Missione senza conversione? Il rischio di un Vangelo ridotto all’accompagnamento

Intervista concessa dal card. Matteo Zuppi al SIR, in vista della centesima Giornata missionaria mondiale del prossimo 18 ottobre. Nelle parole del cardinale Cristo e la salvezza non scompaiono, ma sembrano arretrare davanti a dialogo, ascolto, pace e “cambio di sguardo”. E proprio il magistero missionario di Leone XIV offre un criterio sorprendentemente severo per interrogare questa impostazione: «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo». 

Domenico Condito 

Domenico Ghirlandaio, Vocazione dei primi apostoli, 1481-1482, affresco, Cappella Sistina, Città del Vaticano.
Cristo chiama Pietro e Andrea, che in primo piano appaiono inginocchiati davanti a Lui: la missione nasce dalla chiamata del Signore, diviene sequela e conduce all’annuncio del Vangelo.

C’è una domanda che attraversa inevitabilmente la recente intervista concessa dal cardinale Matteo Zuppi al SIR (qui ➡️) in vista della centesima Giornata Missionaria Mondiale: missione per che cosa? O, meglio ancora, missione per condurre l’uomo dove?

La domanda non nasce dal desiderio di contestare la necessità dell’ascolto, della prossimità, della pace o del dialogo. Nasce da un problema assai più radicale. Se il cristianesimo possiede ancora una verità da annunciare, se Gesù Cristo è realmente il Salvatore dell'uomo e non soltanto l’ispiratore di una fraternità universale, allora la missione della Chiesa non può esaurirsi in un nuovo modo di guardare il mondo. Essa deve avere qualcosa da dire al mondo intorno al suo peccato, alla sua redenzione e al suo destino eterno.

Il titolo stesso dell’intervista è eloquente: «La missione ci chiede un cambio di sguardo». Il presidente della CEI spiega che la «conversione missionaria della pastorale» non sarebbe un semplice mutamento organizzativo, ma richiederebbe di «andare incontro alla gente per annunciare la buona notizia del Vangelo». Parla di abbandono dell’autoreferenzialità, di ascolto, di dialogo e della necessità di «non aver paura di annunciare il Vangelo oggi». Sono affermazioni che, considerate in sé, non hanno nulla di incompatibile con la tradizione cattolica. Anzi, il cardinale parla esplicitamente di «annunciare Cristo». 

Sarebbe perciò poco serio attribuirgli una negazione che nell’intervista non compare. Matteo Zuppi non dice che Cristo non salva. E quando viene interrogato sui temi della missione afferma qualcosa di ancora più esplicito: «La centralità di Cristo nella vita del cristiano diventa testimonianza di un’esperienza di salvezza e, per questo, invito alla missione».

Proprio qui, però, nasce il problema.
Perché la salvezza viene nominata, ma non definita.
Salvezza da che cosa? Mediante che cosa? In vista di che cosa?

È difficile non avvertire la distanza rispetto al linguaggio missionario cattolico classico. Il cristianesimo ha chiamato per secoli l'uomo ad essere salvato dal peccato e dalla morte, annunciandogli Gesù Cristo crocifisso e risorto, invitandolo alla fede e alla conversione, rigenerandolo nel Battesimo, nutrendolo con l'Eucaristia, riconciliandolo attraverso la Penitenza e orientandolo verso la vita eterna. Non sono elementi accessori appiccicati successivamente alla missione. Costituiscono il significato stesso della salvezza cristiana.
Nell'intervista del presidente della CEI, invece, subito dopo la menzione dell'«esperienza di salvezza», vengono indicati quattro grandi impegni: «l’umanità», «la pace», «la cura della casa comune» e «il dialogo». Quanto agli atteggiamenti missionari, Matteo Zuppi propone «prossimità, ascolto, umiltà, libertà interiore», che definisce «lo stile prima ancora che il contenuto della missione».

