L’appoggio di Leone XIII al progetto della Conciliazione di Achille Fazzari

Un editoriale dimenticato del Corriere della Sera del 1910 rivela il sostegno personale di Leone XIII al garibaldino calabrese che tentò la prima Conciliazione tra Stato e Chiesa. Fu scritto da Filippo Crispolti, giornalista di rango, capo redattore del Moniteur de Rome e collaboratore personale del Pontefice durante la stagione conciliatorista del'87.  Un documento di straordinario valore storico.
Domenico Condito

Ritratto di Achille Fazzari (1839-1910).
Fotografia di fine Ottocento restaurata e colorata tramite AI.

Il mio precedente articolo (leggi qui ➡️) dedicato ad Achille Fazzari e all’inchiesta di Le Figaro del 6 febbraio 1888 ha mostrato come, già in vita, l’ex garibaldino calabrese fosse percepito in Europa come il protagonista di una possibile riconciliazione tra Stato italiano e Santa Sede. Il quotidiano francese ne aveva colto la statura politica, la lucidità di analisi, la capacità di parlare al Papa e al governo italiano con una franchezza che pochi potevano permettersi. Ma per comprendere fino in fondo la portata di quella stagione conciliatorista, occorre affiancare alla testimonianza francese una fonte italiana di eccezionale rilievo: l’editoriale che il Corriere della Sera dedicò a Fazzari il 22 novembre 1910, due giorni dopo la sua morte. Un documento dimenticato, di straordinario valore storico, di cui avevo già dato notizia nella mia pubblicazione sull’Evangelario della Conciliazione (Vivarium Scyllacense, 2016 – download qui ⬇️), e che ora diffondo integralmente qui con opportune analisi e riflessioni.
Se Le Figaro ci offre lo sguardo esterno di una grande capitale europea sul “caso Fazzari”, il Corriere ci consegna la memoria interna di un testimone diretto, Filippo Crispolti, corrispondente vaticano del quotidiano milanese. Giornalista e scrittore di rilievo, durante la stagione conciliatorista dell'87 era stato redattore capo del Moniteur de Rome, organo personale di Leone XIII, nonché collaboratore stretto dello stesso Pontefice. Il suo editoriale ci illumina su un punto decisivo: Papa Leone XIII non solo conosceva l’azione di Fazzari, ma la sostenne esplicitamente, ordinando al proprio organo di stampa di appoggiarne il programma conciliatorista. In questo secondo articolo, dunque, il fuoco si sposta: non più soltanto Fazzari visto da Parigi, ma Fazzari visto da Roma, e soprattutto alla luce del rapporto privilegiato che lo legò a Leone XIII.

 

Un profilo che si consolida: Fazzari, “apostolo della Conciliazione”

Il quadro biografico di Achille Fazzari, già delineato nel precedente lavoro e ripreso nel testo che accompagna l’editoriale del Corriere, conferma la sua singolare traiettoria. Nato a Stalettì, in Calabria, nel 1839, garibaldino ferito a Montelibretti nella campagna dell’Agro romano, imprenditore, deputato, protagonista anche delle vicende controverse della Banca Romana, Fazzari attraversa l’Italia postunitaria come figura liminare: figlio del Risorgimento e, al tempo stesso, critico delle sue degenerazioni anticlericali. Giovanni Spadolini lo definirà “a suo modo un interprete e un simbolo” (Spadolini, 1975) della crisi dell’Italia crispina; Arturo Carlo Jemolo lo chiamerà “l’apostolo della Conciliazione” (C.A. Jemolo, 1945).
La svolta del 1886, con la candidatura alla Camera nel collegio di Catanzaro e la clamorosa vittoria contro Giosuè Carducci, segna l’irruzione della questione conciliatorista nel dibattito nazionale. Il programma di Fazzari – negoziare direttamente tra Papa e Re la soluzione della Questione Romana, senza restituzioni territoriali ma garantendo alla Santa Sede l’indipendenza necessaria – rompe gli schemi. Carlo Francesco Gabba parlerà di “grande pronunciamento nazionale” (G. Gallina, 1974) a favore della Conciliazione. Da quel momento, il “movimento fazzarista” (E. Soderini, 1932) diventa un fenomeno reale, seguito in Italia, in Francia, in Germania, e osservato con attenzione dallo stesso Leone XIII.
È in questo contesto che l’editoriale del Corriere della Sera del 1910 si inserisce come tassello mancante: non solo conferma la centralità di Fazzari, ma documenta in modo esplicito l’adesione del Papa al suo tentativo.

