Achille Fazzari e Leone XIII: lo sguardo del quotidiano francese “Le Figaro” sulla Conciliazione e l'Italia postunitaria
Nel 1888 il giornale francese consacra l’ex-garibaldino Achille Fazzari come protagonista della Conciliazione, mentre il governo di Francesco Crispi combatteva una feroce campagna anticlericale. La sintonia tra Fazzari e Leone XIII.
Domenico Condito
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| Ritratto di Papa Leone XIII |
Ci sono figure che la storia ufficiale lascia ai margini, pur avendo inciso profondamente nei processi che hanno modellato l’identità italiana. Achille Fazzari appartiene a questa categoria di protagonisti dimenticati: garibaldino, imprenditore, deputato, polemista, visionario, ma soprattutto instancabile sostenitore della Conciliazione tra Stato e Chiesa in un’Italia ancora lacerata dalla questione romana. La sua vicenda, che attraversa l’intero arco dell’Italia postunitaria, si intreccia sorprendentemente con un codice greco‑bizantino dell’XI secolo, un evangelario riemerso in Calabria nel 1908 e da lui donato a Pio X. Quel manoscritto, che ho identificato nella Biblioteca Apostolica Vaticana con il Vat. gr. 2330, è diventato per me l’Evangelario della Conciliazione, simbolo di un incontro inatteso tra un Papa e un garibaldino ferito a Montelibretti, tra la tradizione cassiodorea e la modernità politica, tra la Calabria e Roma.
Il mio studio pubblicato sul Vivarium Scyllacense ha ricostruito le vicende del codice e il ruolo che esso ebbe nella stagione conciliatorista di inizio Novecento. Ma per comprendere davvero la portata internazionale di quell’episodio, riportato nelle cronache dei maggiori quotidiani italiani e stranieri, occorre tornare indietro di vent’anni, al 1886‑1888, quando Fazzari, contro ogni previsione, inaugurò la prima grande campagna politica per la Conciliazione. È in questo contesto che si colloca l’articolo di Le Figaro del 6 febbraio 1888, una fonte preziosa e dimenticata, che pubblico integralmente in questo breve saggio per restituire voce alle testimonianze del tempo e per ricomporre un quadro storico che merita di essere sottratto all’oblio. Un contributo che propongo come integrazione allo studio pubblicato sulla rivista dell'Istituto di studi su Cassiodoro e sul Medioevo in Calabria: Domenico Condito, L’Evangelario della Conciliazione: ritrovamento e vicende postunitarie del codice greco-bizantino donato da Achille Fazzari a Pio X, Vivarium Scyllacense, XXVII/1-2, 2016, 9-50 (download articolo⬇️).
1. La Calabria come luogo di conciliazione: l’eredità cassiodorea
Per comprendere la figura di Fazzari occorre partire dalla sua terra: Stalettì, al centro della costa ionica che guarda al golfo di Squillace, in Calabria. La Calabria non è solo lo scenario geografico della sua vita, ma la matrice culturale che ne ha plasmato la visione politica. Qui, nel VI secolo, proprio nel comprensorio dell'antica Squillace, Cassiodoro fondò il Monastero di Vivarium, un laboratorio di sintesi tra romanità e cristianesimo, tra cultura classica e fede, tra Oriente e Occidente. A Vivarium non fiorì un semplice monastero, ma un progetto politico e spirituale: un luogo in cui la parola scritta diventava strumento di pace, in cui la trasmissione dei testi sacri e profani era parte di un disegno di ricomposizione civile.
È in questa tradizione che si inserisce l’Evangeliario ritrovato da Fazzari. Non è un caso che egli stesso, nella lettera al priore di Montecassino, l’abate Ambrogio Amelli, del 31 marzo 1908, scrivesse di credere che il codice appartenesse a Cassiodoro. Non era un’ipotesi filologicamente fondata, ma un’intuizione simbolica potentissima: quel manoscritto, riemerso “nel fondo della Calabria”, sembrava portare con sé l’eco di una storia antica di conciliazione, di dialogo, di mediazione. E quando Fazzari lo offrì a Pio X, quel gesto assunse il valore di un ponte tra due mondi che per decenni si erano guardati con sospetto.
