Il card. Zuppi contro don Giussani? Due idee di missione a confronto
Nel Meeting di Rimini 2022 gli ascoltatori più attenti colsero una divergenza profonda: umanesimo orizzontale o annuncio della salvezza? Oggi la questione si ripropone in tutta la sua rilevanza e drammaticità: è in gioco il futuro della Chiesa.
Domenico Condito
| Don Luigi Giussani con alcuni studenti |
Il Meeting di Rimini del 2022 (43ª edizione, “Una passione per l'uomo”) è stato, per molti osservatori, un laboratorio privilegiato per comprendere la direzione culturale e pastorale di una parte significativa della Chiesa italiana. In quell’occasione, il cardinale Matteo Zuppi – allora già figura centrale nel panorama ecclesiale – propose una visione della missione cristiana fortemente incentrata sulla “passione per l’uomo”, sulla “concretezza della vita”, sulla vicinanza e sull’ascolto. Parole che, prese in sé, non scandalizzano. Ma che, nel modo in cui furono pronunciate, lasciavano intravedere un rischio: quello di un cristianesimo che parla molto dell’uomo e sempre meno di Dio.
Una missione ridotta a umanesimo?
Nel suo intervento, Zuppi invitava a diffidare del “cristianesimo astratto”, contrapponendogli una Chiesa immersa nella vita quotidiana, attenta ai bisogni, alle fragilità, alle ferite. Tuttavia, in quella lunga riflessione non comparivano parole decisive della fede cattolica: peccato, Croce, sacrificio, salvezza, vita eterna. E soprattutto, la categoria del giudizio veniva presentata come qualcosa da “riscrivere”.
Questa posizione non nasce nel vuoto. Il cardinale Zuppi rappresenta infatti un orientamento che affonda le sue radici in un lungo processo culturale ed ecclesiale, avviato ancora prima del Concilio Vaticano II, in cui la dimensione soprannaturale della fede è stata progressivamente oscurata a favore di una lettura sempre più orizzontale del cristianesimo. È la traiettoria di un cattolicesimo che, nel tentativo di dialogare con il mondo moderno, ha finito spesso per adottarne le categorie, sostituendo la logica della redenzione con quella dell’inclusione, la chiamata alla conversione con la celebrazione della fragilità, la prospettiva del giudizio con quella dell’accoglienza incondizionata. In questo quadro, la missione della Chiesa viene reinterpretata come un servizio all’umanità nella sua immanenza, più che come un annuncio della vita eterna e della necessità della grazia. L’intervento di Zuppi al Meeting di Rimini 2022 non è dunque un episodio isolato, ma l’espressione coerente di una deriva teologica che tende a dissolvere la verticalità del cristianesimo nella pura orizzontalità sociale.
Dal Meeting di Rimini del 2022, citato solo come esempio emblematico e recente di questa prospettiva, il processo si è ulteriormente consolidato, con una forte accelerazione, negli ultimi anni del pontificato di Papa Francesco. La domanda, allora, non è polemica ma doverosa: siamo ancora nel solco del cattolicesimo o siamo scivolati in una filantropia mondana?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica non lascia margini di ambiguità:
La Chiesa è lo “strumento della redenzione di tutti, il sacramento universale della salvezza”.
Ne consegue che la Chiesa non è un’agenzia sociale, non è un centro di ascolto, non è un laboratorio di buone intenzioni. È il Corpo di Cristo che opera la salvezza dell’uomo. Pertanto, l’amore della Chiesa per l’umanità non è fine a sé stesso: è ordinato alla redenzione, alla conversione, alla vita eterna.
San Paolo lo proclama con una chiarezza che nessun aggiornamento pastorale può oscurare:
“In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati… per ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,7-10).
Viviamo un tempo in cui le parole si moltiplicano mentre la sostanza si assottiglia. Le Scritture ci insegnano che la loquacità è stata la forma primordiale dell’inganno, e lo è ancora oggi. Si parla molto di accoglienza, di inclusione, di prossimità, ma sempre meno di conversione, di grazia, di santità. È un linguaggio che incontra il favore di molti settori della Chiesa e della società del nostro tempo, ma proprio per questo occorre vigilare: le parole possono rubare l’anima quando svuotano la fede del suo contenuto soprannaturale.