Papa Leone XIII

L’editoriale del Corriere della Sera (22 novembre 1910): una fonte decisiva

Il testo pubblicato dal Corriere all’indomani della morte di Fazzari è molto più di un necrologio. È un vero e proprio documento storico, scritto da chi visse dall’interno la stagione conciliatorista del 1887 e ne conobbe i retroscena vaticani. L’editoriale porta un titolo eloquente: “Particolari ignorati sull’azione di Fazzari per la Conciliazione. L’adesione di Leone XIII”. Già in questa intestazione è racchiuso il nucleo del messaggio: esistono elementi poco noti, e tra questi spicca il sostegno personale del Papa.
Il testo merita di essere letto integralmente, perché ogni passaggio aggiunge un tassello alla ricostruzione del rapporto tra Fazzari e Leone XIII, e alla comprensione del fallimento – solo temporaneo – del tentativo conciliatorista. Lo ripropongo qui nella sua interezza:

Corriere della Sera, 22 novembre 1910, prima pagina
Particolari ignorati
sull’azione di Fazzari per la Conciliazione
L’ADESIONE DI LEONE XIII

(Dal nostro corrispondente vaticano)

(C.) “A proposito della morte di Achille Fazzari alcuni giornali hanno ricordato la parte che egli ebbe nel movimento di conciliazione, iniziato fra il Vaticano e l’Italia nell’anno 1887. Mi sia permesso di tornare su questo argomento, e coi miei ricordi personali di aggiungere qualche altro dato a quelle pagine poco conosciute della vita dell’ex-garibaldino.
Fu al principio del 1887 Fazzari si portò deputato in un’elezione parziale a Catanzaro, con un programma che propugnava apertamente la conciliazione fra Vaticano e Quirinale; egli riuscì con una fortissima maggioranza. Quest’elezione produsse, naturalmente, vivissima impressione, non solo nelle file cattoliche, ma in Vaticano stesso, giacché era appunto il momento in cui Leone XIII perseguiva anch’egli il suo sogno di riconciliazione coll’Italia.

Una allocuzione papale
Il Moniteur de Rome, organo personale del Papa, del quale ero redattore capo, ebbe l’ordine dal Pontefice di appoggiare il programma di Fazzari e ciò prova, contrariamente a quanto hanno asserito alcuni giornali, come Leone XIII fosse favorevole al neodeputato, sebbene le sue origini politiche potessero renderlo sospetto al mondo cattolico.
In quel periodo Fazzari ebbe parecchi colloqui segreti con personaggi vaticani, e posso assicurare che Leone XIII fondava grandi speranze sul movimento da lui iniziato, che il partito cattolico ed anche una frazione importante del partito liberale, seguivano con benevolenza. Chi volesse consultare le collezioni dei maggiori giornali di allora – la Gazzetta d’Italia, il Popolo Romano, il Fanfulla – potrebbe convincersi delle simpatie suscitate un po’ dappertutto dal programma di conciliazione messo così inaspettatamente sul tappeto dal deputato di Catanzaro. Tale programma ebbe la sua ora di trionfo e fu quasi per riuscire nel 1887, quando Leone XIII, nel Concistoro del 25 maggio, pronunziò la sua famosa allocuzione, nella quale offriva, senza condizioni, la pace all’Italia. All’indomani di questa allocuzione si poté quasi credere che la conciliazione fosse avvenuta e ricordo, infatti, la vignetta di un giornale illustrato di quell’epoca, la quale rappresentava Leone XIII e Umberto I che passeggiavano a braccetto per le strade di Roma. Questa vignetta traduceva esattamente l’impressione prodotta dall’avvenimento.
Io posso oggi rivelare che il documento che ebbe tanta ripercussione era stato scritto interamente da mons. Galimberti, allora funzionante da segretario di Stato, prima della sua partenza per la nunziatura di Vienna.