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| Achille Fazzari |
La figura di Fazzari è stata spesso deformata da narrazioni ideologiche opposte. La retorica risorgimentale ne ha esaltato il profilo romantico e rivoluzionario; il revisionismo neoborbonico lo ha trasformato in un criminale. È tempo di superare entrambi i cliché e restituirlo alla sua verità storica. Come ho scritto altrove, Fazzari non fu né un santo né un delinquente, ma un uomo del suo tempo, con luci e ombre, che seppe però interpretare con straordinaria lucidità una delle questioni più delicate dell’Italia postunitaria. Giovanni Spadolini lo definì “un personaggio emblematico del suo tempo”, “a suo modo un interprete e un simbolo”. Arturo Carlo Jemolo lo chiamò “l’apostolo della Conciliazione”. Entrambi colsero un tratto essenziale: Fazzari fu il primo a comprendere che la frattura tra Stato e Chiesa non giovava a nessuno, che la persecuzione anticattolica non rappresentava il sentimento profondo del Paese, che la pacificazione era l’unica via per consolidare l’unità nazionale.
3. La Questione Romana come conflitto culturale e religioso
La Questione Romana non fu solo un problema territoriale. Fu, prima di tutto, un conflitto culturale e religioso con una forte connotazione anticattolica. Le radici affondano nel tentativo, antico e moderno, di separare la romanità dal cristianesimo, di costruire una Roma senza il Papa o una Chiesa senza Roma. Dal protestantesimo al modernismo, dall’umanesimo all’illuminismo, fino all’ideologia risorgimentale, si sviluppò un duplice processo di “deromanizzazione del cristianesimo” e di “decristianizzazione della romanità” (Roberto de Mattei).
Il Risorgimento, soprattutto nella sua componente più radicale, fece della lotta al Papato un obiettivo politico e culturale. Le leggi eversive, la soppressione degli ordini religiosi, l’espropriazione dei beni ecclesiastici, l’espulsione di oltre cento vescovi, la persecuzione di sacerdoti e religiose, la negazione dei diritti civili ai cattolici: tutto ciò non fu un incidente di percorso, ma parte di un progetto che mirava a ridurre la Chiesa alla sfera privata. Fazzari comprese che questa contrapposizione non apparteneva al cuore del Paese. La sua campagna conciliatorista fu una risposta politica e culturale a un conflitto che stava logorando l’Italia.
4. Il 1886: la candidatura che cambiò il dibattito nazionale
Il 20 aprile 1886 il Corriere della Sera annunciò la candidatura di Fazzari nel collegio di Catanzaro. Il suo programma era semplice e rivoluzionario: negoziare direttamente tra Papa e Re la soluzione della Questione Romana, senza restituzioni territoriali, ma garantendo alla Santa Sede l’indipendenza necessaria per la sua missione. Alla sua candidatura fu opposta quella di Giosuè Carducci. Il risultato fu clamoroso: 10.000 voti contro 200.
Carlo Francesco Gabba definì quell’esito “il grande pronunciamento nazionale” a favore della Conciliazione. Da quel momento si parlò di “movimento fazzarista”, un fenomeno che ebbe eco in Italia, in Francia e in Germania, e che ottenne il sostegno dello stesso Leone XIII. Il Papa, come ricorda il Corriere della Sera del 22 novembre 1910, ordinò al Moniteur de Rome di appoggiare il programma di Fazzari.
5. Il 1887: l’anno dell’esplosione conciliatorista
Il 1887 fu l’anno in cui la Conciliazione sembrò davvero possibile. Leone XIII, nel Concistoro del 25 maggio, pronunciò un’allocuzione in cui offriva “senza condizioni” la pace all’Italia. Per un momento si credette che la frattura fosse sul punto di ricomporsi. Ma la Francia pose il veto. Il cardinale Rampolla riportò la politica vaticana su posizioni più intransigenti. Crispi, salito al potere, irrigidì ulteriormente il conflitto. Eppure Fazzari non si arrese. Continuò a scrivere, a parlare, a mobilitare l’opinione pubblica. Il suo telegramma del 1° gennaio 1889 al Papa, in cui affermava che “la grande maggioranza degli italiani aspetta dal Papa un’ultima parola di pace”, fu accolto da Leone XIII con gratitudine e benedizione. La risposta del Pontefice arrivo tramite il card. Rampolla, e fu pubblicata il giorno dopo sul Corriere della Sera, in prima pagina, con i commenti del Fanfulla e dell'Osservatore Romano. In particolare, così scriveva l'Osservatore Romano: «Forse non ha torto il Fanfulla quando taccia di utopista il Fazzari, tanto più ove si rifletta che egli augura la riconciliazione mentre impera Crispi e la guerra anticlericale è più feroce che mai. Ma, utopia o no, è sempre da ammirarsi questo ex-garibaldino che, deposti i pregiudizi offuscanti le menti degli antichi compagni d'armi, ha il coraggio di navigare contro corrente, di augurare la pace fra la Chiesa e l'Italia, di parlare di pochi settari, quando appunto questi pochi hanno in mano il paese.»
