Cristianesimo e universalità del bene: una risposta a Vito Mancuso

Perché la presenza universale del bene non annulla la singolarità cristiana, ma ne rivela il compimento. Dal “Libro dei Morti” alla novità cristiana: perché la psicostasia egizia non annulla, ma illumina la singolarità del Vangelo.
Domenico Condito

  Rogier van der Weyden, Polittico del Giudizio universale (1443-1451). 
Hôtel-Dieu, Beaune, Francia

Negli ultimi anni Vito Mancuso ha più volte proposto letture della tradizione cristiana tese a relativizzarne l’originalità, sostenendo che il messaggio evangelico non sarebbe altro che una delle molte espressioni universali del bene presenti nella storia umana. In un recente intervento, egli cita un passo del Libro dei Morti dell’antico Egitto — un testo funerario risalente a oltre un millennio prima di Cristo — in cui il defunto dichiara di aver dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo. Mancuso interpreta questa somiglianza con le parole di Gesù come prova che il cristianesimo non possieda alcuna singolarità, ma si inserisca semplicemente in una lunga tradizione etica comune all’umanità.

Scrive Mancuso: “Si legge nel Libro dei Morti dell’antico Egitto, composto millecinquecento anni prima di Cristo: «Ho soddisfatto Dio con ciò che ama. Ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva». Queste parole rimandano a ciò che la religione egizia denominava psicostasia o pesatura dell’anima, ovvero al momento in cui, subito dopo la morte, l’anima si ritroverà al cospetto del dio Osiride e, prima di essere pesata sulla bilancia (dove agisce come contrappeso la piuma di Maat, dea della giustizia), pronuncerà le parole sopra ricordate per attestare la sua fedeltà alla logica del bene. A parte il riferimento alla barca, la somiglianza con le parole di Gesù è stupefacente”.

Scena della “pesatura del cuore” dal Libro dei Morti di Hunefer (XIX dinastia, ca. 1275 a.C.),
oggi conservato al British Museum di Londra.

Molti lettori, non conoscendo né il contesto del testo egizio né la struttura dell’argomentazione di Mancuso, potrebbero essere indotti a pensare che tale parallelismo metta realmente in discussione l’unicità del cristianesimo. È dunque utile chiarire i termini della questione: cosa dice davvero quel passo egizio? Cosa afferma Mancuso? E soprattutto: cosa definisce la singolarità cristiana?

Che in ogni cultura esistano intuizioni morali profonde non è una scoperta che sorprende un cristiano. Al contrario, appartiene alla struttura stessa della fede. San Paolo riconosce che anche i pagani, pur non conoscendo la Legge rivelata, possono compiere ciò che la Legge comanda, perché la legge morale è inscritta nel cuore di ogni uomo. La tradizione cristiana ha sempre parlato di legge naturale e di semina Verbi, i semi del Logos disseminati nelle culture.

Il passo egizio citato da Mancuso, con la sua attenzione al povero, all’affamato, all’assetato, non mette in crisi la fede cristiana, non contraddice affatto il cristianesimo, ma lo conferma. Infatti, riconoscere questa universalità non significa negare la singolarità cristiana. Significa, semmai, predisporre il terreno per comprenderla. 

 

La confusione decisiva: universalità del bene non significa irrilevanza di Cristo. 

Il ragionamento di Mancuso procede così: se gli Egizi conoscevano il valore delle opere buone, allora il messaggio di Gesù non è unico; e se non è unico, il cristianesimo non ha alcuna singolarità. Ma questo passaggio logico è ingannevole, perché confonde due piani distinti.
La singolarità cristiana non consiste nel dire “fate il bene”. Questo lo hanno detto tutti i popoli, in forme diverse, da sempre. La singolarità cristiana consiste nel fatto che Gesù non si limita a proporre un’etica, ma annuncia se stesso come via, verità e vita. Non offre soltanto un insegnamento, ma un incontro. Non indica un cammino, ma si presenta come il cammino. Nessun testo egizio, nessun maestro antico, nessun profeta ha mai pronunciato parole simili.
Inoltre, la concezione egizia della salvezza è fondata sulla pesatura delle opere: l’anima viene giudicata in base al proprio merito. Il cristianesimo, invece, afferma che la salvezza è dono gratuito, grazia immeritata, iniziativa di Dio verso l’uomo. Non è l’uomo che si giustifica davanti a Dio; è Dio che giustifica l’uomo. La distanza tra i due sistemi non è quantitativa, ma qualitativa.
Infine, il cristianesimo non nasce da un principio morale, ma da un evento storico: Dio si è fatto uomo, è morto ed è risorto. Questa affermazione non ha paralleli in nessuna religione antica. Non è un’etica, è una rivelazione. 

Piero della Francesca, Resurrezione (1458-1474) - Museo Civico, Sansepolcro.
 

Il nodo irrisolto: un pensiero che vive di contrapposizione

C’è però un ulteriore elemento che merita di essere esplicitato. Da anni, Mancuso porta avanti un tentativo sistematico di erodere il depositum fidei della Chiesa cattolica, non tanto attraverso un’elaborazione teologica autonoma, quanto attraverso una costante dialettica di contrapposizione. La sua produzione intellettuale sembra brillare non di luce propria, ma di luce riflessa: esiste nella misura in cui si oppone a ciò che la Chiesa insegna. È legittimo domandarsi se esisterebbe un “pensiero di Mancuso” senza il cattolicesimo come bersaglio polemico. La sua opera appare spesso come una reazione, non come una proposta; come un tentativo di demolizione, non come una costruzione. E un pensiero che vive solo in opposizione non è mai veramente libero.
Questa dinamica spiega anche la riduzione del cristianesimo a pura etica: è più facile contestare una caricatura che confrontarsi con la complessità viva della tradizione.

