Dall’Annunciazione alla Gloria: custodire il volto soprannaturale di Maria

Nel giorno del “fiat” che apre la storia della salvezza, una riflessione sulla necessità di preservare la regalità della Madre di Dio da ogni banalizzazione pastorale e culturale.
Domenico Condito

L'Annunciazione in un Libro delle Ore di scuola francese della fine del Quattrocento.
La miniatura è stata realizzata da Georges Trubert. - Moulins, Médiathèque communautaire, MS 89 f. 21r.

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la Solennità dell’Annunciazione, siamo ricondotti al mistero originario in cui la storia della salvezza si è piegata verso l’umanità. In quel “fiat” pronunciato da Maria, la grazia divina ha trovato una porta spalancata, e la creatura più umile è stata elevata alla dignità più alta che una persona umana possa ricevere: diventare Madre di Dio.
L’Annunciazione non è solo il ricordo di un evento passato; è la rivelazione della gloria già presente in Maria, una gloria che si compirà pienamente nell’Assunzione e nella sua incoronazione celeste. Contemplare oggi quel momento significa riconoscere che la sua umiltà non è mai disgiunta dalla sua esaltazione, e che la sua vicinanza alla nostra condizione non può essere separata dalla sua attuale realtà di Regina del Cielo e della Terra.

È proprio alla luce di questo mistero che riaffiora il disagio provato quando Papa Francesco definì la Madonna come “sorella… con i sandali logori… e con tanta stanchezza”. Non si trattò, almeno per me, di un semplice scarto linguistico o di una metafora pastorale un po’ ardita. Quelle parole sembrarono toccare un punto sensibile della fede cattolica: la percezione della realtà attuale di Maria, non come figura del passato, ma come presenza viva nella Comunione dei Santi.
La verità di fede che la Chiesa custodisce e proclama da secoli è limpida: Maria è Regina del Cielo e della Terra, assunta nella gloria, incoronata dalla Santissima Trinità, posta al cospetto degli angeli e dei santi come Madre del Verbo incarnato e icona perfetta della Chiesa glorificata. Questa è la sua condizione reale, ontologica, non un ornamento poetico né un privilegio simbolico. È ciò che professiamo nel Credo quando affermiamo la comunione dei santi e la vita eterna.

In un’epoca segnata da confusione dottrinale, da un diffuso appiattimento orizzontale della dimensione mistica della Chiesa e da una crescente allergia verso il soprannaturale, il rischio non è affatto quello di “divinizzare” Maria – come spesso si teme in ambienti protestanti e neomodernisti – ma piuttosto l’opposto: un progressivo declassamento, una normalizzazione che sfocia nella banalizzazione.

Diego Velázquez, Incoronazione della Vergine (1635).
Museo del Prado, Madrid. 

Il primato della pastorale e la perdita della verticalità

Il pontificato di Papa Francesco ha posto con forza il primato della pastorale sulla dottrina. È un’intenzione comprensibile, persino nobile nelle sue motivazioni, ma che porta con sé un rischio evidente: quando la pastorale non è radicata nella dottrina, finisce per relativizzarla. E quando la dottrina viene relativizzata, la dimensione soprannaturale della Chiesa si dissolve in una narrazione sociologica, in cui il “popolo in cammino” prende il posto del Corpo Mistico di Cristo.
È in questo contesto che l’immagine della Madonna come “sorella stanca, con i sandali logori” appare problematica. Non perché sia illecito contemplare la vicinanza di Maria alla nostra condizione umana – la tradizione cattolica lo fa da sempre – ma perché tale immagine, isolata dal suo compimento glorioso, rischia di ridurre Maria a una figura meramente terrena, quasi una compagna di viaggio tra le tante, più che la Madre glorificata che intercede per noi presso il trono dell’Agnello.
Questa prospettiva piace molto ai modernisti e ai protestanti, non a caso. Non sorprende che nello stesso periodo il pastore valdese Paolo Ricca sia stato invitato a predicare gli esercizi spirituali ai benedettini di Camaldoli: un gesto che, pur animato da intenzioni ecumeniche, ha dato l’impressione di gettare alle ortiche secoli di legittime controversie teologiche con le chiese riformate, come se la storia non avesse più nulla da insegnare e le differenze dottrinali fossero solo incomprensioni del passato.


Il nodo ecumenico e la questione ortodossa

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto il rapporto con il mondo protestante. La vera difficoltà – e forse la più delicata – è spiegare questa nuova impostazione ai fratelli ortodossi. Per loro, Maria è Theotokos, Madre di Dio, icona vivente della Chiesa trasfigurata, ponte tra cielo e terra. Una figura così radicalmente “normalizzata” come quella che emerge da certe espressioni pastorali occidentali risulta semplicemente incomprensibile, se non addirittura sospetta.
L’Oriente cristiano non teme di proclamare la gloria di Maria; anzi, la considera parte integrante della fede nel mistero dell’Incarnazione. Per questo, ogni tentativo di ridurre la Madre di Dio a un’immagine puramente sociologica o psicologica appare come un impoverimento della fede stessa.


Ritrovare la misura cattolica 

Non si tratta di opporre pastorale e dottrina, né di negare la legittimità di un linguaggio che renda Maria vicina ai fedeli. Si tratta piuttosto di recuperare la misura cattolica, che è sempre stata capace di tenere insieme la tenerezza e la gloria, la vicinanza e la trascendenza, la maternità e la regalità.
Maria è nostra Madre, sì, ma è anche Regina. È umile serva, ma anche trono della Sapienza. È donna del quotidiano, ma anche “terribile come schiere a vessilli spiegati”. È sorella nella fede, ma solo perché prima è Madre del Signore.Ridurre uno di questi poli significa tradire la verità dell’altro. 


Custodire la gloria per custodire la fede

In un tempo in cui la Chiesa sembra talvolta smarrire la propria verticalità, ricordare la gloria di Maria non è un esercizio estetico né un nostalgico ritorno al passato. È un atto di fedeltà alla rivelazione e un servizio alla fede del popolo di Dio. Perché se Maria viene banalizzata, tutto il cristianesimo si appiattisce. Se Maria perde la sua gloria, la Chiesa perde la sua identità. E se la Madre non è più riconosciuta nella sua verità, anche il Figlio rischia di essere percepito come un semplice maestro morale, non come il Signore risorto che siede alla destra del Padre. Custodire la regalità di Maria significa custodire la verità della Chiesa. E questo, oggi più che mai, è un compito che non possiamo delegare né eludere.


Commenti