6. Il 1888: lo scontro con Crispi e l’articolo di Le Figaro
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| Francesco Crispi |
È in questo clima che si colloca l’articolo del quotidiano Le Figaro del 6 febbraio 1888. Il giornalista francese racconta il ritorno di Fazzari a Roma dopo otto mesi in Calabria, il suo incontro con Crispi, la radicale opposizione del Presidente del Consiglio alla Conciliazione, la determinazione di Fazzari a proseguire la sua campagna, la sua convinzione che l’Italia dovesse orientarsi verso la pace religiosa e verso l’alleanza con la Francia.
L’articolo è una testimonianza straordinaria della rilevanza internazionale del movimento fazzarista. Qui lo si pubblica integralmente, come documento storico e come voce viva di un’epoca.
7. LE FIGARO – 6 febbraio 1888
Ecco il testo integrale, tradotto dal francese, dell'articolo pubblicato dal giornale francese:
«Dopo un soggiorno di otto mesi in Calabria, il signor Fazzari è tornato a Roma, e ieri ho avuto con lui una lunga conversazione nella quale mi ha esposto il piano della campagna che intende intraprendere per riconciliare, in Italia, lo Stato e la Chiesa.
Appena arrivato a Roma, domenica scorsa, il signor Fazzari è andato a trovare il signor Crispi e ha discusso con il presidente del Consiglio le grandi linee della politica italiana, insistendo in particolare sulla questione romana e sulla questione religiosa.
Il signor Crispi si è mostrato refrattario a qualsiasi idea di avvicinamento e di riconciliazione: è apparso molto irritato contro il Papa e contro il cardinale Rampolla e, nel corso della conversazione, è tornato più volte sulla personalità del segretario di Stato di Leone XIII. Basandosi sui rapporti della sua polizia segreta in Vaticano — una polizia che gli costa quattrocentomila franchi l’anno — il signor Crispi ha voluto dimostrare al signor Fazzari che i consiglieri del Papa cospiravano contro la Consulta e contro l’unità italiana.
Il signor Fazzari ha chiesto a Crispi la prova di tali accuse, ma il presidente del Consiglio è rimasto sul vago e non ha potuto mostrargli alcun documento preciso.
Il signor Crispi afferma, del resto, di essere fermamente deciso a portare fino in fondo la guerra contro il Vaticano. Ha confessato che, in recenti colloqui con due ambasciatori stranieri, aveva detto loro: “Se il vostro governo intende patrocinare la Santa Sede, allora si prenda il Papa. Prendetelo voi.”
Il signor Fazzari ha sostenuto la tesi opposta. Secondo lui, l’interesse dell’Italia è fare la pace con il Vaticano e orientare la propria politica internazionale in senso chiaramente pacifico. Solo così si potrà consolidare l’unità interna e assicurare lo sviluppo economico.
Concludendo il colloquio, il signor Fazzari ha dichiarato al signor Crispi che veniva a Roma per accordarsi con il Papa e con il segretario di Stato sulla campagna da seguire in vista delle prossime elezioni e della realizzazione del suo programma conciliatore.
Ieri, mercoledì, il signor Fazzari è stato alla Camera per parlare con diversi suoi amici. Si è intrattenuto in particolare con i signori Nicotera, Ruspoli e Menotti Garibaldi. Con sua grande sorpresa, ha visto il signor Crispi avvicinarsi a lui e abbracciarlo affettuosamente davanti a quei deputati.
Interrogato da me sul suo piano di campagna, il signor Fazzari mi ha risposto:
“La politica italiana dipende interamente dal Papa: spetta a lui dettare le condizioni di un’intesa. Sono quindi deciso a mettermi a disposizione di Leone XIII. Non ho alcuna ambizione personale, sono indipendente da tutti i partiti e non ho secondi fini politici: lo dirò apertamente e farò la campagna con l’unico scopo di dare all’Italia una base pacifica.