Il “veto” della Francia
Ma il sogno fu di breve durata. L’ambasciatore di Francia, il conte De Bèhaune, si recò in Vaticano due giorni dopo l’allocuzione pontificia ed a nome del suo Governo oppose un formale veto alla riconciliazione del Papato con l’Italia. Leone XIII dovette subire questa ingiunzione tanto più che il partito intransigente, spaventato dall’iniziativa pontificia, era ricorso a ogni mezzo per farla abortire. Infatti, alcuni giorni dopo usciva una nota dell’Osservatore Romano che sconfessava l’allocuzione. Nello stesso tempo il cardinale Rampolla veniva nominato segretario di Stato e la politica pontificia s’incamminava nuovamente verso l’intransigenza.
Simultaneamente si dava l’avvento al potere di Francesco Crispi, e da allora si determinò un dissidio che divenne ogni giorno più palese e più acuto.
Non per questo si scoraggiò Fazzari, il quale rimase fedele al suo programma nonostante i venti contrari, e quasi un anno e mezzo dopo, in piena lotta religiosa, il 1 gennaio 1889, egli indirizzava due telegrammi, uno al Re e l’altro al Papa, nei quali faceva voto per la riconciliazione fra la Chiesa e lo Stato. Il telegramma al Papa, diretto al card. Rampolla, era concepito in questi termini: «Prego V. E. di presentare al Sommo Pontefice i mei rispettosi auguri per il nuovo anno e di esprimergli la mia profonda convinzione che la grande maggioranza degli italiani aspetta dal Papa un’ultima parola di pace, i cui vantaggi incalcolabili non potrebbero essere ritardati dall’opera nefasta di pochi settari»
Leone XIII fu sensibilissimo a questo atto di ossequio e appena ricevuto il telegramma incaricò il card. Rampolla di trasmettere a Fazzari, con i suoi ringraziamenti la sua benedizione.

Il punto debole
Leone XIII, in fondo, sebbene la politica del Vaticano fosse ormai in lotta aperta con l’Italia e con la Triplice, conservava sempre un attaccamento al sogno che non aveva potuto realizzare e del quale il povero Fazzari rimase per parecchi anni unico e sfortunato sostenitore.
Il punto debole del programma erano le condizioni di pace da suggellare fra il Vaticano e l’Italia. Per Leone XIII, la pace con lo Stato italiano significava restituzione di Roma o almeno di una parte della Città Eterna alla Santa Sede. Fazzari per molto tempo rifiutò di spiegarsi sulle condizioni della riconciliazione, però non era alieno, sul principio, da qualche concessione territoriale. In una intervista col corrispondente della cattolica Germania egli dichiarava, nel 1887, che bisognava restituire al Papa quanto gli occorreva per l’indipendenza del suo potere supremo, e più tardi, in una lettera al Fanfulla, scriveva: «Desidero che il Pontefice benedica l’Italia nella sua integrità unitaria, ma solo dopo aver ottenuto quello che considera come necessario alla sua missione».
Ma queste condizioni erano evidentemente irrealizzabili. Era troppo e troppo poco: troppo per l’Italia, che non ammetteva la concessione di qualsiasi lembo di territorio al Papa, e troppo poco per Leone XIII, che in parecchie circostanze solenni aveva affermato che mai il Papato avrebbe rinunziato al suo diritto su Roma.
L’esempio del Fazzari prova le grandi difficoltà inerenti ad un tentativo di conciliazione. E si può applicare al Vaticano e al Quirinale il famoso motto del cardinale Retz: «Les droits des peuples et les droits des rois ne s’accordent jamais mieux que dans le silence».”

Un’ulteriore conferma della sintonia personale tra Achille Fazzari e Leone XIII giunge da una breve ma significativa notizia pubblicata dal Corriere della Sera il 22‑23 febbraio 1890, all’indomani della morte del cardinale Giuseppe Pecci, fratello del Pontefice. In quell’occasione Fazzari inviò al Papa un dispaccio di condoglianze, accompagnato dall’auspicio che Dio gli concedesse lunga vita “affinché definitivamente appiani la contesa pendente tra il Papato e l’Italia”. La risposta di Leone XIII fu immediata e sorprendentemente calorosa: il Pontefice lo ringraziò “con le più cordiali parole” e aggiunse che le speranze di Fazzari erano anche le sue, dichiarandosi fiducioso che un giorno si sarebbero compiute.
È una testimonianza preziosa, perché mostra che il dialogo tra i due non si limitò alla stagione del 1887, ma proseguì negli anni successivi, mantenendo intatta la fiducia reciproca. E conferma, ancora una volta, che Fazzari non agiva ai margini della storia, ma era riconosciuto dal Papa come interprete autentico di un desiderio di pace che attraversava il Paese.

