giovedì 21 marzo 2013

Carriera delle parole

“Per convincersi che la storia delle idee non è che una successione di vocaboli trasformati in altrettanti assoluti, basta passare in rassegna gli avvenimenti filosofici più importanti dell’ultimo secolo.
È noto il trionfo della «scienza» all’epoca del positivismo. Chi se ne faceva forte poteva straparlare in pace: tutto gli era permesso dal momento che invocava il « rigore » o « l’esperienza ». La Materia e l’Energia fecero di lì a poco la loro comparsa: il prestigio delle maiuscole che portavano non durò a lungo. L’indiscreta, l’insinuante Evoluzione guadagnava terreno su di loro. Sinonimo dotto di «progresso», contraffazione ottimistica del destino, pretendeva di eliminare ogni mistero e ammaestrare le intelligenze: un culto le fu consacrato, non diverso da quello che si votava al «popolo». Sebbene abbia avuto la fortuna di sopravvivere ai suoi momenti di auge, tuttavia non risveglia più alcun accento lirico: chi la esalta si compromette o dimostra di essere fuori moda.
Verso l’inizio del secolo la fiducia nei concetti vacillò. L’intuizione, insieme al suo seguito – durata, slancio, vita – doveva approfittarne e regnare per un certo tempo. Poi fu necessario qualcosa di nuovo: venne il turno dell’Esistenza. Parola magica che eccitò specialisti e dilettanti. Si era trovata finalmente la chiave. E non si era più un individuo, bensì un Esistente.
Chi farà un dizionario dei termini secondo le epoche, un inventario delle mode filosofiche? L’impresa ci mostrerebbe che un sistema è datato dalla sua terminologia, che è logorato sempre dalla forma. Quel tal pensatore che pure ci interesserebbe ancora, rifiutiamo di rileggerlo perché ci risulta insopportabile l’apparato verbale indossato dalle sue idee. Gli imprestati filosofici sono nefasti per la letteratura. (Si pensi a certi frammenti di Novalis guastati dal linguaggio fichtiano). Le dottrine muoiono a causa di ciò che aveva assicurato il loro successo: lo stile. Perché rivivano, dobbiamo ripensarle nel nostro gergo oppure immaginarle prima della loro elaborazione, nella loro realtà originaria e informe.
Tra i vocaboli importanti ce n’è uno la cui carriera, particolarmente lunga, suscita melanconiche riflessioni. Parlo dell’Anima. Quando si considera il stato attuale, la sua fine miserevole, si resta sconcertati. Eppure aveva cominciato bene. Si pensi al posto che il neoplatonismo le riservava: principio cosmico, derivato del mondo intellegibile. Tutte le antiche dottrine improntate al misticismo poggiavano su di essa. Il cristianesimo, meno preoccupato di definirne la natura che di fissarne l’uso per il credente, la ridusse a dimensioni umane. Come dovette rimpiangere il tempo in cui abbracciava la natura e godeva del privilegio di essere immensa realtà e insieme principio esplicativo! Nel mondo moderno riuscì a poco a poco a riconquistare terreno e a consolidare le sue posizioni. Credenti e non credenti dovevano tenerne conto, trattarla con cautela e avvalersene; non fosse che per combatterla, la si citava perfino nei momenti cruciali del materialismo; e anche i filosofi, così reticenti nei suoi riguardi, le riservavano pur sempre un angolino nei loro sistemi.
Oggi, chi si cura più dell’anima? Se la si menziona, è soltanto per distrazione; il suo posto è nelle canzoni: soltanto la melodia riesce a renderla sopportabile, a farne dimenticare la vetustà. Il discorso non la tollera più: troppi significati ha rivestito, a troppi usi è servita, così si è sciupata, deteriorata, svilita. Il suo patrono, lo psicologo, a forza di girarla e rigirarla, doveva darle il colpo di grazia. Così, non suscita ormai nelle nostre coscienze quel rimpianto che si accompagna alle belle glorie per sempre tramontate. E pensare che una volta i saggi la veneravano, la ponevano al di sopra degli dèi, e le offrivano l’universo affinché ne disponesse suo piacimento.”

Emil Cioran, La tentazione di esistere, Adelphi, Milano 2002, pp. 155-157

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