Le domande che aprono alla verità, oltre l’apologia del dubbio di Vito Mancuso

Il caso emblematico di Oscar Wilde che si convertì al cattolicesimo. La tradizione cristiana insegna che le vere domande nascono dall’incontro con Cristo, non dall’autosufficienza del pensiero.
Domenico Condito

Antonello da Messina, Salvator Mundi (1465-1475) circa National Gallery, Londra.

Negli ultimi giorni Vito Mancuso ha pubblicato un post in cui, citando Oscar Wilde, afferma che «a porre le vere domande ci vuole un genio» e che le domande, più delle risposte, metterebbero in cammino ciascuno verso «la propria strada». È un’idea perfettamente in linea con la sensibilità contemporanea che vede nel dubbio un valore assoluto e nella moltiplicazione delle domande una forma di emancipazione individuale. Ma proprio perché Mancuso fonda la sua riflessione su Wilde, vale la pena ricordare che la parabola esistenziale dello scrittore irlandese non conferma affatto questa lettura. Anzi, la smentisce radicalmente. Wilde non è il campione del dubbio infinito né dell’autosufficienza intellettuale che si compiace delle proprie domande: la sua vita mostra esattamente il contrario. Dopo aver attraversato l’estetismo, il paradosso, la brillantezza ironica e la dissoluzione morale, egli approdò alla Chiesa cattolica, riconoscendo che la domanda decisiva non nasce dal genio umano, ma dalla grazia, non dall’autonomia, ma dall’incontro con Cristo. Omettere questo esito finale significa presentare un Wilde dimezzato, funzionale a un discorso che non gli appartiene.

Per questo è necessario tornare a interrogarsi sul senso autentico delle domande nella tradizione cristiana. Perché non tutte le domande sono uguali, e non tutte conducono alla verità. Alcune aprono e liberano, altre chiudono e confondono, alcune nascono dall’umiltà e altre dall’orgoglio. E soprattutto: alcune vengono dall’uomo, altre vengono da Dio.
Viviamo in un tempo in cui il dubbio è stato elevato a criterio assoluto, quasi fosse l’unica forma legittima di intelligenza. L’apologia del dubbio, imposto dogmaticamente come criterio universale, insieme alla relativizzazione di ogni certezza e di ogni forma di conoscenza, ha prodotto una civiltà fragile, disorientata, incapace di riconoscere ciò che la fonda. Il dissolvimento dei riferimenti identitari – politici, culturali, religiosi – e lo smarrimento del senso di comunità hanno aperto la strada a forme di individualismo sempre più brutali. Non si tratta solo di impoverimento culturale o spirituale, ma anche di impoverimento umano.

In questo clima di incertezza permanente, le paure e le ansie si moltiplicano. Crescono insicurezze, si diffondono teorie complottistiche, si aderisce con sorprendente facilità a deliri collettivi che un tempo sarebbero stati riconosciuti come tali. Abbiamo inquinato i pozzi, e continuiamo ad avvelenarli, ritrovandoci poi stupiti davanti a una società sempre più esposta a forme di dispotismo, soprattutto economico e finanziario, proprio perché priva di una struttura etica e culturale capace di sostenerla.
Le conseguenze non si fermano alla dimensione sociale. Anche la vita individuale ne risente profondamente. In psichiatria, ad esempio, aumentano i disturbi ossessivo compulsivi, che si manifestano con dubbi continui, manie, gelosie, insicurezze che arrivano a logorare e talvolta distruggere relazioni affettive e familiari; e quante persone ossessionate dal bisogno di riconoscimento pubblico interpretano il successo altrui come un affronto personale, alimentandosi di veleno fino a morirne. Il micro e il macro si rispecchiano: una società frammentata genera individui frammentati, e individui frammentati alimentano una società sempre più conflittuale.

In questo contesto si parla spesso del valore delle domande. Si dice che le domande aprono la mente, che mettono in cammino, che liberano. Ma la tradizione cristiana, da Agostino a Bernardo, da Riccardo di San Vittore fino alla Nube della non conoscenza, non ha mai celebrato le domande per la loro capacità di esaltare l’autonomia dell’individuo o la brillantezza di chi le formula. Le ha sempre considerate preziose per un motivo molto più profondo: perché aprono lo spazio in cui Dio può parlare al cuore dell’uomo. Le domande autentiche non sono quelle che ci riportano a noi stessi, ma quelle che ci aprono a un Altro.

Albrecht Dürer, Melencolia I (1514), Staatliche Kunsthalle, Karlsruhe.
L’angelo pensoso, circondato da strumenti inutilizzati, è l’immagine stessa dell’intelletto ripiegato su sé stesso che non trova la verità.