Basilica di San Pietro in Vaticano di G. Acquaroni. Acquaforte del 1860.

Leone XIII e Fazzari: un’alleanza reale, non un’invenzione agiografica

L’editoriale del Corriere conferma in modo inequivocabile ciò che le fonti già lasciavano intuire e che il primo articolo, basato su Le Figaro, aveva messo in luce: Leone XIII non fu un osservatore distante del movimento fazzarista, ma un alleato convinto. Il passaggio in cui il corrispondente vaticano afferma che il Moniteur de Rome “ebbe l’ordine dal Pontefice di appoggiare il programma di Fazzari” è di una chiarezza disarmante. Non si tratta di una simpatia generica, ma di un mandato diretto: il Papa chiede al proprio organo personale di sostenere pubblicamente il programma di un ex garibaldino, la cui biografia avrebbe potuto suscitare diffidenza nel mondo cattolico.
Questo dato, da solo, basterebbe a smontare le letture che riducono Leone XIII a semplice custode reazionario dell’ordine costituito. Qui vediamo un Papa che, pur restando fedele alla dottrina tradizionale sull’autorità e sulla società, tenta una mossa audace: usare la figura di un garibaldino convertito alla Conciliazione per aprire un varco nel muro di diffidenza reciproca tra Vaticano e Quirinale. Fazzari diventa così il volto politico di un sogno che il Papa coltiva con ostinazione: ricomporre la frattura del 1870 senza rinnegare né l’unità d’Italia né la libertà della Chiesa.
L’editoriale conferma anche la profondità del rapporto personale tra Fazzari e l’ambiente vaticano. I “parecchi colloqui segreti con personaggi vaticani”, le speranze che Leone XIII ripone nel movimento, la benevolenza di una parte del mondo cattolico e di una frazione del partito liberale, disegnano un quadro in cui la Conciliazione non è un’utopia isolata, ma una possibilità reale, sostenuta da settori significativi dell’opinione pubblica e delle élite politiche.

 

Il 25 maggio 1887: l’allocuzione “senza condizioni” e il veto francese

Card. Mariano Rampolla del Tindaro

Uno dei passaggi più importanti dell’editoriale riguarda il Concistoro del 25 maggio 1887, quando Leone XIII pronuncia la famosa allocuzione in cui offre “senza condizioni” la pace all’Italia. Il corrispondente ricorda l’impressione suscitata dall’evento, al punto che un giornale illustrato raffigura il Papa e Umberto I che passeggiano a braccetto per le strade di Roma. È un’immagine simbolica, ma non gratuita: restituisce il clima di attesa, la sensazione diffusa che la Conciliazione fosse davvero a portata di mano.
L’editoriale aggiunge un dettaglio prezioso: il testo dell’allocuzione fu scritto interamente da mons. Galimberti, allora segretario di Stato “funzionante”, prima della sua partenza per Vienna. Questo particolare mostra come, all’interno della Curia, esistesse un gruppo favorevole a una svolta conciliatrice, capace di tradurre in linguaggio ufficiale le intenzioni del Papa. Non si trattò, dunque, di un gesto improvvisato, ma di un atto ponderato, preparato, voluto.
Il sogno, tuttavia, si infrange contro un duplice ostacolo: il veto della Francia e la reazione del partito intransigente. L’ambasciatore francese, conte De Bèhaune, si reca in Vaticano due giorni dopo l’allocuzione e, a nome del proprio governo, oppone un “formale veto” alla riconciliazione tra Papato e Italia. È un passaggio che rivela quanto la Questione Romana fosse, ormai, un nodo europeo: la Francia, potenza cattolica ma anche gelosa del proprio ruolo di protettrice della Santa Sede, non intende lasciare che il Papa si accordi con il Regno d’Italia senza il suo consenso.
Parallelamente, il partito intransigente, spaventato dall’iniziativa pontificia, si mobilita per farla abortire. L’uscita di una nota dell’Osservatore Romano che sconfessa l’allocuzione, la nomina del cardinale Rampolla a segretario di Stato e il ritorno a una linea più rigida segnano la fine di quella breve stagione di apertura. L’avvento al potere di Francesco Crispi, con il suo anticlericalismo militante, completa il quadro: la finestra si richiude, il conflitto si riaccende.
In questo scenario, la figura di Fazzari emerge come quella di un uomo che continua a remare controcorrente. Nonostante il fallimento del 1887, egli non abbandona il suo programma. Il telegramma del 1° gennaio 1889, indirizzato al Re e al Papa, in cui afferma che “la grande maggioranza degli italiani aspetta dal Papa un’ultima parola di pace”, è un atto di fede nella possibilità di una riconciliazione che la politica sembra aver reso impossibile. La risposta di Leone XIII, che incarica Rampolla di trasmettere a Fazzari ringraziamenti e benedizione, mostra che il filo non si è spezzato: il sogno del Papa e quello del garibaldino restano, in qualche modo, intrecciati.