Nessun cattolico dovrebbe avere difficoltà a riconoscere la bontà della pace, della cura del creato, della prossimità o dell'ascolto. Il problema comincia quando non risulta più chiaramente percepibile la gerarchia dei fini.
La Chiesa non è stata fondata affinché il mondo fosse semplicemente meno polarizzato. Non ha ricevuto il mandato missionario affinché l'umanità elaborasse un rapporto ecologicamente più equilibrato con la creazione. Non predica Cristo anzitutto per produrre coesione sociale. Queste possono essere conseguenze, talvolta preziosissime, della trasformazione cristiana dell'uomo e della società. Ma non rappresentano il primum della missione: il primum rimane Cristo, e il fine soprannaturale rimane la salvezza delle anime.


Quando i frutti prendono il posto della radice 

È precisamente da una prospettiva cattolica tradizionale che occorre recuperare questa distinzione. Pace, giustizia, fraternità e custodia del creato appartengono all'ordine dei beni che il cristiano è chiamato a perseguire. Ma essi acquistano il loro significato propriamente cristiano quando discendono dalla restaurazione dell'uomo in Cristo.
Diversamente accade un rovesciamento quasi impercettibile: Cristo continua ad essere nominato, ma diventa il fondamento religioso di un progetto il cui vocabolario concreto è prevalentemente antropologico e sociale. È una differenza sottile, ma fondamentale.

La missione tradizionalmente intesa parte dalla verità di Dio e dalla condizione dell'uomo peccatore. Dio manda il Figlio; il Figlio assume la natura umana; Cristo offre se stesso sulla Croce; risorge vincitore della morte; gli Apostoli vengono inviati a predicare e battezzare; la Chiesa continua sacramentalmente questa missione sino alla fine dei tempi.
Se si oscura il peccato, inevitabilmente diventa difficile comprendere la Redenzione. E se diventa difficile comprendere da che cosa l'uomo sia redento, anche il termine «salvezza» cambia progressivamente significato. Può diventare liberazione sociale, guarigione delle relazioni, esperienza di fraternità, recupero della dignità umana.
Tutte realtà positive. Ma la salvezza cristiana è infinitamente di più.


«Un missionario non ha più risposte»

C'è poi una frase dell'intervista che merita particolare attenzione. Matteo Zuppi afferma:
«Un missionario non ha più risposte, ma sa restare accanto». E subito richiama l'esempio dei discepoli di Emmaus. 
Comprendiamo ciò che probabilmente si vuole affermare. Il missionario non deve atteggiarsi a padrone della vita altrui; non possiede una soluzione precostituita a ogni problema psicologico, politico o esistenziale; deve sapere ascoltare e accompagnare. In questa accezione, l'affermazione è perfettamente comprensibile. Ma un missionario cattolico possiede davvero una risposta, benché non sia sua: la risposta è Cristo.
Ed Emmaus, a ben vedere, mostra esattamente questo. Cristo non si limita ad accompagnare due uomini delusi rispettandone indefinitamente lo smarrimento. Li interroga, ma anche li corregge. Interpreta loro le Scritture. Mostra la necessità della Passione del Messia. Si manifesta nello spezzare del pane. I due discepoli, infine, ritornano a Gerusalemme quali testimoni. Emmaus non è pertanto il racconto di un accompagnamento senza verità. È il modello di un accompagnamento che conduce alla verità.
È questa la differenza tra la semplice prossimità umana e la missione apostolica.

Robert Scott Lauder (1803-1869), Christ and the Two Disciples on the Way to Emmaus, 1850, olio su tela, Dundee Art Galleries and Museums Collection (Dundee City Council). Cristo cammina accanto ai discepoli di Emmaus, ma il suo non è un accompagnamento senza meta: lungo la via apre loro il senso delle Scritture e li conduce al riconoscimento del Risorto. Emmaus è così immagine di una prossimità che non rinuncia alla verità e di un ascolto che culmina nell’annuncio.

E Leone XIV?