L’operazione compiuta da Mancuso è chiara: egli sottrae al cristianesimo tutto ciò che lo costituisce — la rivelazione, la cristologia, la grazia, la dimensione sacramentale — e conserva soltanto la dimensione morale. Una volta compiuta questa amputazione, è ovvio che il cristianesimo appaia simile ad altre religioni. Ma ciò che viene confrontato non è più il cristianesimo, bensì una sua versione ridotta, moralistica, spogliata della sua identità.
È come prendere una sinfonia, eliminare l’orchestra, lasciare solo la linea melodica e poi dichiarare che non è diversa da una filastrocca. Il problema non è la sinfonia: è la mutilazione.

San Michele Arcangelo pesa le anime.
Particolare del Polittico del Giudizio universale (1443-1451) di Rogier van der Weyden.


La vera universalità cristiana: non uniformità, ma compimento 

Quando si parla di universalità del bene, molti immaginano una sorta di grande calderone etico in cui tutte le religioni direbbero, in fondo, la stessa cosa. È un’idea rassicurante, perché elimina le differenze e appiattisce la storia spirituale dell’umanità su un’unica linea continua. Ma il cristianesimo non si colloca in questa prospettiva: non nega affatto che l’uomo, in ogni tempo e luogo, abbia percepito la voce del bene; anzi, lo considera un segno della presenza di Dio nella coscienza umana. Tuttavia, afferma che questa voce trova in Cristo non una semplice conferma, ma il suo compimento. Non un’eco, ma un approdo. Non una ripetizione, ma una rivelazione.

Per capire la differenza, basta osservare come le religioni antiche, compresa quella egizia, concepivano la salvezza. L’etica egizia, come molte altre, si fonda su un principio di misura: fai il bene, accumula opere buone, e alla fine della vita sarai pesato. Se il piatto delle tue azioni sarà più leggero della piuma della giustizia, sarai salvo. È una logica rigorosa, quasi matematica, che rispecchia l’idea di un cosmo ordinato ma impersonale, dove la divinità giudica secondo equilibrio e proporzione.

Cristo, invece, introduce una logica completamente diversa. Non dice: “Fai il bene per essere salvato”. Dice: “Sei amato, e da questo amore nasce il bene”. La differenza è radicale. Da una parte c’è una religione della misura, dall’altra una religione della grazia. Da una parte c’è l’uomo che tenta di salire verso Dio con le proprie forze, dall’altra c’è Dio che scende verso l’uomo per incontrarlo. Da una parte c’è la paura di non essere all’altezza, dall’altra c’è la gioia di essere accolti.

E questa differenza non è un dettaglio: è il cuore del cristianesimo. Perché se la salvezza dipendesse dalle opere, allora Cristo sarebbe superfluo. Sarebbe un maestro morale tra altri, un predicatore più efficace, un esempio più luminoso. Ma non sarebbe il Figlio che rivela il Padre, né il Salvatore che dona la vita. Il cristianesimo non nasce per aggiungere un’altra pagina al grande libro dell’etica umana, ma per annunciare qualcosa che l’uomo non avrebbe mai potuto immaginare: che Dio non attende di essere raggiunto, ma prende l’iniziativa; che la salvezza non è un premio, ma un dono; che il bene non è la condizione per essere amati, ma la conseguenza dell’essere amati.

Ecco perché la presenza del bene nelle religioni antiche non mette in crisi il cristianesimo, ma lo prepara. L’universalità del bene è il terreno dove fiorisce Cristo. E se le intuizioni morali dei popoli sono la domanda, Cristo ne è la risposta, il compimento. In questo senso, la vera universalità del cristianesimo non consiste nel confondersi con tutto, ma nel poter parlare a tutti. Non perché ripeta ciò che già esiste, ma perché porta ciò che nessuno aveva mai portato: la rivelazione di un Dio che ama per primo.

Il passo egizio citato da Mancuso non smentisce la singolarità cristiana: la conferma. Mostra che l’uomo, anche senza rivelazione, può intuire il bene. Ma mostra anche che l’uomo, da solo, resta prigioniero della logica del merito, della pesatura, della giustificazione attraverso le opere. Il cristianesimo non nasce per ripetere ciò che l’uomo già sapeva, ma per annunciare ciò che l’uomo non avrebbe mai potuto immaginare: che Dio si fa vicino, che si dona, che salva gratuitamente.
La vera universalità del cristianesimo non consiste nel confondersi con tutto, ma nel poter parlare a tutti perché porta ciò che nessuno aveva mai portato.

Alla fine, più che mettere in crisi il cristianesimo, Mancuso finisce per rivelare la propria dipendenza da esso, perché il suo pensiero non avanza, reagisce. Senza la Chiesa da contestare, resterebbe un silenzio davvero imbarazzante.

Mancuso scrive, infine, che “vi sono uomini di Chiesa che hanno paura di testi come questi perché sentono minacciata ciò che essi definiscono «singolarità» del cristianesimo. Io penso che la loro paura sia fondata”. In realtà, quando Mancuso parla di “uomini di Chiesa che hanno paura”, rivela più di quanto creda. La paura, infatti, non abita nelle aule teologiche, ma nelle sue categorie: è il timore, tutto suo, che la singolarità cristiana possa davvero esistere, e che la sua costruzione teorica, fondata sulla contrapposizione sistematica, perda consistenza. Gli uomini di Chiesa non temono affatto il Libro dei Morti; temono semmai le letture superficiali. E soprattutto non hanno bisogno di inventarsi avversari per legittimare il proprio pensiero. Chi parla continuamente della “paura degli altri” spesso sta solo mascherando la propria.


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