalla terra”. Il male grida. Le vittime gridano. La storia grida. E Dio ascolta. 

Giotto, Morte di San Francesco (1295-1299 circa) - Basilica superiore di Assisi.

Leggere oggi il Discorso XXXVIII – Capitolo V dello Svegliarino Cristiano di discorsi dottrinali sopra particolari assunti significa confrontarsi con una teologia morale che non teme di guardare in faccia la storia. Barcia non parla di peccato come di un fatto privato, né di responsabilità come di un concetto astratto. Parla di popoli che gridano, di governanti che rispondono, di famiglie ferite, di comunità che soffrono per colpe che non hanno commesso. Parla di un mondo in cui il male non resta mai confinato nella coscienza individuale, ma si diffonde come un’onda che investe tutto ciò che incontra.

In questo senso, il suo testo è sorprendentemente attuale. Viviamo in un tempo in cui le conseguenze delle scelte dei potenti ricadono sui più fragili; in cui la corruzione non è mai solo un vizio privato, ma una ferita pubblica; in cui la perdita dei giusti nella politica, nella Chiesa e nella società lascia vuoti che diventano rapidamente luoghi di oppressione. Barcia ci ricorda che la storia non è neutrale: registra, conserva, restituisce. E che il grido delle vittime, anche quando sembra soffocato, continua a salire “dalla terra”.

La sua teologia delle conseguenze non è un moralismo cupo, ma un invito alla responsabilità. Ci ricorda che ogni gesto ha un peso, che ogni scelta lascia una traccia, che ogni peccato genera storia. E che la giustizia divina non è vendetta, ma verità portata alla luce: una verità che non cancella il male, ma lo svela, lo misura, lo riscatta attraverso la conversione.

Forse è proprio questo il messaggio più urgente per il nostro tempo: non esiste peccato innocuo, perché non esiste peccato che non tocchi qualcun altro. E non esiste responsabilità che possa essere delegata, perché la storia – come la Scrittura – non conosce spettatori, ma solo protagonisti.

Lo Svegliarino ci invita a svegliarci. A riconoscere che il male non è mai solo “di altri”, e che il bene non è mai solo “per noi”. A comprendere che la giustizia non è un tribunale lontano, ma un cammino che inizia qui, nelle scelte quotidiane, nei rapporti che costruiamo, nelle comunità che abitiamo.
E forse, alla fine, la domanda che Barcia lascia sospesa è la più semplice e la più difficile: quale storia stanno generando le nostre scelte?
 

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