 

Il “punto debole” della Conciliazione: Roma, il territorio, l’indipendenza

La parte finale dell’editoriale affronta con lucidità il nodo che rese impraticabile, in quel momento storico, la Conciliazione: le condizioni della pace. Per Leone XIII, la pace con lo Stato italiano significava la restituzione di Roma o almeno di una parte della città alla Santa Sede. Per Fazzari, la questione era più sfumata: pur evitando a lungo di precisare le condizioni, egli non escludeva, in principio, qualche concessione territoriale, purché fosse garantita l’indipendenza del potere spirituale del Papa.
L’editoriale cita due documenti significativi: un’intervista del 1887 al corrispondente del giornale cattolico Germania, in cui Fazzari afferma che occorre restituire al Papa “quanto gli occorreva per l’indipendenza del suo potere supremo”, e una lettera al Fanfulla in cui scrive: “Desidero che il Pontefice benedica l’Italia nella sua integrità unitaria, ma solo dopo aver ottenuto quello che considera come necessario alla sua missione”. In queste parole si coglie il tentativo di tenere insieme due esigenze: l’unità territoriale dell’Italia e la libertà effettiva del Papato.
L’editorialista del Corriere giudica queste condizioni “evidentemente irrealizzabili”: troppo per l’Italia, che non era disposta a cedere neppure un lembo di territorio; troppo poco per Leone XIII, che non intendeva rinunciare al diritto su Roma. La formula è impietosa, ma realistica. L’esempio di Fazzari, conclude il giornale, mostra le grandi difficoltà inerenti a un tentativo di conciliazione, e il motto del cardinale Retz – “I diritti dei popoli e i diritti dei re non si accordano mai meglio che nel silenzio” – suona come un epitaffio amaro su quella stagione.
E tuttavia, proprio questo “punto debole” illumina la grandezza del tentativo. Fazzari e Leone XIII si muovono su un crinale strettissimo, cercando una soluzione che la storia non è ancora pronta ad accogliere. La loro sconfitta non è sterile: prepara, a distanza di decenni, il terreno su cui matureranno i Patti Lateranensi del 1929, quando la questione territoriale verrà risolta con la creazione dello Stato della Città del Vaticano, e la Conciliazione troverà finalmente una forma giuridica stabile.

 

Continuità e compimento: da Leone XIII a Pio X, dall’allocuzione all’Evangelario

Il legame tra Fazzari e Leone XIII non si esaurisce nella stagione 1886-1889. Come mostrano le ricerche sull’Evangelario della Conciliazione, l’ex garibaldino continuerà a muoversi, negli anni successivi, su un terreno che unisce politica, simbolo e spiritualità. Se con Leone XIII egli condivide il sogno di una Conciliazione ancora legata alla questione territoriale, con Pio X vivrà un’esperienza diversa, ma in continuità ideale: l’incontro del 7 luglio 1908 (D. Condito, 2016; P. Romano-e. Martire, 1934), reso possibile dall’intermediazione dell’abate Ambrogio Amelli (E. Quentin, 1934) e dal fascino esercitato da un antico codice greco bizantino riemerso in Calabria.
In quell’udienza, Fazzari porta al Papa l’Evangelario e, con esso, la memoria di una tradizione cassiodorea che aveva fatto della parola scritta uno strumento di pace tra Oriente e Occidente, tra romanità e cristianesimo. Se l’allocuzione del 25 maggio 1887 rappresenta il momento più alto del tentativo politico di Leone XIII, l’Evangelario della Conciliazione rappresenta il compimento simbolico del cammino personale di Fazzari: dal garibaldino ferito a Montelibretti al mediatore che, attraverso un libro, riapre un dialogo tra due mondi che per decenni si erano guardati con sospetto.
In questo senso, l’editoriale del Corriere della Sera del 1910 e l’articolo di Le Figaro del 1888 si richiamano a vicenda. Il quotidiano francese mostra Fazzari nel pieno della sua battaglia, mentre discute con Crispi, difende la pace religiosa, propone l’alleanza con la Francia e si mette “a disposizione di Leone XIII”. Il Corriere, ventidue anni dopo, ne raccoglie l’eredità, ricordando come il Papa avesse creduto in lui, lo avesse sostenuto, lo avesse benedetto, pur non riuscendo a portare a compimento il sogno condiviso.

