L'ossequio cattolico a Sarah Mullally, nuovo arcivescovo di Canterbury, mostra l’ecumenismo che rinuncia alla verità

Mentre il mondo cattolico applaude la nuova primate anglicana, si dimentica che l’anglicanesimo nega la Presenza Reale e sottomette i suoi vescovi al potere civile. Un dialogo così rischia di smarrire Cristo prima ancora che l’unità.
Domenico Condito

Sarah Mullally, la nuova arcivescova di Canterbury

L’insediamento di Sarah Mullally a nuovo Primate della Chiesa d’Inghilterra e arcivescovo di Canterbury offre l’occasione per tornare su un nodo teologico che da cinque secoli segna la frattura più profonda tra cattolicesimo e Riforma: la Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Non si tratta di un dettaglio dottrinale, ma del cuore stesso della fede cristiana così come la Chiesa l’ha custodita fin dalle origini.
Per la Chiesa cattolica, infatti, le parole di Cristo – «Sarò con voi sino alla fine dei tempi» – trovano compimento nella transustanziazione: il pane e il vino diventano realmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Signore. Le comunità riformate, invece, hanno abbandonato questa fede, riducendo l’Eucaristia a simbolo o memoriale. È una divergenza che non può essere minimizzata, perché tocca la natura stessa del culto cristiano: l’altare come sacrificio o come tavola, la Messa come presenza o come ricordo.


Un’eredità interrotta

 La Riforma ha privato generazioni di credenti di questo dono incommensurabile. È una responsabilità storica che pesa ancora oggi, perché riguarda non solo la teologia, ma la vita spirituale concreta di milioni di fedeli. L’Eucaristia non è un’idea: è un incontro reale. E dove questo incontro non è possibile, qualcosa di essenziale viene meno.
Per questo, di fronte alla nomina del nuovo primate anglicano, il mondo cattolico potrebbe cogliere l’occasione per un dialogo più franco e più coraggioso. Non per rivendicare, ma per invitare. Non per contrapporsi, ma per ricordare che la pienezza del dono eucaristico è custodita nella Chiesa Cattolica, e che Cristo continua ad attendere coloro che, pur cercandolo sinceramente, non possono incontrarlo nella sua presenza sacramentale.

Papa Benedetto XVI

Il nodo dell’autorità: tra ossequio cattolico e sottomissione anglicana al potere civile

C’è però un altro elemento, spesso ignorato nel dibattito ecumenico, che merita attenzione. Mentre dal mondo cattolico ci si rivolge con grande ossequio a Sarah Mullally, è necessario ricordare che il primate anglicano non è scelto dalla comunità ecclesiale, ma dal Primo Ministro britannico. E, una volta designato, deve sottomettersi formalmente al potere civile.
È ciò che è accaduto anche ieri: Mullally, la vescova che nell’ottobre scorso ha ricevuto l’incarico di guidare la Chiesa d’Inghilterra e la Comunione anglicana – incarico che ha già provocato tensioni e scismi interni – ha compiuto il rito previsto dal cerimoniale. Inginocchiata davanti al sovrano, ha prestato fedeltà e obbedienza al re, riconoscendo la supremazia della Corona anche nelle questioni spirituali.
Il giuramento pronunciato il 4 febbraio 2026 a Buckingham Palace è inequivocabile:

«Dichiaro con la presente che Vostra Maestà è l’unico governatore supremo di questo vostro regno nelle cose spirituali ed ecclesiastiche così come in quelle temporali e che nessun prelato o potente straniero ha alcuna giurisdizione all’interno di questo regno e riconosco di ritenere il suddetto vescovado, così come le sue spiritualità e temporalità, solo di Vostra Maestà e per le stesse temporalità rendo il mio omaggio a Vostra Maestà».

Per una sensibilità cattolica, questo non è un dettaglio cerimoniale. È la conferma di una concezione dell’autorità ecclesiale radicalmente diversa: nell’anglicanesimo, il potere spirituale è subordinato a quello civile. Nel cattolicesimo, invece, il vescovo riceve la sua missione dalla Chiesa, non dallo Stato, e il primato petrino è indipendente da ogni potere politico.
Ignorare questa distanza strutturale significa costruire un ecumenismo che non tiene conto della realtà. E significa, soprattutto, rischiare di confondere i fedeli cattolici, che vedono tributare onori ecclesiali a figure che, per dottrina e per struttura istituzionale, incarnano una visione della Chiesa incompatibile con quella cattolica.


Un ecumenismo che rischia di smarrire il centro

 Negli ultimi decenni, l’ecumenismo ha spesso imboccato la strada dell’attenuazione delle differenze, della diplomazia teologica, di un rispetto che talvolta sfiora l’auto-censura. Il risultato è un dialogo che non riporta “a casa” nessuno e che, anzi, rischia di indebolire la coscienza cattolica della verità.
Le controversie teologiche tra cattolici e riformati non sono state capricci accademici: sono state battaglie per la fedeltà al Vangelo. Metterle tra parentesi significa impoverire la memoria ecclesiale e indebolire la propria identità.


La chiarezza come forma di carità

Il vero ecumenismo non consiste nel tacere ciò che divide, ma nel mostrare ciò che unisce e ciò che manca. Non consiste nel confermare gli altri nelle loro posizioni, ma nell’offrire con rispetto e fermezza ciò che la Chiesa ha ricevuto da Cristo. La verità non si impone, ma non si nasconde. E l’Eucaristia è la verità fatta carne che continua a farsi dono.
La nomina di Sarah Mullally potrebbe essere l’occasione per un ecumenismo più adulto, capace di guardare con franchezza alle divergenze e di proporre, senza timori, la pienezza della fede cattolica. Perché se Cristo è realmente presente nell’Eucaristia, allora il suo invito rimane aperto: tornare alla casa dove Lui è, e dove attende da troppo tempo.
 

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