La Nube della non‑conoscenza fraintesa da Vito Mancuso

L’uso improprio della mistica cristiana medievale nel pensiero del noto autore contemporaneo.
Domenico Condito

Icona di Cristo, l’Angelo del gran consiglio
Nota anche come l’icona dell’Hesychia, il Beato Silenzio: un angelo che raffigura Cristo con i tratti di Sophia, la Santa Sapienza. Essa rimanda al movimento interiore della mente che discende nel cuore, luogo in cui l’uomo incontra Dio nella forma più profonda della preghiera. È lo spazio interiore a cui Cristo stesso invita quando dice: «Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega…»

Accade spesso, nel dibattito spirituale contemporaneo, che testi antichi vengano estratti dal loro contesto e reinterpretati secondo categorie moderne. È un’operazione che può essere feconda, ma solo se si rispettano la lingua, la teologia e l’intenzione originaria degli autori. Quando questo non avviene, il risultato non è un dialogo con la tradizione, ma una sua deformazione. È ciò che accade quando Vito Mancuso cita la Nube della non-conoscenza, capolavoro della mistica cristiana del XIV secolo, e la tradizione che la precede, per sostenere una visione spirituale che nulla ha a che vedere con il testo medievale. 

Così scrive Mancuso in “Io amo” (Garzanti, 2015) e in un brano riproposto nei giorni scorsi sul web:

 «Nella vita di un essere umano l’amore per Dio si manifesta inizialmente come attaccamento alla propria religione con i suoi simboli, le sue dottrine, le sue liturgie, i suoi rappresentanti. […] Quanto più però si procede nella maturità spirituale, tanto più ci si rende conto di come la divinità si trovi ben di là degli insegnamenti e dei riti veicolati dalla propria religione e da ogni altra religione istituita. Si entra allora in una condizione che i mistici descrivono come “tenebre, nube oscura, notte, nulla, vuoto, nube della non conoscenza”, a indicare quel superamento dell’intelletto e di ogni altra facoltà umana che è l’esito a cui approda la vita spirituale autentica, intesa non come adesione a dottrine ma come ricerca della verità e del bene».

Questa interpretazione, per quanto suggestiva, è radicalmente infedele alla Nube e alla tradizione da cui essa nasce. Per comprenderlo, occorre tornare alle fonti. Leggendo la Nube della non-conoscenza emerge fin da subito che si tratta di un testo profondamente radicato nella tradizione istituzionale della Chiesa. L’autore non è un mistico isolato, né un ribelle spirituale. È un contemplativo che respira la liturgia, la sacramentalità, la dottrina, la lectio divina, la vita monastica.
Le sue fonti sono inequivocabili:

  • Dionigi lo Pseudo-Areopagita, da cui deriva il titolo stesso dell’opera e il concetto di caligo ignorantiae;
  • Gregorio di Nissa, con la sua teologia della nube sul Sinai;
  • Cassiano, padre del monachesimo occidentale;
  • Agostino e Gregorio Magno, colonne della teologia occidentale;
  • Ugo e Riccardo di San Vittore, maestri della mistica medievale;
  • Bernardo di Chiaravalle e Bonaventura, che fondono affettività e teologia;
  • la scuola mistica renana (Eckhart, Taulero, Suso), che l’autore conosce e apprezza, pur temperandone gli eccessi;
  • Tommaso d’Aquino, definito dall’autore stesso “il dottore per antonomasia”, da cui mutua la dottrina della grazia.

Questa rete di riferimenti mostra che la Nube non nasce come critica alla religione istituzionale, ma come suo frutto più maturo. Si tratta, in realtà, di un testo che appartiene pienamente alla tradizione ecclesiale, teologica e sacramentale del Medioevo. Eppure, Mancuso interpreta la nube come il luogo in cui si abbandonano dottrine, riti e istituzioni per accedere a una spiritualità “pura”. Ma l’autore medievale non dice nulla di simile. La nube non è ciò che resta quando si lascia la religione, ma ciò che si incontra quando la religione diventa amore puro. In questa prospettiva, la nube è un limite antropologico, non istituzionale, ed esprime la consapevolezza che l’intelletto umano, pur illuminato dalla rivelazione, non può comprendere Dio in sé stesso. È il luogo in cui la fede, nutrita dalla Chiesa, si trasforma in contemplazione. L’autore non suggerisce mai di superare la Chiesa, ma raccomanda di non ridurre Dio ai concetti della Chiesa. È ben diverso.