Basilica di San Pietro, Roma. Incisione del 1877.

Conclusione: restituire alla storia un dialogo dimenticato

Pubblicare oggi integralmente l’editoriale del Corriere della Sera del 22 novembre 1910 significa restituire alla memoria nazionale una pagina dimenticata, ma decisiva, della storia italiana. Significa mostrare che la Conciliazione non nacque all’improvviso nel 1929, ma fu preceduta da tentativi seri, sofferti, spesso ostacolati da fattori internazionali e da irrigidimenti ideologici. Significa riconoscere che, tra i protagonisti di quei tentativi, vi fu un calabrese, Achille Fazzari, capace di parlare al Papa e al Re, di sfidare Crispi, di farsi interprete di un’Italia che non si riconosceva né nell’anticlericalismo militante né nel clericalismo di difesa.

L’editoriale del Corriere conferma che Leone XIII non fu solo il Papa delle encicliche sociali e della difesa dell’ordine, ma anche il Papa che, per un momento, osò offrire “senza condizioni” la pace all’Italia, e che vide in un ex garibaldino il possibile strumento di questa riconciliazione. Il fatto che il tentativo sia fallito non ne diminuisce la grandezza; al contrario, ne accresce il valore profetico.

Rileggere oggi queste fonti – Le Figaro, il Corriere, il carteggio Amelli-Fazzari, le cronache italiane ed europee – significa sottrarre Achille Fazzari alla caricatura ideologica, restituendolo alla sua verità storica: non santo né criminale, non eroe solitario né avventuriero marginale, ma uomo del suo tempo che seppe vedere, prima di molti altri, che l’Italia non poteva maturare senza una pace tra le due Rome. E significa, insieme, guardare a Leone XIII non solo come a un “custode dell’ordine”, ma come a un Papa che, pur dentro i limiti del proprio contesto, tentò di aprire una strada nuova.

In questo dialogo tra un garibaldino calabrese e un Papa romano, tra un quotidiano francese e il maggiore giornale italiano, tra un antico Evangelario e le cronache politiche di fine Ottocento, si riflette una domanda che non appartiene solo al passato: come si costruisce una convivenza civile quando la storia sembra condannata al conflitto? La vicenda di Achille Fazzari e di Leone XIII non offre risposte facili, ma indica una direzione: la pace non nasce mai dalla resa di uno dei due poli, ma dalla fatica di cercare, anche quando tutto sembra impedirlo, un punto di incontro tra verità, giustizia e memoria

Bibliografia essenziale di questo contributo:
D. Condito, L’Evangelario della Conciliazione: ritrovamento e vicende postunitarie del codice greco-bizantino donato da Achille Fazzari a Pio X, Vivarium Scyllacense, XXVII/1-2, 2016, 9-50.
G. Gallina, Il problema religioso nel Risorgimento e il pensiero di Geremia Bonomelli (con documenti inediti), Roma, Edizioni Università Gregoriana, 1974.
A.C. Jemolo, Una grande delusione. Il tentativo di Conciliazione del 1887, in Nuova Antologia, giugno 1945.
E. Quentin, L’Abate Ambrogio Amelli, in Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologica. Rendiconti, X (1934).
P. Romano-E. Martire, Il garibaldino che portò la profezia della conciliazione. Carteggio Amelli-Fazzari, in Rassegna romana, VI (1934).
E. Soderini, Il Pontificato di Leone XIII, vol. II, Milano, 1932.
G. Spadolini, Le due Rome. Chiesa e Stato fra ’800 e ’900, Firenze, 1975.

Per approfondimenti su Achille Fazzari si consiglia il poderoso volume dell’amico Antonio Froio:
Antonio Froio, Fazzari – La famiglia Fazzari di Stalettì: da Nunziato ad Achille, amico fidato di Garibaldi, Castrovillari, Edizioni “il Coscile”, 2018.

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