La svolta di Oscar Wilde

Un caso particolarmente significativo illumina in modo sorprendente la differenza tra le domande che nascono dall’autosufficienza dell’io e quelle che conducono alla verità. È la vicenda spirituale di Oscar Wilde. L’immaginario collettivo continua a ricordarlo come l’emblema dell’ironia brillante, dell’estetismo anticonformista, dell’intelligenza che si compiace delle proprie domande più che delle risposte. Eppure, negli ultimi anni della sua vita, Wilde percorse un cammino interiore che lo portò a riconoscere che la sua ricerca non poteva compiersi senza un approdo alla verità cristiana.
Fu lui stesso a confessare che una parte delle sue deviazioni morali derivava dal fatto che, da giovane, gli era stato impedito di diventare cattolico. In un’intervista al Daily Chronicle dichiarò: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto» (The Daily Chronicle, 3 dicembre 1900; The North-Western Chronicle, 8 dicembre 1900). Non sono parole di circostanza: sono la confessione di un uomo che, dopo aver esplorato tutte le possibilità dell’intelligenza e dell’estetismo, riconosce che la domanda decisiva non è quella che l’uomo rivolge a sé stesso, ma quella che lo apre a Dio.

Papa Leone XIII

Durante un soggiorno a Roma, Wilde ebbe un incontro che segnò profondamente la sua vita spirituale: vide Papa Leone XIII. Raccontò di essersi trovato in prima fila tra i pellegrini, e di aver ricevuto la benedizione del Pontefice mentre veniva portato sulla sedia gestatoria. La descrizione che ne lasciò è di una intensità quasi mistica: «Non era né carne né sangue, ma un’anima candida vestita di bianco, un artista ed un santo. Non ho mai visto nulla di simile alla straordinaria grazia dei suoi modi». E ancora: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza». Wilde arrivò perfino ad attribuire a Leone XIII la guarigione da una grave dermatite: «Il Vicario di Cristo ha fatto tutto», disse (Rupert Hart-Davis, ed., The complete letters of Oscar Wilde, London: Hart-Davis, 1962).

Non si tratta di aneddoti pittoreschi, ma di un itinerario spirituale che culminò nel battesimo e nell’estrema unzione ricevuti poco prima della morte, mentre tra le mani stringeva un Rosario. L’uomo che per tutta la vita aveva giocato con i paradossi, che aveva fatto dell’intelligenza un’arma e dell’ironia una difesa, alla fine riconobbe che la domanda più vera non nasce dal genio, ma dall’umiltà; non dalla brillantezza, ma dalla grazia. Wilde non cercava più la “propria strada”: cercava la verità, e la trovò nella Chiesa. La sua vicenda mostra con chiarezza che le domande che nascono dall’io possono essere affascinanti, ma non salvano. Le domande che salvano sono quelle che aprono alla rivelazione, quelle che permettono a Dio di parlare, quelle che conducono a riconoscere Cristo come la risposta che l’uomo non può darsi da solo. 

Oscar Wilde in Piazza San Pietro davanti al Palazzo Apostolico ad aprile del 1900.

Le domande che vengono da Dio

Nella Scrittura, infatti, le domande decisive non sono quelle che l’uomo rivolge a sé stesso, ma quelle che nascono quando l’uomo si lascia interrogare da Dio. «Dove sei?», «Chi cerchi?», «Mi ami tu?». Sono domande che non celebrano l’autosufficienza, ma rivelano la verità della relazione. Non spingono a trovare “la propria strada”, ma a riconoscere la strada che conduce a Lui. È in questo orizzonte che la domanda diventa sapienza: non quando è brillante, ma quando è docile; non quando è originale, ma quando è vera.


La madre di tutte le domande

C’è però una domanda che sovrasta tutte le altre, la madre di tutte le domande, quella che decide tutto. È la domanda che Cristo stesso rivolge ai suoi discepoli nella regione di Cesarea di Filippo. Prima chiede: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». E le risposte sono molteplici, confuse, contraddittorie: Giovanni il Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. È il rumore del mondo, la pluralità delle opinioni, la frammentazione delle interpretazioni.
Poi Gesù si rivolge direttamente ai suoi: «Ma voi, chi dite che io sia?». E qui non c’è più pluralità, non c’è più incertezza, non c’è più relativismo. Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». È una risposta unica, irriducibile, non negoziabile. E Gesù gli dice: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
Questo episodio è decisivo perché mostra che la conoscenza di Cristo non nasce dalla cultura del mondo, né dall’intelligenza naturale, né dall’abilità dialettica, né dal dubbio metodico. Non è un prodotto della mente, ma un dono della grazia. È rivelazione, e come tale può essere accolta solo nella Chiesa, che custodisce la fede apostolica e rende possibile lo sguardo della fede. Senza questo criterio superiore, non esistono verità ma solo opinioni, e quando tutto diventa opinione, tutto diventa fragile. È il regno del relativismo, dove ogni voce pretende di essere vera e nessuna lo è davvero. Ma questo non è cristianesimo.

Il vero cristianesimo lo ritroviamo nella domanda di Tommaso: «Signore, come possiamo conoscere la via?». E nella risposta di Cristo: «Io sono la Via, la Verità e la Vita». Non una via tra le tante, non una verità tra le molte, non una vita tra le possibili, ma la Via, la Verità, la Vita.
In un tempo che celebra il dubbio come virtù assoluta e l’individualismo come destino, vale forse la pena ricordare che per i mistici la domanda più alta non è: «Qual è la mia strada?», ma: «Signore, dove vuoi che io vada?». È questa la domanda che apre alla verità, è questa la domanda che salva.
 

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