«Non crediate che io parta pieno di dolci illusioni». Guglielmo Pepe a Ugo Foscolo: lettera di un esule italiano
Il 4 maggio 1823, il generale Guglielmo Pepe, nativo di Squillace, scrive a Ugo Foscolo. Amicizia, esilio e perseveranza politica: poche righe di straordinaria densità nelle quali, sullo sfondo della rivoluzione napoletana del 1820-1821 e dell’esilio londinese, Pepe consegna a Foscolo quasi un autoritratto politico e morale di sé.
Domenico Condito
Londra, 4 maggio 1823
«Mio caro Foscolo, impossibilitato di congedarmi personalmente, vi scrivo se non per augurarvi felicità, non compatibile in core italiano, per augurarvi almeno salute, ed onde rinnovarvi gli attestati della stima e amicizia che vi professo. Non crediate che io parta pieno di dolci illusioni; parto rimembrando piuttosto quell'Ateniese in Maratona, che si prefisse d'impedire la fuga di un legno nemico dal vicino lido. Gli venne troncato il braccio dritto, ed egli impiegò il sinistro; e perduto anche questo, si aiutò co' denti, finché troncata ebbe la testa».
Sono poche righe, scritte a Ugo Foscolo il 4 maggio 1823, ma possiedono la forza concentrata di una professione di fede. Guglielmo Pepe, generale napoletano ormai esule dopo la sconfitta della rivoluzione costituzionale del 1820-1821, si congeda dall'amico prima di lasciare Londra. Non promette vittorie, non manifesta ottimismo e, significativamente, dichiara di non nutrire più «dolci illusioni». Al posto della speranza facile colloca una virtù più aspra: la perseveranza anche davanti alla sconfitta.
Il documento è stato pubblicato in: Guglielmo Pepe, a cura di Ruggero Moscati, vol. I, 1797-1831, Roma, Regio Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1938, p. 296 (vedi nota). Inoltre, la moderna banca dati dell'Epistolario di Ugo Foscolo registra la lettera come n. 4029 e conferma mittente, destinatario e data, precisando inoltre che l'originale autografo è conservato a Livorno, nella Biblioteca comunale Labronica Francesco Domenico Guerrazzi, Fondo Foscolo, vol. 45. L'originale presenta firma autografa, timbro postale, piegature e traccia del sigillo; il manoscritto reca come luogo di spedizione Londra, mentre Foscolo è indicato come destinatario a Digamma Cottage, la lussuosa residenza in cui dimorò Foscolo nei pressi di Regent's Park a Londra. Questi dati archivistici sono preziosi perché restituiscono alla pagina pubblicata da Moscati la materialità di un vero congedo tra due uomini in esilio.
Due esuli e due diverse esperienze della patria
L'intensità della lettera si comprende soltanto ricordando chi fossero, nel maggio del 1823, i due interlocutori.
Guglielmo Pepe proveniva da una vicenda politica e militare già eccezionalmente lunga. Nato a Squillace, in Calabria, nel 1783, aveva partecipato giovanissimo alle vicende della Repubblica napoletana, era stato perseguitato e incarcerato, aveva militato negli eserciti dell'età napoleonica e murattiana e, dopo la Restaurazione, era entrato nell'esercito borbonico. Nel 1820 divenne uno dei protagonisti militari della rivoluzione costituzionale napoletana. L'intervento austriaco pose fine a quell'esperienza e la sconfitta costrinse Pepe all'esilio. La biografia del Dizionario Biografico degli Italiani sottolinea significativamente la continuità della sua militanza, dal 1799 attraverso il 1820-21 sino alle rivoluzioni del 1848-49.
Ugo Foscolo, dall'altra parte, conosceva ormai profondamente la condizione dell'esule. E proprio l'esilio costituisce il terreno morale sul quale i due uomini possono riconoscersi.
Non siamo quindi davanti alla semplice cortesia di un generale verso un letterato famoso. Si incontrano due differenti incarnazioni di una medesima tragedia italiana: l'uomo d'armi sconfitto e il poeta esule.