Mancuso parla di “tenebre, nulla, vuoto”, quasi in senso zen, come dissoluzione delle forme religiose. Al contrario, per l’autore medievale la nube non è il nulla ma la sovrabbondanza. Si tratta di quell’eccesso di luce che non nega l’intelletto, ma stabilisce il suo limite naturale di fronte alla luce troppo intensa del mistero divino. In questo senso, la nube non è un invito a sospendere la ragione, ma a riconoscere che la ragione, pur vera e necessaria, non può contenere Dio. L’intelletto non viene annullato, ma viene portato al suo punto di rottura, dove l’amore, e non il sentimento generico, ma la carità teologale, prende il sopravvento.

Inoltre, secondo Mancuso, la nube sarebbe il luogo in cui si abbandonano le dottrine per una ricerca della verità non più mediata da alcuna forma religiosa. Ma l’autore della Nube non invita mai a lasciare la dottrina. Invita, invece, a non fermarsi ad essa come a un possesso intellettuale. Solo così la dottrina, che non è negata, può essere interiorizzata e vissuta. Così facendo il contemplativo non rifiuta ciò che la Chiesa insegna, ma lo assume come trampolino verso l’incontro personale con Dio. La nube non è il luogo in cui si lascia la verità, ma in cui la verità, già accolta nella fede, diventa esperienza amorosa, il vertice della religione. Ne consegue che il testo medievale è cristiano fino al midollo, dove Dio viene presentato come Tu personale, non un principio impersonale. E l’amore che attraversa la nube diventa un atto teologale, reso possibile dalla grazia in una dimensione fortemente cristologica. La nube, infatti, è la forma contemplativa della fede in Cristo, non un’esperienza spirituale generica. Il contemplativo della Nube non cerca un “divino” anonimo: cerca il Dio vivente della rivelazione cristiana. La nube non è un’esperienza universale e neutra, ma un’esperienza cristiana, radicata nella Trinità.

La lettura di Mancuso presenta un’ulteriore contraddizione quando usa il linguaggio dei mistici cristiani per negare ciò che essi presuppongono. Invoca la nube per dissolvere ciò che la nube stessa custodisce, e pretende di fondarsi sulla tradizione per giustificare un progetto che la tradizione non riconoscerebbe come proprio. Al contrario di quanto sembra sostenere Mancuso, la nube non è il luogo in cui si abbandonano la fede e la religione, ma quello in diventano amore puro, e non per lasciare la Chiesa, ma per entrare nel suo cuore più silenzioso

Pertanto, è davvero fuorviante definire La Nube della non-conoscenza un manifesto spirituale per anime post-religiose. È piuttosto un trattato di mistica cristiana, radicato nella Scrittura, nella liturgia, nella dottrina, nella tradizione monastica e scolastica. Soprattutto non è il rifiuto della mediazione ecclesiale, l’abbandono delle fede tradizionale, ma il loro compimento nell’amore contemplativo.

Concludo con un brano estratto proprio dalla Nube della non-conoscenza, nel punto in cui l’allievo si rivolge al maestro spirituale interrogandolo sul dilemma della scelta fra realtà opposte. La risposta, intensamente cristologica, indica che la regola suprema è la libertà di Cristo, non l’inclinazione naturale. Credo che questo testo, da solo, rappresenti la migliore confutazione delle asserzioni di Mancuso, e lo riporto qui di seguito:

“Riguardo alla seconda domanda, ossia alla richiesta di consigli in questo caso e in altri che si presentassero, io scongiuro Gesù onnipotente, chiamato a ragione l'Angelo del gran consiglio, perché, nella sua misericordia, sia lui tuo consigliere e tuo consolatore in tutte le afflizioni e in ogni tua necessità. Mi guidi con la sua sapienza, perché possa ripagare la fiducia del tuo cuore con i miei ammaestramenti, per quanto semplici siano. Tu mi hai preferito a tanti altri, ignorante e misero quale sono, incapace di insegnare a te e a qualunque altra persona, per la pochezza della grazia e l'insufficienza del sapere. Pur essendo così ignorante, devo tuttavia affermare, in risposta al tuo desiderio, che nonostante la mia poca dottrina confido in Dio, perché la sua grazia abbia a essere maestra e guida là dove i lumi naturali o la scienza vengono meno. Sai bene anche tu che, presi nel loro insieme o considerati singolarmente, il silenzio o il parlare, il rigido digiuno o il normale nutrimento, la solitudine e la compagnia, non possono in quanto tali rappresentare il vero fine dei nostri desideri”.

L’autore anonimo della Nube della non-conoscenza, come tutti i padri e i mistici che lo hanno ispirato, era certamente un buon maestro: radicato nella Chiesa, fedele alla dottrina, umile davanti al mistero, e sempre orientato a Cristo. La domanda che rimane è semplice e inevitabile: chi legge oggi la Nube attraverso le categorie di Vito Mancuso trova davvero lo stesso maestro?
 


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