È qui che il confronto diventa particolarmente interessante. E occorre condurlo con cautela: non sembra corretto parlare, sulla base dei testi esaminati, di una formale contraddizione dottrinale tra Matteo Zuppi e Leone XIV. Più fondata appare invece l'individuazione di una significativa differenza di accenti, di linguaggio e soprattutto di esplicitazione del contenuto missionario.
Il Papa, parlando ai vescovi italiani il 28 maggio 2026, ha affermato che «la priorità è il Vangelo» e ne ha spiegato immediatamente la ragione: dal Vangelo nasce la fede «come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa». Il Pontefice collega, inoltre, l'iniziazione cristiana al Battesimo, alla fede pasquale, alla comunione trinitaria ed ecclesiale, e ricorda il posto centrale dell'Eucaristia nella vita delle comunità cristiane (qui ➡️).
Si comprende allora meglio anche il «coraggio dell'essenziale» di Leone XIV, espressione ripresa dallo stesso Matteo Zuppi. Il Papa l'aveva precisata convocando le comunità ad essere «più libere di annunciare Cristo» e concludendo con la confessione evangelica: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41) (qui ➡️).

È significativo soprattutto il Messaggio di Leone XIV per la stessa Giornata Missionaria Mondiale alla quale si riferisce l'intervista di Matteo Zuppi. Il Pontefice scrive che «al centro della missione c'è il mistero dell'unione con Cristo»; richiama la grazia dei Sacramenti; cita Paolo VI ricordando che non esiste autentica evangelizzazione senza la proclamazione del nome, dell'insegnamento, della vita e del mistero di Gesù Cristo Figlio di Dio. E recupera persino una formula missionaria difficilmente equivocabile, quella del beato Paolo Manna: «Tutta la Chiesa per la conversione di tutto il mondo» (qui ➡️).
La parola conversione, dunque, non viene espulsa dall'orizzonte missionario di Leone XIV.
Ancora più significativo è ciò che il Papa ha detto il 28 maggio al Dicastero per l'Evangelizzazione. Leone XIV ha chiesto esplicitamente una missione «cristocentrica e kerigmatica», nata dall'incontro trasformante con Cristo, e ha insistito sulla necessità di «condurre molti a Cristo, alla sua parola che salva» (qui ➡️).
Ma il passaggio che, letto accanto all'intervista di Matteo Zuppi, acquista un valore particolare è un altro: «Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo». Il Papa prosegue esortando a testimoniare con umiltà e coraggio «la via, la verità e la vita» (qui ➡️).

Qui emerge una differenza di tonalità che difficilmente può essere ignorata. Nell'intervista di Matteo Zuppi prevalgono ascolto, dialogo, accompagnamento e prossimità; nel discorso di Leone XIV ascolto e testimonianza rimangono, ma vengono inseriti nella proclamazione di una verità che non può essere annacquata e di un Cristo al quale gli uomini devono essere condotti. Il Papa parla inoltre espressamente del Battesimo come adesione «a Cristo e alla sua Chiesa» (qui ➡️). Non siamo necessariamente davanti a due dottrine opposte. Ma certamente non siamo davanti alla medesima densità teologica del linguaggio missionario.


La missione non è semplicemente rendere il mondo più umano

Anche la pace merita una considerazione. Matteo Zuppi ha certamente ragione nel ricordare che «il Vangelo non può tacere» davanti alle guerre. Ma il cristianesimo non annuncia semplicemente la pace tra gli uomini. Annuncia innanzitutto la riconciliazione dell'uomo con Dio, dalla quale discende una nuova possibilità di riconciliazione tra gli uomini.
Analogamente, il dialogo è necessario, ma il dialogo cattolico non può essere trasformato in rinuncia alla missione. Il cristiano ascolta l'altro perché lo ama; lo rispetta perché riconosce in lui una creatura voluta da Dio; dialoga senza coercizione e senza arroganza. Ma proprio perché ama l'altro non può considerare irrilevante che egli conosca o non conosca Cristo.
Altrimenti bisognerebbe domandarsi perché generazioni di missionari abbiano lasciato patria, famiglia e sicurezze per portare il Vangelo in terre lontane.

Leone XIV, nel Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale del 2026, risponde con notevole chiarezza: i missionari ad gentes lasciano la propria terra «per annunciare il Vangelo, portando Cristo» perché sanno che «Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere». Il Papa auspica inoltre nuove vocazioni di persone disponibili a «lasciare tutto per seguire Cristo nella via dell'evangelizzazione sino alle estremità della terra» (qui ➡️).
Questo linguaggio restituisce alla missione il suo carattere verticale prima ancora che orizzontale.