L'uno porta con sé l'esperienza della rivoluzione napoletana; l'altro possiede gli strumenti intellettuali, letterari e politici per comprenderne il significato europeo.
L'incontro londinese
Il rapporto era divenuto particolarmente significativo dopo l'arrivo di Pepe in Inghilterra. Una testimonianza decisiva compare nella stessa nota apposta da Moscati nell’edizione della lettera pubblicata nel volume citato. Lo studioso rinvia a una missiva di Foscolo a John Murray dell'ottobre 1821, nella quale il poeta osservava:
«Il gen. Pepe ha portato qui gran numero di documenti importanti; e quel che più monta ci ha portato sé stesso; e dalla sua conversazione può aversi la chiave della rivoluzione napoletana».
La frase è importante quasi quanto la lettera di Pepe. Agli occhi di Foscolo, Pepe non è semplicemente una fonte documentaria. Pepe stesso è un documento storico.
Documenti, testimonianza orale, memoria personale e azione politica vengono riuniti nell'uomo che aveva vissuto dall'interno la rivoluzione.
Una ricostruzione dei rapporti londinesi conferma che Pepe arrivò a Londra nel 1821 e prese contatto con Foscolo. La loro amicizia nasce dunque anche da questa singolare convergenza fra memoria e storia. Foscolo interroga l'uomo d'azione perché vede in lui una possibile «chiave» interpretativa della rivoluzione di Napoli; Pepe, viceversa, riconosce nel poeta un interlocutore capace di comprendere la dimensione morale e nazionale della propria esperienza.
«Felicità, non compatibile in core italiano»
L'apertura della lettera merita un'attenzione particolare: «vi scrivo se non per augurarvi felicità, non compatibile in core italiano, per augurarvi almeno salute».
La costruzione è amarissima. Pepe vorrebbe formulare il convenzionale augurio epistolare di felicità, ma immediatamente lo ritira. A un italiano consapevole delle condizioni della patria, sembra dire, non è concessa la felicità. Non siamo semplicemente davanti a una frase malinconica. L'espressione «core italiano» trasforma un sentimento personale in una condizione politica. L'infelicità non dipende soltanto dall'esilio individuale. È conseguenza dell'essere italiani in una situazione storica percepita come irrisolta.
È particolarmente significativo che Pepe usi questo linguaggio proprio con Foscolo. La patria dell'esule, infatti, non coincide più necessariamente con un territorio sul quale si possa vivere. Diventa qualcosa che si porta dentro di sé. La lontananza fisica non interrompe l'appartenenza, anzi può renderla più dolorosamente consapevole. Per questo l'espressione «core italiano» costituisce quasi il centro nascosto della lettera. Prima ancora dell'Italia politicamente unita, esiste qui l'Italia come coscienza morale.
Dalle «dolci illusioni» alla disillusione
Ancora più suggestiva è la dichiarazione successiva: «Non crediate che io parta pieno di dolci illusioni».
Scritta a Foscolo, la parola «illusioni» acquista inevitabilmente una particolare risonanza. Sarebbe metodologicamente imprudente sostenere che Pepe stia citando deliberatamente una specifica pagina foscoliana. Il testo non lo dimostra. Ma è difficile non avvertire una prossimità di vocabolario spirituale. Nel mondo foscoliano l'illusione non coincide banalmente con l'errore. Le illusioni possono essere quelle costruzioni ideali attraverso le quali l'uomo resiste alla mortalità, alla dissoluzione e alla violenza della storia: la patria, l'affetto, la memoria, la gloria, il sepolcro.
Pepe, però, scrive: «non parto pieno di dolci illusioni». La sua è dunque una speranza che ha attraversato la sconfitta. Se vogliamo cogliere la tonalità morale della frase, potremmo definirla non ottimismo, ma fedeltà senza illusione. Ed è una distinzione fondamentale. Pepe non afferma: vinceremo. Afferma implicitamente qualcosa di più radicale: continuerò anche sapendo che posso perdere.