Credo — e l’ho già detto — che gli attuali uomini politici, i ministri al potere e la Camera liberale non rappresentino né gli interessi né le aspirazioni del popolo italiano: non c’è dunque nulla da fare con l’attuale paese legale, ed è per questo che ho dato le mie dimissioni da deputato.
Ma voglio affrontare le prossime elezioni sul terreno della conciliazione: in ogni collegio il mio programma sarà rappresentato, e non dubito che la prossima Camera conterrà una maggioranza che imporrà al Re un ministero il cui primo compito sarà entrare in negoziati con il Vaticano.”
Ho fatto notare al signor Fazzari che il Papa non era favorevole alla partecipazione dei cattolici alle elezioni, partecipazione che privava il Vaticano della sua arma più seria contro l’Italia ufficiale.
“Il Vaticano — mi ha risposto Fazzari — ha buone intenzioni e un grande senso politico, ma ignora la propria forza e la propria influenza. Il giorno in cui il Vaticano deciderà di agire, rovescerà, con la sola affermazione dei suoi desideri pacifici, tutto l’impalcatura dell’Italia ufficiale.”
Il signor Fazzari si è poi dichiarato convinto sostenitore dell’alleanza italo‑francese.
“Sono prima di tutto — mi ha detto — un finanziere e un economista, e, cifre alla mano, ho potuto constatare che senza la Francia siamo votati alla rovina. Un insuccesso militare della Francia avrebbe ripercussioni anche da noi, poiché la ricchezza nazionale francese determina il mercato finanziario e le condizioni economiche dell’Italia.
La rottura commerciale con la Francia, che i nostri giornali discutono in questo momento senza comprenderne la portata, sarebbe per noi un disastro: le nostre finanze e il nostro credito si determinano a Parigi e non a Berlino.
Il signor Crispi, prigioniero delle sette rivoluzionarie, subisce inoltre le conseguenze del suo viaggio a Friedrichsruhe: non ha più libertà d’azione. Ma una rottura con la Francia provocherebbe la caduta del governo e, poiché è impossibile, nello stato attuale dell’Italia ufficiale, costituire una maggioranza di governo al di fuori del signor Crispi, la dissoluzione seguirà da vicino la prima crisi ministeriale.”
“È in vista di questa dissoluzione che ho affrettato la mia venuta a Roma” ha aggiunto il signor Fazzari.
“Quanto al mio programma, non intendo precisarlo: è questa la mia forza. Voglio la conciliazione; l’Italia la vuole con me; noi crediamo che il Papa la desideri: spetta agli uomini politici intendersi con lui e chiedergli le sue condizioni.”»
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| Basilica di San Pietro, Roma (1854-1855) - Libreria Antiquaria Gonnelli |
8. La rilevanza dell’articolo de “Le Figaro” del 6 febbraio 1888
L’articolo che Le Figaro dedicò ad Achille Fazzari il 6 febbraio 1888 costituisce una testimonianza di eccezionale valore per comprendere la portata nazionale e internazionale della sua campagna conciliatorista. Non si tratta di una semplice cronaca politica, ma di uno sguardo esterno, lucido e sorprendentemente penetrante, che coglie con precisione il significato profondo del confronto tra Fazzari e Crispi in un momento cruciale della storia italiana. Il fatto stesso che uno dei più autorevoli quotidiani europei dell’epoca dedichi un lungo servizio a un ex garibaldino calabrese dimostra che il movimento conciliatorista non era affatto un fenomeno marginale o folkloristico, come talvolta è stato rappresentato, ma un elemento reale del dibattito politico europeo. La Francia, che seguiva con attenzione la Questione Romana e le tensioni tra Stato italiano e Santa Sede, riconosceva in Fazzari un interlocutore credibile, capace di proporre una via alternativa alla rigidità crispina.
Il ritratto che Le Figaro traccia di Francesco Crispi è particolarmente significativo. L’articolo mostra un Presidente del Consiglio dominato da un anticlericalismo viscerale, convinto che il Vaticano fosse un nemico politico e ossessionato dall’idea di complotti orchestrati dai consiglieri del Papa. La sua irritazione contro Leone XIII e contro il cardinale Rampolla, il ricorso a rapporti della polizia segreta, l’affermazione di voler condurre “fino in fondo la guerra contro il Vaticano”, fino alla frase provocatoria rivolta agli ambasciatori stranieri — “Prendetelo voi il Papa” — rivelano una postura ideologica rigida, incompatibile con qualsiasi tentativo di pacificazione. È un ritratto che conferma pienamente la lettura storiografica più avvertita: Crispi non era semplicemente un uomo politico contrario alla Conciliazione, ma il principale ostacolo alla possibilità stessa di un dialogo tra le due Rome.
