La salvezza non nasce dall’io: perché la tesi di Vito Mancuso nega il cristianesimo alla radice
Contro l’idea di una redenzione interiore e autogenerata, la Tradizione cattolica custodisce la verità della Croce: Cristo salva realmente l’uomo dal peccato e dalla morte, non dalla semplice immaturità dell’ego.
Domenico Condito
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| La discesa agli inferi o Anastasis (1315-1321), chiesa di San Salvatore in Chora a Istanbul. L’Anastasis rappresenta la risurrezione e la discesa agli inferi di Gesù che ha vinto la morte. |
Queste affermazioni, pur presentate con un linguaggio spirituale, appartengono a un paradigma religioso completamente diverso da quello cristiano. In esse la salvezza non appare più come un dono che viene dall’alto, come un’iniziativa libera e preveniente di Dio che raggiunge l’uomo nella sua fragilità, ma come un processo che nasce e si sviluppa all’interno dell’individuo, quasi fosse il frutto di una maturazione interiore. L’opera decisiva non è più quella di Dio che interviene nella storia, ma quella dell’uomo che lavora su sé stesso. La redenzione non è più l’atto con cui Cristo libera l’umanità dal peccato e dalla morte, ma diventa un percorso di autoemancipazione morale, un itinerario di crescita personale che ciascuno dovrebbe compiere con le proprie forze. In questa sorta di psicologismo etico, ciò che nel cristianesimo è grazia si trasforma in conquista, ciò che è incontro diventa introspezione, ciò che è salvezza si riduce a un esercizio di consapevolezza. L’uomo non è più colui che viene raggiunto e trasformato da Dio, ma colui che, attraverso un lavoro su di sé, riesce a elevarsi fino a una sorta di armonia superiore. È un linguaggio che può sembrare spirituale, ma che in realtà sposta il baricentro della fede: non più Dio che salva, ma l’uomo che si salva da sé. In altre parole, non è più Cristo che redime, ma è l’io che si riorganizza. In questa prospettiva, viene tolta alla Croce ogni valore redentivo, e la Croce viene ridotta a simbolo di un processo interiore. È proprio questo slittamento, discreto nella forma ma radicale nella sostanza, che allontana la proposta di Mancuso dalla Tradizione cristiana.
La domanda da cui Mancuso parte è legittima: da che cosa dobbiamo essere salvati? Ma la risposta che offre è estranea alla fede apostolica. La Tradizione della Chiesa ha sempre insegnato che la salvezza riguarda il peccato, la morte, la schiavitù spirituale, la perdita della comunione con Dio. Non si tratta di realtà psicologiche o simboliche, ma di condizioni reali che l’uomo non può superare da solo. Il peccato non è un semplice disordine morale, ma una profonda ferita dell’essere che ci ha allontanato da Dio e ha portato la morte nel mondo. E così la morte non è un passaggio naturale, ma il nemico che Cristo ha vinto per tutti noi: è Lui la “primizia di coloro che sono morti” (1 Corinzi 15,20), il primo a vincere la morte, conquistando la futura risurrezione per tutti i credenti. In questa visione, il male non è un’ombra dell’ego, ma una potenza reale che Cristo è venuto a vincere. Dire che la salvezza è solo da noi stessi significa negare tutto questo e sostituire al Vangelo una filosofia dell’autoperfezionamento.
È significativo che Mancuso invochi i Padri della Chiesa per sostenere la sua tesi. Ma i Padri non hanno mai inteso la theosis come un processo di auto-divinizzazione. Atanasio afferma che il Verbo si è fatto carne per offrirsi in sacrificio e restaurare ciò che era caduto. Ireneo parla della ricapitolazione come dell’atto mediante il quale Cristo assume la nostra natura per guarirla dall’interno. Agostino ribadisce che la grazia è un dono preveniente, non un potenziale da sviluppare. Nessuno di loro avrebbe mai affermato che “Io = Dio”, perché la distanza ontologica tra Creatore e creatura rimane infinita, anche nella massima partecipazione alla vita divina. La theosis è un dono sacramentale, ecclesiale, cristologico, non un processo psicologico.
La prospettiva di Mancuso, invece, elimina ogni dimensione oggettiva della salvezza. Non c’è peccato originale, non c’è male esterno, non c’è nemico spirituale, non c’è giustizia divina che ristabilisce l’ordine violato. Tutto si riduce a un disordine interiore, a un caos dell’anima da cui dobbiamo liberarci. Ma se la salvezza è solo un lavoro su di sé, allora Cristo non salva, semplicemente ispira e illumina un processo di crescita interiore offrendo un esempio. E la Croce non è più il sacrificio che riconcilia l’uomo con Dio, ma un simbolo di autenticità. Questa è la dissoluzione del cristianesimo nella sua radice più profonda.
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| Giotto, Crocifisso di Ognissanti (1315 circa), Chiesa di Ognissanti, Firenze. |
La fede cattolica, invece, proclama che Cristo è morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione. Non è un linguaggio metaforico, ma il cuore stesso del Vangelo. Senza la realtà del peccato, la Croce è inutile. Senza la realtà della morte come potere nemico, la Risurrezione è irrilevante. Senza la realtà della grazia come dono, la vita cristiana è impossibile. La salvezza non nasce dall’uomo, ma da Dio; non è un processo interiore, ma un incontro; non è un’autoaffermazione, ma una liberazione. È Dio che scende, non l’uomo che sale.
Il cristianesimo non è la scoperta che “Io = Dio”, ma la rivelazione che Dio si è fatto uomo. Non è l’uscita dall’ego per raggiungere un’Idea del bene, ma l’ingresso del Bene nella storia per salvare l’uomo. Non è un cammino di autoeducazione morale, ma un atto di redenzione. I santi, che sono gli interpreti concreti della Tradizione, in linea con il Magistero della Chiesa, non hanno mai parlato di auto-divinizzazione, ma di grazia, di misericordia, di conversione, di sacrificio, di comunione. Hanno amato la Croce perché sapevano che lì si compie ciò che nessun uomo può compiere da sé: la vittoria sul peccato e sulla morte.
Per questo la posizione di Mancuso non è solo teologicamente errata, ma spiritualmente pericolosa. Illude l’uomo di potersi salvare da solo, lo chiude nel cerchio del proprio io, gli toglie la speranza di una redenzione che viene da fuori, da oltre, dall’Alto. È una spiritualità senza Cristo, una salvezza senza Salvatore, una fede senza grazia. E ciò che non salva non può essere chiamato cristianesimo.
La Chiesa, invece, continua a proclamare con umile fermezza che la salvezza è Cristo, e Cristo crocifisso. È Lui che ci libera, non noi stessi. È Lui che ci divinizza, non la nostra interiorità. È Lui che ci salva dal male, non la nostra disciplina morale. È Lui che ci dona la vita eterna, non la nostra maturazione psicologica. In questo sta la bellezza del cristianesimo: non nell’eroismo dell’uomo, ma nella misericordia di Dio.


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