L'Ateniese di Maratona
A questo punto la lettera compie una brusca accelerazione. Dal congedo privato si passa improvvisamente all'epica: «parto rimembrando piuttosto quell'Ateniese in Maratona...».
Il combattente evocato da Pepe vuole impedire che una nave nemica riesca a fuggire. Perde il braccio destro e continua col sinistro; perde anche il sinistro e tenta di trattenere la nave con i denti; viene infine decapitato. Il significato che Pepe attribuisce all'exemplum è trasparente. Il corpo può essere progressivamente privato di ogni mezzo d'azione, ma la volontà continua a operare sino alla distruzione fisica dell'uomo.
La sequenza costituisce quasi una scala della perseveranza. A ogni menomazione corrisponde non la resa, ma l'invenzione di una nuova possibilità di resistenza. Ed è qui che la metafora diviene autobiografica. Pepe aveva appena assistito alla distruzione dell'esperienza costituzionale napoletana. Era lontano dalla patria e politicamente sconfitto. Eppure, rifiutava di interpretare la sconfitta come conclusione della propria azione.
L'Ateniese diviene così un'immagine dell'uomo politico che può perdere successivamente tutti gli strumenti della lotta, senza perdere la volontà di lottare.
Il riferimento classico non è un semplice ornamento retorico. Nella cultura politica fra Sette e Ottocento Grecia e Roma fornivano continuamente modelli attraverso cui leggere il presente. Il cittadino antico offriva un linguaggio morale per pensare il sacrificio, la libertà, la repubblica, la patria. Pepe compie precisamente questa operazione.
Maratona non appartiene più soltanto al passato greco. Diventa una figura mediante la quale interpretare il presente italiano. Il nemico dell'Ateniese e il nemico politico dell'Italia non devono necessariamente essere identificati letteralmente. Il meccanismo retorico è più profondo: ciò che interessa a Pepe è il comportamento dell'uomo davanti a una situazione apparentemente disperata. La libertà politica viene trasformata in una prova etica. La domanda non è più soltanto: si può vincere? Diventa: che cosa deve fare un uomo quando la vittoria sembra impossibile? La risposta di Pepe è terribile e limpida: continuare.
Una profezia biografica inconsapevole
È proprio questo aspetto che rende la lettera particolarmente impressionante alla luce della successiva biografia di Pepe. La scheda moderna dell'Epistolario foscoliano segnala che sull'originale Enrico Mayer annotò: «Notabile per la perseveranza di chi scriveva così nel 1823 e continuava ad operare nel 1849!».
L'annotazione è registrata insieme alla descrizione del manoscritto. Mayer legge, dunque, retrospettivamente quelle parole alla luce del 1848-1849. E a ragione il collegamento colpisce.
La biografia di Pepe non terminò infatti con il fallimento del 1821. Il lungo esilio costituì una fase centrale della sua attività; nel 1848 tornò nuovamente sulla scena politico-militare e la sua vicenda arrivò sino alla difesa di Venezia.
L'immagine dell'Ateniese assume pertanto, letta a posteriori, qualcosa di quasi profetico. Nel 1823 Pepe formula la propria etica della perseveranza. Nel 1848-1849 tornerà ancora una volta ad agire. Non significa naturalmente che la lettera predica gli avvenimenti successivi. Significa qualcosa di storicamente più interessante: rivela una struttura costante della personalità politica di Pepe.
L'amicizia fra uomini sconfitti, non vinti
C'è infine un elemento umano che non dovrebbe essere oscurato dalla grande storia. La lettera comincia: «Mio caro Foscolo». E poche righe dopo parla della: «stima ed amicizia che vi professo». Prima del programma politico viene dunque l'amicizia. È un'amicizia particolare, nata nella diaspora italiana della Restaurazione, quando uomini provenienti da esperienze politiche differenti potevano riconoscersi nella condizione comune dell'esilio.