In netto contrasto, l’articolo restituisce un’immagine di Fazzari sorprendentemente moderna e lucida. L’ex garibaldino appare come un politico capace di leggere la realtà italiana con profondità e realismo, consapevole che la frattura tra Stato e Chiesa stava logorando la coesione nazionale e impediva lo sviluppo economico del Paese. La sua convinzione che “la politica italiana dipende interamente dal Papa” non esprime un cedimento clericale, ma la constatazione che senza il consenso dei cattolici — allora ancora esclusi dalla vita politica — lo Stato unitario non avrebbe mai potuto consolidarsi. La sua insistenza sull’alleanza con la Francia, motivata da considerazioni economiche e finanziarie, rivela una visione internazionale che anticipa temi destinati a diventare centrali nella politica estera italiana del Novecento. Anche la scelta di non precisare rigidamente il proprio programma, presentata come “la sua forza”, mostra una strategia politica raffinata: evitare irrigidimenti, lasciare spazio alla negoziazione, non offrire pretesti ai nemici della Conciliazione, presentarsi come uomo di dialogo e non come ideologo.
Il paradosso che colpì l’opinione pubblica dell’epoca — un garibaldino ferito a Montelibretti che diventa il principale sostenitore della pace con il Papa — emerge con forza dalle pagine del quotidiano francese. Ma questo paradosso, lungi dall’essere una contraddizione, fu la chiave della sua efficacia politica. Proprio perché garibaldino, Fazzari poteva parlare al Papa senza essere sospettato di clericalismo, e poteva parlare allo Stato senza essere accusato di reazione. Era, in un certo senso, l’uomo giusto nel posto giusto, capace di incarnare una sintesi che altri non potevano proporre.
L’articolo del quotidiano Le Figaro conferma così la lettura che la migliore storiografia ha dato di Fazzari: non un personaggio eccentrico o marginale, ma un interprete lucido e coraggioso di un’Italia che cercava faticosamente la propria identità. La sua campagna conciliatorista non fu un episodio isolato, ma l’inizio di un processo che avrebbe trovato compimento solo nel 1929, con i Patti Lateranensi. La testimonianza del quotidiano francese mostra che già nel 1888 la Conciliazione era percepita come una possibilità reale, sostenuta da una parte significativa dell’opinione pubblica europea e osteggiata soprattutto dalla rigidità ideologica di Crispi.
In questo senso, l’articolo non è solo una fonte storica, ma un documento che illumina la continuità tra la stagione conciliatorista dell’87 e l’incontro del 1908 tra Fazzari e Pio X, reso possibile anche grazie all’Evangeliario della Conciliazione. È una voce esterna che conferma la centralità di Fazzari nella storia italiana e che restituisce alla sua figura la dignità politica che gli è stata troppo spesso negata.
9. L’Evangeliario della Conciliazione: un codice come ponte tra due mondi
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| L'abate Ambrogio Amelli |
Vent’anni dopo gli eventi narrati da Le Figaro, la storia offrì a Fazzari un’ultima occasione per dare forma concreta al suo sogno conciliatorista. Nel gennaio 1908, nella sua Calabria, riemerse un antico Evangelario greco‑bizantino. La notizia rimbalzò sui giornali nazionali e attirò l’attenzione di studiosi e prelati. L’abate Ambrogio Amelli, priore di Montecassino e vicepresidente della Commissione Pontificia per la revisione della Volgata, si precipitò in Calabria per esaminarlo. Lo accolsi nella mia ricerca come un protagonista di questa vicenda, perché fu lui a comprendere immediatamente il valore simbolico del manoscritto.