Il card. Zuppi e l’episodio di don Giussani
A sostegno della sua impostazione, il card. Zuppi ha ricordato un episodio narrato da don Luigi Giussani: un missionario che si addentra da solo nella foresta “rischiando la pelle per uno (uno!), per andare a trovare uno che prima non aveva mai conosciuto e che magari non avrebbe mai più visto nella vita, per portargli una parola e per segnare un gesto d’amicizia”. Giussani commentava: “Il cristianesimo nasce proprio come amore all’uomo”.
Tuttavia, la citazione decontestualizzata fornita da Zuppi ha favorito un equivoco. Quell’uomo ricordato da Giussani non era un operatore sociale, ma un missionario che aveva fatto della predicazione e della diffusione del Vangelo lo scopo della sua vita. Il gesto da lui compiuto non era un atto di filantropia, ma un atto di evangelizzazione. In altre parole, il missionario non rischiava la vita per un generico amore all’uomo, ma per annunciare Cristo, per salvare un’anima, per compiere la missione affidatagli dal Signore. Lo ricorda lo stesso Giussani alla fine della nona stazione della sua Via Crucis: “È nel sacrificio che tutto diventa vero, compreso te stesso e la tua stessa vita”.
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| Padre Angelo Biraghi |
Il vero volto della missione: padre Angelo Biraghi
All’epoca, dopo aver ascoltato l’intervento del card. Zuppi, ho svolto una ricerca. Ho scoperto così che il missionario citato da Giussani aveva un nome: padre Angelo Biraghi, missionario del PIME, nato a Concorezzo nel 1925 e morto a Macapà nel 1986. Chi lo ha conosciuto sa bene quanto fosse lontana la sua concezione della missione da quella oggi teorizzata da Zuppi. Padre Biraghi non andava nella foresta per “stare vicino all’uomo”, ma per portare Cristo, per battezzare, per confessare, per annunciare la vita eterna. La sua “passione per l’uomo” era inseparabile dalla passione per la salvezza delle anime. È questa la Chiesa che ha generato santi, martiri, missionari. È questa la Chiesa che ha cambiato il mondo. È questa la Chiesa che oggi rischiamo di perdere.
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| Padre Angelo Biraghi durante la celebrazione della prima S. Messa nella chiesa parrocchiale di Concorezzo. Alla sua sinistra i missionari Padre Mario Limonta e Padre Carnevali. |
Ritrovare la missione: salvare l’uomo, non intrattenerlo
Ricordare oggi l’intervento di Zuppi al Meeting di Rimini 2022 è importante, perché quel discorso segnò uno snodo emblematico nel modo in cui una parte della Chiesa interpreta la propria missione, privilegiando l’orizzontalità umanitaria rispetto alla dimensione soprannaturale. È un caso che permette di vedere con chiarezza come certe categorie – accoglienza, vicinanza, inclusione – possano diventare autosufficienti e scollegate dalla logica della redenzione. È anche un promemoria prezioso per capire dove oggi si concentra davvero la sfida teologica: la fedeltà della Chiesa alla sua identità di sacramento di salvezza.
La Chiesa non può essere ridotta a una struttura di assistenza o a un contenitore di iniziative sociali, perché la sua identità più profonda è quella di Corpo di Cristo, luogo in cui l’uomo incontra la grazia che lo rigenera e lo trasforma. La sua missione non consiste nel semplice miglioramento delle condizioni umane, ma nell’aprire l’umanità alla vita nuova che viene da Dio, orientandola alla comunione con Lui. Quando questa prospettiva soprannaturale si affievolisce, anche l’impegno terreno perde forma e verità: la carità si svuota se non nasce dalla Croce, la responsabilità morale si indebolisce se si smarrisce il senso del giudizio, e un discorso centrato solo sull’uomo finisce per tradire sia Dio sia l’uomo stesso, privandolo della sua vocazione più alta.



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