La storia del Risorgimento, osservata attraverso documenti come questo, appare infatti assai diversa dalla successione scolastica di rivoluzioni, guerre e costituzioni. È anche una storia di relazioni, di lettere, di libri, di documenti portati oltre frontiera, di conversazioni nelle abitazioni degli esuli; e anche storia di memorie raccontate da chi aveva partecipato agli avvenimenti a chi avrebbe potuto conservarne il significato.
Foscolo vedeva in Pepe «la chiave della rivoluzione napoletana». Pepe, nel momento della partenza, sente invece la necessità di lasciare a Foscolo non un'analisi politica, ma quasi l'immagine condensata della propria coscienza. Ed è forse proprio questo il particolare più bello del documento.
«Finché troncata ebbe la testa»
La lettera termina senza attenuazioni. Nessuna consolazione, o promessa di un prossimo successo. Nessun lieto fine. L'ultima parola è praticamente affidata alla morte dell'Ateniese.
Eppure, il senso complessivo del testo non è nichilistico. Al contrario, proprio perché elimina la garanzia della vittoria, Pepe attribuisce all'azione politica una dimensione morale assoluta. La fedeltà a un principio non dipende dal suo successo immediato. È questo, probabilmente, il nucleo più profondo della lettera: si può essere sconfitti senza considerarsi definitivamente vinti.
Per questo le poche righe indirizzate a Foscolo sono qualcosa di più di un biglietto di congedo. Appartengono a quella genealogia morale del Risorgimento nella quale la nazione viene pensata e vissuta molto prima di poter essere costruita politicamente.
Pepe e Foscolo si trovano entrambi fuori dall'Italia, ma proprio lontano dall'Italia parlano da italiani. E il paradosso è significativo. Lontano dall’Italia, la patria continua a vivere nel suo «core italiano», alimentando una fedeltà che sopravvive alla sconfitta politica e persino alla caduta delle illusioni, trasformandosi in una tenace volontà di continuare ad agire.
La frase apparentemente più pessimistica del documento, «Non crediate che io parta pieno di dolci illusioni», finisce così per essere anche la più combattiva.
Pepe non ha bisogno dell'illusione della vittoria per continuare. Gli basta la convinzione che esistano cause alle quali un uomo rimane fedele anche quando la storia sembra averle condannate. E forse proprio per questo Enrico Mayer, molti anni dopo, riconobbe in quelle righe del 1823 l'uomo che avrebbe continuato ad agire sino al 1849.
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Nota sul documento e sulle fonti
La lettera analizzata è stata pubblicata in: Guglielmo Pepe, a cura di Ruggero Moscati, vol. I, 1797-1831, Roma, Regio Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1938, p. 296, documento n. 315, Ad Ugo Foscolo. Moscati segnala inoltre una precedente edizione nelle Opere edite e postume di Ugo Foscolo, vol. VIII, III dell'Epistolario, p. 451. La raccolta ottocentesca delle Opere edite e postume comprende effettivamente nei voll. VI-VIII l'Epistolario ordinato da Francesco Silvio Orlandini ed Enrico Mayer.
La moderna scheda dell'Epistolario di Ugo Foscolo, lettera n. 4029, documenta l'originale autografo conservato nel Fondo Foscolo della Biblioteca comunale Labronica Francesco Domenico Guerrazzi di Livorno e registra sia la data del 4 maggio 1823 sia Londra come luogo di spedizione.
Una piccola precisazione filologica è importante: in alcune citazioni secondarie reperibili in rete la lettera viene attribuita erroneamente a Lisbona. La scheda archivistica dell'originale autografo indica invece [London] come luogo di spedizione, in accordo anche con l'edizione Moscati riprodotta nell'immagine, che presenta «[Londra], il 4 maggio 1823». È un dettaglio apparentemente minimo, ma in un testo come questo è decisivo: il 4 maggio 1823 Pepe sta scrivendo il suo congedo londinese da Foscolo.



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