Il codice, che oggi sappiamo essere l’XI-XII secolo, fu portato a Montecassino per uno studio preliminare. Ma soprattutto divenne il pretesto per un incontro che nessuno avrebbe mai immaginato possibile: il 7 luglio 1908, Achille Fazzari, accompagnato da Amelli e dal figlio Spartaco, varcò la soglia dei Palazzi Apostolici e incontrò Pio X. Quel giorno, un garibaldino ferito a Montelibretti parlò al Papa della Conciliazione. La stampa dell’epoca ne colse la portata simbolica. Io stesso, nel mio studio, ho definito quel manoscritto “Evangelario della Conciliazione”, perché fu davvero la Parola antica a rendere possibile un gesto che anticipava, in forma embrionale, lo spirito dei Patti Lateranensi.
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| San Pio X nel suo studio in posa per un ritratto. |
10. Conclusione: un’eredità da riscoprire
La vicenda di Achille Fazzari merita di essere restituita alla memoria nazionale. Non fu un personaggio marginale, ma un interprete lucido e coraggioso di un’Italia che cercava faticosamente la propria identità. La sua campagna conciliatorista, la sua capacità di parlare al Papa e al Re con la stessa franchezza, la sua intuizione che la frattura tra Stato e Chiesa fosse un ostacolo strutturale alla maturazione civile del Paese, rivelano un uomo che seppe guardare oltre le ideologie del suo tempo. In un’Italia ancora dominata dal mito della rivoluzione risorgimentale e dalla retorica anticlericale, Fazzari comprese che la stabilità nazionale non poteva fondarsi sul conflitto permanente, ma sulla ricomposizione. La sua voce, spesso isolata, anticipò di decenni lo spirito dei Patti Lateranensi e indicò una via che solo più tardi sarebbe stata riconosciuta come necessaria.
La sua eredità non si esaurisce nella stagione politica dell’87, né nelle polemiche che lo accompagnarono. Essa trova un compimento simbolico nell’episodio dell’Evangeliario della Conciliazione, quando, nel 1908, un garibaldino ferito a Montelibretti varcò la soglia dei Palazzi Apostolici per donare a Pio X un antico codice greco‑bizantino riemerso nella sua Calabria. Quel gesto, reso possibile dall’amicizia con l’abate Amelli e dal fascino esercitato dalla Parola antica, fu molto più di un omaggio erudito: fu il segno tangibile di una storia che tornava a parlare, di una tradizione — quella cassiodorea — che riaffiorava per ricordare all’Italia che la conciliazione non è un atto politico, ma un processo culturale. L’Evangeliario, proveniente da una terra che fu crocevia tra Oriente e Occidente, divenne così il simbolo di un ponte possibile tra le due Rome, un ponte che Fazzari aveva cercato di costruire per tutta la vita.
Oggi, rileggendo le testimonianze del tempo, dalle cronache italiane all’articolo di Le Figaro, appare evidente che la sua figura fu molto più rilevante di quanto la storiografia abbia finora riconosciuto. Come già scritto, Spadolini lo definì “un personaggio emblematico del suo tempo”, Jemolo lo chiamò “l’apostolo della Conciliazione”: due giudizi che, pur provenendo da prospettive diverse, convergono nel riconoscere in lui un interprete autentico delle tensioni e delle speranze dell’Italia postunitaria. La sua storia, intrecciata a quella dell’Evangeliario e alla memoria del Monastero di Vivarium, mostra come la Calabria non sia stata solo terra di emigrazione e marginalità, ma anche luogo di sintesi culturale, di mediazione, di visioni lungimiranti.
Restituire Achille Fazzari alla sua verità storica significa riconoscere che la costruzione dell’Italia non fu solo opera di rivoluzioni e di conquiste, ma anche di uomini che seppero immaginare la pace quando tutti parlavano di conflitto. Significa comprendere che la Conciliazione non fu un evento improvviso del 1929, ma il frutto di un cammino lungo e tormentato, iniziato da chi ebbe il coraggio di sfidare le ideologie dominanti. Significa, infine, riconoscere che la storia nazionale è fatta anche di gesti simbolici, come quello di un Evangelario donato a un Papa, che talvolta illuminano più di mille discorsi la direzione verso cui un Paese dovrebbe incamminarsi.
In questo senso, l’eredità di Achille Fazzari non appartiene al passato, ma continua a interrogare il presente. La sua vita, sospesa tra Garibaldi e Cassiodoro, tra la Calabria e Roma, tra la politica e la spiritualità, ci ricorda che l’identità italiana è un intreccio complesso di tradizioni, conflitti e riconciliazioni. E che, talvolta, la voce più profetica è quella di chi, pur provenendo dalle trincee della storia, sa indicare con semplicità la via della pace.







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