venerdì 8 marzo 2013

Attraversando un paese sconosciuto

"Qualcosa deve essere accaduto, qui tra noi, anni fa. Ciò che io avverto come mutamento sembra essere soprattutto un improvviso salto di qualità – non in alto –, una caduta di convenzioni e memoria di convenzioni; un improvviso passaggio dalla cultura di convenzioni e memoria a cultura di fisicità e di orrore della memoria. Di colpo, come da una falla, la vita senza aggettivi, la vita come pura esaltazione di momenti fisici e dittatura della fisicità assoluta, è entrata nella vita delle università, di ogni tipo di scuola, ha allagato la stampa. Il momento – della fisicità – è tutto. La parola viene rimandata al grido. Chiunque dica o scriva riferendosi a qualcosa che era prima – una legge, per esempio, una inclinazione alla pietà – non è udito. La sua voce si perde nel fragore generale. La grammatica non c’è più. La sintassi è casuale. Il vocabolario è stato invaso e distrutto. Da tutte le finestre e le porte del millenario edificio si affacciano i volti distorti e ottusi della beffa, del turpiloquio. La degradazione è la dea del momento. Si portano fiori all’altare della degradazione, ma viene chiamata dissacrazione, che è cosa più lieve. Tutto è dissacrato, o sta per esserlo. Il patrimonio ultramillenario di modi, di intese, simboli atti-simbolo è passato al macero. Chi vuole dire qualcosa, non spera più di essere capito. Se c’è bisogno di aiuto, l’aiuto è impossibile: ciò perché i segnali sono cambiati. Quali sono? La nostra vita non ha più segnali che siano riconoscibili un istante dopo, o a un metro di distanza. Il privato – come ora si dice – è il morto, a meno che non sia sacralizzato dal denaro. Il denaro, o una personale giustizia, resta il valore che non cade, che tutti riconoscono. Tutto questo, prima, quattro o cinque anni fa, non era. Da vari anni, è la nostra vita, il nostro baratro quotidiano; ed appare ineliminabile. Ed è questa vita, così deturpata, questo quotidiano maligno e triste, che io stento a riconoscere come il mio paese e la vita che si prospettava. Dico che la vita di questo paese non si prospettava così; non aveva in programma di farsi inconoscibile. L’estraneità a noi stessi non era il nostro scopo. Ciascuno sperava di restare se stesso. Ora non lo è più nessuno. Ogni giorno si leva più strano. Quando stringiamo la mano a un amico che abbiamo salutato appena ieri sera, non siamo sicuri che in queste poche ore non sia diventato un altro. E’ perché c’è un’invasione, quaggiù, da noi: non certo persone o soldati o autorità di altri Stati. Ma un’aria che non è più nostra. Il Mediterraneo non è più azzurro. Montagne e territori che credevamo lontanissimi ci hanno raggiunto. E crediamo siano effetto di nebbia. E forse lo sono. Ciò non toglie che non ci riconosciamo più, che non possiamo più intenderci, che siamo tristi".

Anna Maria Ortese, Attraversando un paese sconosciuto, in Corpo celeste, Adelphi, 1997, pp. 20-22.

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