L'assenza che pesa

Il punto critico dell'intervista di Matteo Zuppi, dunque, non consiste principalmente in ciò che afferma. Consiste anche in ciò che non afferma mentre definisce la missione.
La salvezza compare. Cristo compare. Il Vangelo compare. Ma rimangono quasi completamente fuori campo il peccato e la conversione, il sacrificio redentore della Croce e la necessità della grazia, il Battesimo e l'Eucaristia, la Chiesa come realtà nella quale il battezzato viene incorporato a Cristo, la vita eterna come fine ultimo dell'uomo.
È precisamente qui che una sensibilità cattolica legata alla Tradizione avverte il pericolo.
Non occorre che ogni intervista episcopale diventi un trattato De Christo Salvatore. Ma quando si domanda che cosa sia oggi la missione cattolica, non è irrilevante che la descrizione concreta converga soprattutto su umanità, pace, ecologia, dialogo, prossimità e ascolto, mentre l'ordine della grazia viene prevalentemente presupposto.
Una fede troppo a lungo presupposta finisce talvolta per diventare una fede taciuta.


Annunciare perché il mondo creda

Forse la correzione più efficace all'equivoco viene proprio da Leone XIV. Il Papa non rifiuta il vocabolario della fraternità, della comunione, dell'ascolto e persino dell'armonia con il creato. Nel suo Messaggio missionario questi elementi sono ben presenti. Ma chiarisce il loro principio e il loro fine: l'unione con Cristo. Ricorda che l'unità dei discepoli è ordinata alla missione «perché il mondo creda in Cristo Signore», insiste sul fatto che non predichiamo noi stessi ma Cristo e conclude la preghiera missionaria chiedendo che il mondo riconosca «in Cristo la luce che salva» (qui ➡️).
È questa gerarchia che occorrerebbe recuperare senza timori.

La Chiesa deve certamente ascoltare l'uomo contemporaneo, ma non perché non abbia nulla da dirgli. Deve camminargli accanto, ma perché conosce Colui verso il quale desidera condurlo. Deve curare le ferite della storia, ma senza dimenticare la ferita più profonda dell'uomo, quella del peccato. Deve edificare la pace, ma annunciando prima quella riconciliazione con Dio che il mondo non può dare. Deve dialogare, ma senza trasformare il dialogo nell'elegante sostituto della conversione.
Per questo il vero dilemma non è tra una Chiesa aggressiva che impone verità e una Chiesa misericordiosa che accompagna. È una falsa alternativa. Esiste una terza strada, ed è precisamente quella cattolica: annunciare la verità nella carità.
Il missionario non possiede tutte le risposte. Ma conosce la Risposta che egli stesso ha ricevuto. Non salva nessuno con le proprie forze. Ma annuncia Colui che salva. Non cammina davanti agli uomini come padrone. Cammina con loro come testimone. E proprio perché cammina con loro, non può tacere la meta.

Se la missione perde l'annuncio della conversione, della redenzione e della vita eterna, può ancora produrre solidarietà, dialogo, pace e persino ammirazione. Ma rischia di smettere silenziosamente di essere ciò per cui Cristo inviò gli Apostoli.
La questione posta dall'intervista di Matteo Zuppi è allora molto più grande della persona del presidente della CEI. Riguarda l'intera Chiesa contemporanea: vogliamo limitarci ad accompagnare il mondo oppure crediamo ancora di avere ricevuto una Buona Novella capace di salvarlo?
Il magistero missionario di Leone XIV, almeno nei testi qui esaminati, sembra offrire una risposta assai più netta di quanto talvolta lasci intendere il linguaggio ecclesiale corrente: Cristo non è semplicemente colui che insegna alla Chiesa un nuovo sguardo sul mondo. È il Signore morto e risorto che la Chiesa deve annunciare al mondo, perché il mondo creda e riconosca in Lui «la luce che salva». 

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